Australia, produttività in caduta e disuguaglianze in crescita: perché le grandi riforme sembrano sempre più lontane

L’Australia parla sempre più spesso di produttività, investimenti e intelligenza artificiale, ma il confronto economico rischia di ignorare il nodo centrale: salari reali deboli, investimenti stagnanti, crescente concentrazione dei profitti e una rappresentanza del lavoro molto più fragile rispetto agli anni delle grandi riforme. È la tesi sviluppata dall’analista economico Alan Kohler su ABC News, che mette a confronto l’attuale fase politica con quella delle trasformazioni degli anni Ottanta e Novanta.

La produttività australiana è diventata una delle parole chiave del dibattito economico.

La scorsa settimana, alla cena annuale del Business Council of Australia, governo e grandi imprese hanno insistito sulla necessità di lavorare insieme per rilanciare competitività, investimenti e tenore di vita.

Il primo ministro Anthony Albanese ha parlato della necessità di una «partnership positiva» tra governo, imprese e comunità. Il presidente del BCA Geoff Culbert e il chief executive Bran Black hanno rilanciato lo stesso messaggio: per cambiare l’economia australiana, politica e business devono muoversi nella stessa direzione.

Ma secondo Alan Kohler il problema è proprio qui.

Quando l’Australia riformava davvero

Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, ricorda Kohler, la grande stagione delle riforme australiane non nacque principalmente dall’alleanza tra governo e imprese.

Nacque dal rapporto tra governo Labor e movimento sindacale.

Il confronto tra il tesoriere e poi primo ministro Paul Keating e il leader dell’ACTU Bill Kelty contribuì a produrre alcune delle trasformazioni strutturali più importanti della storia economica recente australiana.

Riduzione delle tariffe doganali, apertura dei mercati, contrattazione aziendale, riforma fiscale e sviluppo della superannuation furono parte di quel processo.

In quel periodo la crescita della produttività superava il 2% annuo.

Oggi il quadro è molto diverso: la media di questo decennio sarebbe intorno allo 0,3%, mentre nel 2024-25 la produttività sarebbe addirittura diminuita dello 0,7%.

Sindacati molto più deboli

Una delle differenze fondamentali rispetto al passato riguarda il peso del movimento sindacale.

La membership sindacale australiana è passata da livelli prossimi al 60% della forza lavoro a circa il 10%.

Questo ha progressivamente ridotto la capacità del lavoro organizzato di partecipare direttamente alla costruzione delle politiche economiche.

A ciò si aggiungono gli scandali che hanno coinvolto settori del sindacalismo, in particolare il CFMEU, contribuendo a indebolire ulteriormente la credibilità dell’intero movimento.

Il risultato è un equilibrio completamente diverso.

Le grandi imprese dispongono di associazioni, consulenti e lobby strutturate. I lavoratori, invece, hanno oggi una presenza molto meno istituzionalizzata nei luoghi nei quali vengono decise le grandi strategie economiche.

Salari reali e produttività sono collegati

La tesi più interessante riguarda però il rapporto tra salari e produttività.

L’idea secondo cui comprimere i salari renderebbe automaticamente un’economia più competitiva viene messa in discussione.

Kelty sostiene che lavoratori economicamente impoveriti, con un potere d’acquisto in diminuzione, tendono anche a perdere motivazione e fiducia nel sistema.

Negli ultimi anni l’Australia ha attraversato una fase nella quale l’inflazione ha eroso i redditi reali delle famiglie e il reddito disponibile pro capite ha subito una pressione significativa.

Contemporaneamente, la crescita degli investimenti delle imprese sarebbe passata dal 2,2% del 2015 a circa zero nel 2025, mentre la quota dei profitti sul reddito nazionale è aumentata e quella destinata al lavoro è diminuita.

È questo il punto più duro dell’analisi.

Profitti crescono, investimenti no

Secondo Kohler, una parte del sistema imprenditoriale australiano avrebbe beneficiato dell’indebolimento della forza contrattuale dei lavoratori senza trasformare sufficientemente i maggiori profitti in nuovi investimenti produttivi.

Una quota crescente delle risorse sarebbe invece stata distribuita attraverso dividendi, buyback azionari e remunerazioni degli executive.

Se questa lettura è corretta, il problema della produttività australiana non sarebbe quindi soltanto una questione di tasse, regolamentazione o burocrazia.

Sarebbe anche una questione di come vengono distribuiti e reinvestiti i risultati della crescita economica.

Le conseguenze vanno oltre l’economia: aumento delle disuguaglianze, tensione generazionale e crescente polarizzazione politica.

L’intelligenza artificiale come nuova speranza

Nel dibattito attuale una parte importante delle aspettative viene riposta nell’intelligenza artificiale.

L’AI potrebbe aumentare la produttività attraverso automazione, analisi dei dati, riduzione dei costi e trasformazione di interi settori.

Ma affidarsi quasi esclusivamente alla tecnologia presenta rischi evidenti.

Microsoft co-founder Bill Gates ha recentemente sottolineato i possibili effetti dell’AI sull’occupazione, sia nei lavori manuali sia nelle professioni qualificate.

Ha richiamato anche i rischi legati a cyberattacchi, deepfake, bioterrorismo e alla necessità di costruire sistemi di governance internazionale.

E c’è un’altra questione: l’enorme quantità di investimenti, spesso finanziati a debito, necessaria per costruire data centre e infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale.

Se le aspettative di rendimento dovessero rivelarsi eccessive, anche questo settore potrebbe generare nuove fragilità finanziarie.

Albanese sceglie l’ottimismo

Anthony Albanese ha riconosciuto che il modo in cui l’Australia affronterà l’intelligenza artificiale avrà conseguenze profonde sull’economia, sulla coesione sociale e sulla democrazia.

La linea del governo rimane però improntata all’ottimismo e alla collaborazione tra Stato, imprese e società.

È una posizione comprensibile, ma la domanda resta aperta: basta la collaborazione con il business per produrre una nuova stagione di riforme?

La storia australiana suggerisce che le grandi trasformazioni economiche hanno funzionato quando il compromesso non riguardava soltanto governo e imprese, ma includeva realmente anche il lavoro.

Ed è forse questo il problema centrale dell’Australia di oggi.

Non mancano le discussioni sulla produttività.

Manca, almeno per ora, un nuovo patto economico capace di distribuire rischi, vantaggi e responsabilità tra imprese, lavoratori e governo.

Senza questo equilibrio, parlare di produttività rischia di diventare soltanto una discussione su come produrre di più.

Quando invece la vera domanda dovrebbe essere anche un’altra: chi beneficerà di quella maggiore produttività?