Dietro la raffica di emendamenti all’articolo 6 dell’A.S. 1971 non c’è soltanto ostruzionismo parlamentare. C’è una scelta politica precisa: impedire che il Senato diventi un collegio mondiale e che alla Camera le attuali ripartizioni vengano drasticamente ridotte. Il punto vero è capire se la rappresentanza degli italiani all’estero debba restare legata ai territori oppure trasformarsi in una competizione sempre più centralizzata.
Quando una riforma elettorale produce decine di emendamenti soppressivi, è facile liquidare tutto con una parola: ostruzionismo.
Sarebbe però una lettura troppo semplice.
Gli emendamenti presentati dal gruppo del Partito Democratico all’articolo 6 dell’A.S. 1971 raccontano certamente una battaglia parlamentare dura, costruita anche attraverso la soppressione di singole lettere, numeri e periodi. Ma dietro quella tecnica c’è una questione politica molto concreta: come dovranno essere rappresentati in futuro gli italiani che vivono fuori dall’Italia.
E il nodo principale è uno: territorio o collegio mondiale.
Il primo emendamento firmato da Giacobbe, Giorgis, La Marca, Crisanti, Parrini, Meloni e Valente non lascia molto spazio alle interpretazioni: chiede semplicemente di sopprimere l’intero articolo 6.
Subito dopo arriva la richiesta di cancellare integralmente il comma 1, cioè tutto il blocco che modifica direttamente la legge 459 del 2001, la legge Tremaglia.
Ma è entrando nei singoli emendamenti che si capisce davvero cosa il PD vuole fermare.
Il primo bersaglio è la geografia del voto estero
La riforma interviene innanzitutto sulle ripartizioni.
Oggi la Circoscrizione Estero è divisa in quattro grandi aree: Europa; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide.
Il nuovo impianto punta invece a ridisegnare questa geografia, comprimendo fortemente le ripartizioni alla Camera e costruendo per il Senato un collegio unico esteso all’intera Circoscrizione Estero.
È qui che il PD prova a mettere il primo argine.
Gli emendamenti chiedono di sopprimere la lettera a) del comma 1 e, in subordine, le singole disposizioni che riscrivono l’articolo 6 della legge 459/2001.
La sostanza è chiara: non cancellare il legame tra eletto e area geografica.
E non è una questione puramente formale.
Un conto è candidarsi in un’area vasta ma comunque riconoscibile. Un altro è trasformare il Senato in una competizione mondiale, nella quale un candidato europeo, australiano, sudamericano o nordamericano concorre nello stesso spazio elettorale.
Dal punto di vista della rappresentanza, il rischio è evidente: vince chi ha più struttura, più risorse, più capacità di penetrazione politica e mediatica.
Non necessariamente chi conosce meglio una comunità.
Il collegio unico al Senato è il vero cuore dello scontro
Gran parte degli emendamenti successivi ruota attorno a questo punto.
Le modifiche agli articoli 7, 8, 11, 15 e 16 della legge Tremaglia non sono scollegate tra loro: servono a rendere operativo il nuovo sistema.
Per questo il PD prova a colpirle una per una.
Sull’articolo 7 vengono contestate le modifiche agli uffici elettorali e alla distribuzione degli Stati tra gli uffici di scrutinio.
È una parte tecnica, ma la logica è politica: se cambia la mappa elettorale, deve cambiare anche la macchina che conta i voti.
Il PD tenta quindi di fermare anche quella.
Liste e candidature: altra partita decisiva
Il confronto diventa ancora più evidente sull’articolo 8 della legge 459/2001.
La riforma introduce una distinzione forte tra Camera e Senato.
Per la Camera rimane una logica territoriale.
Per il Senato, invece, la logica diventa quella dell’intera Circoscrizione Estero.
Il PD chiede di cancellare l’intera lettera c) e presenta poi una serie di emendamenti mirati sulle singole disposizioni.
Viene contestata anche la nuova composizione delle liste, compresa la previsione di un numero minimo e massimo di candidati per il Senato.
Qui il problema non è soltanto quantitativo.
Una lista mondiale cambia inevitabilmente la natura della competizione.
La scelta del candidato rischia di diventare più dipendente dai partiti centrali e meno dal rapporto reale con i territori.
E questa è probabilmente una delle questioni che il dibattito politico dovrebbe affrontare più apertamente.
Il nodo delle preferenze
Gli emendamenti arrivano poi all’articolo 11.
Anche qui il PD prova a sopprimere il blocco delle modifiche e poi interviene sulle singole parti.
Si entra così nel tema delle schede, delle preferenze e dell’assegnazione dei seggi.
Ancora una volta non siamo davanti a semplici ritocchi tecnici.
Se il Senato diventa un collegio unico mondiale, anche la preferenza cambia significato.
Il voto di un elettore australiano può finire nello stesso contenitore elettorale di quello espresso a Berlino, Toronto, Buenos Aires o Johannesburg.
È legittimo chiedersi se questo rafforzi davvero la rappresentanza oppure se la renda più distante.
