Io al COM.IT.ES? No, grazie

La comunità merita di più

di Emanuele Esposito

Per vent’anni mi è stato chiesto di candidarmi al COMITES. Per vent’anni ho sempre rifiutato. Non per disinteresse verso la comunità italiana, ma per una convinzione precisa: così come troppo spesso vengono concepiti e gestiti, questi organismi servono a poco o nulla. E non ho mai avuto intenzione di mettermi a disposizione del mammassantissima di turno, diventando una pedina utile a soddisfare ambizioni personali o piccoli equilibri di potere.

Questa volta, però, avevo deciso di fare uno sforzo enorme. Avevo dato la mia disponibilità a partecipare a un progetto diverso: una lista unica, composta da persone capaci di mettere da parte appartenenze e personalismi per costruire qualcosa nell’interesse degli italiani che vivono qui.

Per me significava superare una convinzione maturata in vent’anni. Ero disposto a farlo perché pensavo che, forse, si potesse dimostrare che un COMITES diverso fosse possibile.

Poi sono arrivati i paletti. I veti. Le condizioni. Le persone che devono esserci per forza e quelle che, invece, non devono esserci. Gli equilibri da preservare e quella eterna sensazione che dietro la proclamata “unità della comunità” ci sia sempre qualcuno pronto a decidere chi è gradito e chi no.

E allora no. Non ci sto.

Non posso entrare in un progetto che sembrava serio e che rischia di trasformarsi nell’ennesima operazione costruita intorno a persone alla mercé del santissimo di turno. La comunità italiana non può essere presa in giro fino a questo punto.

Chi pretende di rappresentarla dovrebbe essere una persona degna di quel ruolo, con un profilo alto, indipendente, capace di dialogare con chi la pensa diversamente. Non qualcuno scelto perché obbediente, controllabile o funzionale a un gruppo. E soprattutto non figure divisive.

Sono incline ai compromessi. La politica e qualsiasi progetto collettivo vivono anche di compromessi. Ma esiste una differenza enorme tra mediazione e resa. Un compromesso è accettabile quando due parti rinunciano a qualcosa per raggiungere un obiettivo comune. Diventa inaccettabile quando si pretende che qualcuno rinunci alla propria dignità, alla propria libertà di giudizio o alla propria coerenza.

Io non sono disponibile.

Fatevi la vostra lista. Fatevi i vostri progettini. Sistemate gli amici di turno. Tanto, alla fine, come sempre, pagherà Pantalone.

Io continuerò a fare ciò che ho sempre fatto: osservare, commentare, criticare quando serve e riconoscere le cose buone quando ci sono. Il commentatore, qualcuno direbbe. Io preferisco una parola più semplice: il giornalaio, parafrasando Gianfranco Funari.

Non devo vendere candidature, distribuire poltroncine o promettere qualcosa a qualcuno. Non prendo in giro la gente e non faccio calcoli sulla convenienza del momento.

Chi vuole mettersi in mostra è liberissimo di farlo. Siamo in democrazia. Ma abbiate il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non utilizzate organismi istituzionali, nati per rappresentare gli italiani all’estero, come strumenti per interessi personali, rendite di posizione o regolamenti di conti.

Basta con i falsi buonismi.

Basta con le dichiarazioni sull’unità mentre dietro le quinte si alzano muri. Basta con la retorica della comunità quando la comunità viene ricordata soltanto nel momento in cui bisogna chiederle un voto.

Avevo provato a mettere da parte persino le mie convinzioni per partecipare a qualcosa che pensavo potesse essere diverso. Prendo atto che non ci sono le condizioni. Quindi declino l’invito.

Senza rancore, senza drammi e senza ipocrisie. Perché un posto in una lista non vale il prezzo della propria libertà. E soprattutto perché la comunità italiana merita molto, molto di più.

Deve poter contare su persone libere, autorevoli e realmente interessate al bene collettivo, non su candidati scelti attraverso logiche di appartenenza, convenienza o obbedienza.

Questa, per me, non è una battaglia personale: è semplicemente una questione di principio. E se davvero vogliamo parlare di futuro, cominciamo proprio da qui: restituire credibilità alle istituzioni e rispetto alle persone che dovrebbero rappresentare, senza padrini, senza veti e senza condizioni.