Le audizioni mettono al centro il difficile equilibrio tra libertà di espressione e sicurezza degli studenti. Docenti, rettori e rappresentanti delle comunità ebraiche denunciano episodi di intimidazione, mentre gli attivisti respingono le accuse di antisemitismo
La Royal Commission on Antisemitism and Social Cohesion ha dedicato questa settimana una parte importante dei propri lavori all’analisi delle proteste pro-Palestina che hanno interessato i campus universitari australiani dopo il conflitto scoppiato in Medio Oriente nell’ottobre 2023.
Le testimonianze raccolte hanno evidenziato profonde divisioni sul significato delle manifestazioni, sul ruolo delle università e sul confine tra critica allo Stato di Israele e antisemitismo.
Studenti ebrei: «Ci siamo sentiti presi di mira»
Davanti alla commissione, numerosi studenti e membri del personale universitario di religione ebraica hanno raccontato di essersi sentiti intimiditi durante le proteste.
Secondo le testimonianze, in diversi casi studenti ebrei sarebbero stati identificati con le azioni del governo israeliano semplicemente per la loro identità religiosa o culturale.
Il rettore ad interim dell’Università di Melbourne, Glyn Davis, ha definito questa associazione «antisemitismo, senza ambiguità», sottolineando che identificare automaticamente una persona ebrea con le decisioni di uno Stato rappresenta una forma di discriminazione.
«Le università sono intervenute troppo tardi»
Jeremy Leibler, della Zionist Federation of Australia, ha dichiarato di aver iniziato a segnalare casi di antisemitismo ai rettori già durante il periodo della pandemia.
Ha raccontato episodi nei quali studenti ebrei sarebbero stati esclusi da gruppi universitari o avrebbero evitato di denunciare gli episodi subiti perché ritenevano i sistemi di segnalazione inadeguati.
Anche l’Australasian Union of Jewish Students (AUJS) ha sostenuto che molti atenei non siano riusciti a garantire un ambiente sicuro.
Un sondaggio commissionato dall’organizzazione ha rilevato che il 64% degli studenti ebrei intervistati ha dichiarato di aver subito episodi di antisemitismo, mentre il 57% ha affermato di aver nascosto la propria identità all’interno del campus.
Le proteste nei campus nel mirino
La commissione ha esaminato anche gli accampamenti pro-Palestina sorti nel 2024 in numerose università australiane.
Secondo quanto emerso, la presenza di attivisti esterni avrebbe contribuito ad aumentare la tensione e a rendere le manifestazioni più aggressive nei confronti di studenti e personale ebraico.
L’agenzia federale che vigila sulla qualità dell’istruzione universitaria aveva già invitato gli atenei a limitare l’accesso di persone non appartenenti alla comunità universitaria e, nei casi più gravi, a coinvolgere la polizia.
I rettori ammettono errori
Alcuni dirigenti universitari hanno riconosciuto che la risposta iniziale non è stata adeguata.
Il vicecancelliere dell’Università di Sydney, Mark Scott, ha dichiarato che l’ateneo non aveva previsto la nascita di accampamenti permanenti e ha ammesso che la gestione iniziale si è rivelata insufficiente. Successivamente l’università ha introdotto nuove misure per rafforzare la sicurezza e il dialogo con la comunità ebraica.
Anche l’Australian National University ha riconosciuto che l’approccio iniziale troppo permissivo ha consentito alle proteste di protrarsi per mesi.
Gli attivisti respingono le accuse
La commissione ha ascoltato anche la posizione degli organizzatori delle proteste.
Yasmine Johnson, co-organizzatrice di Students for Palestine e lei stessa ebrea, ha definito «assurda» l’idea che gli accampamenti abbiano generato paura tra gli studenti.
Secondo Johnson, slogan come “From the river to the sea, Palestine will be free” rappresentano richieste di libertà e non incitamenti all’odio o al genocidio. Ha inoltre sostenuto che la commissione starebbe confondendo il legittimo attivismo pro-Palestina con il vero antisemitismo presente nella società australiana.
Libertà di espressione o sicurezza?
Una delle questioni più delicate emerse durante le audizioni riguarda il ruolo delle università.
Da una parte devono garantire il diritto alla protesta e alla libertà accademica; dall’altra hanno l’obbligo di assicurare un ambiente sicuro per studenti e personale.
Anche il National Tertiary Education Union ha messo in guardia contro il rischio di attribuire ai dirigenti universitari poteri troppo ampi per limitare il dibattito politico e accademico.
«Una linea deve essere tracciata»
Nelle osservazioni conclusive, l’avvocata Zelie Heger SC, che assiste la commissione, ha affermato che trovare un equilibrio tra libertà di parola e sicurezza non è semplice, ma che questa difficoltà non può diventare una giustificazione per l’inazione.
«Una linea può e deve essere tracciata», ha dichiarato.
Le audizioni proseguiranno nelle prossime settimane e contribuiranno alla relazione finale della Royal Commission, chiamata a formulare raccomandazioni su come contrastare l’antisemitismo preservando, allo stesso tempo, i principi della libertà di espressione e del dibattito democratico nelle università australiane.