Anche il conteggio dei voti diventa mondiale
L’articolo 15 della legge Tremaglia riguarda il cuore matematico dell’elezione: conteggio dei voti, cifre elettorali, preferenze, quozienti e attribuzione dei seggi.
Il PD presenta una batteria di emendamenti anche qui.
Prima chiede di cancellare tutta la lettera e), poi interviene sulle singole operazioni di calcolo.
La ragione è evidente.
Se si accetta il collegio mondiale per il Senato, allora anche voti e quozienti devono essere calcolati su scala mondiale.
Il PD cerca invece di impedire che quella logica arrivi fino alla fase finale dell’attribuzione dei seggi.
Lo stesso vale per l’emendamento sulla lettera f), relativo all’articolo 16.
Non solo legge Tremaglia: si prova a bloccare anche il regolamento
La strategia prosegue sul comma 2 dell’articolo 6.
Qui non si modifica più direttamente la legge 459/2001, ma il regolamento di attuazione contenuto nel DPR 104/2003.
Anche in questo caso il PD chiede prima di cancellare tutto il comma.
Poi presenta emendamenti sulle singole norme regolamentari: uffici, liste, controlli, candidature, preferenze.
È un modo per costruire più linee di resistenza.
Se cade l’emendamento generale, restano quelli specifici.
Se passa una parte della riforma, si prova a bloccarne almeno l’attuazione concreta.
È tecnica parlamentare, certo.
Ma è anche politica.
Il PD vuole conservare il vecchio sistema?
Non esattamente.
Il pacchetto di emendamenti, preso nel suo complesso, non costruisce ancora un modello alternativo organico.
Questo va detto.
La maggior parte delle proposte è soppressiva: elimina, cancella, blocca.
Non definisce ancora in modo compiuto una nuova architettura della Circoscrizione Estero.
Ma la direzione politica è chiara: evitare una concentrazione eccessiva della rappresentanza e preservare quanto più possibile il rapporto tra territori e parlamentari.
Da questo punto di vista, il messaggio è leggibile.
Il PD dice no a una riforma che riduce le aree territoriali e soprattutto dice no al Senato trasformato in un collegio mondiale.
Poi arriva l’emendamento che cambia il piano della battaglia
C’è però un emendamento diverso dagli altri.
È quello firmato da Giacobbe, Giorgis, Crisanti, La Marca, Parrini, Meloni e Valente che propone di aggiungere un nuovo comma 2-bis.
La formula è molto semplice:
l’articolo 6 dovrebbe applicarsi soltanto dalla seconda legislatura successiva alla sua approvazione.
Questo emendamento non cancella la riforma.
La rinvia.
Ed è forse politicamente il più interessante.
Perché introduce un principio: chi cambia le regole non dovrebbe utilizzarle immediatamente nella prima elezione utile.
È un argomento che merita attenzione indipendentemente dagli schieramenti.
Le leggi elettorali sono sempre materia delicata. Quando vengono cambiate da una maggioranza e applicate subito dopo, il sospetto di convenienza politica è quasi inevitabile.
Rinviare l’applicazione alla legislatura successiva a quella immediatamente seguente significherebbe spezzare questo collegamento.
La riforma potrebbe essere approvata oggi, ma produrrebbe i suoi effetti quando l’attuale maggioranza non avrebbe più la certezza di essere ancora maggioranza.
È un modo per rendere la modifica delle regole più neutrale.
Qui il PD tocca un punto politicamente forte
E proprio questo emendamento, a mio avviso, è quello che merita il confronto più serio.
Si può essere favorevoli o contrari al collegio unico.
Si può considerare l’attuale sistema della Circoscrizione Estero superato, inefficiente o bisognoso di una profonda revisione.
Ma una cosa dovrebbe valere per tutti: le regole elettorali non dovrebbero essere percepite come strumenti costruiti per la convenienza immediata di chi le approva.
È una questione di credibilità.
Non basta che una riforma sia formalmente legittima.
Deve anche apparire politicamente imparziale.
Ostruzionismo sì, ma non solo
Sarebbe quindi sbagliato raccontare questi emendamenti come una grande proposta organica di riforma del PD.
Non lo sono.
Molti sono chiaramente emendamenti ostruzionistici, costruiti per moltiplicare votazioni e mettere pressione sulla maggioranza.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarli soltanto come tattica parlamentare.
Perché dentro quella tattica c’è una questione reale.
Ha ancora senso la rappresentanza territoriale degli italiani all’estero?
Se la risposta è sì, un collegio mondiale al Senato pone problemi evidenti.
Se la risposta è no, allora bisogna avere il coraggio di dire che si vuole superare il modello della legge Tremaglia e costruire qualcosa di completamente diverso.
Il limbo è la soluzione peggiore.
Per Australia e Pacifico il problema è ancora più evidente
Per chi vive in Australia il tema non è teorico.
La distanza geografica è enorme.
La comunità italiana australiana ha esigenze, tempi, istituzioni e problemi completamente diversi da quelli di una comunità europea o nordamericana.
Pensare che un senatore possa rappresentare indistintamente Australia, Germania, Brasile, Stati Uniti, Sudafrica e Asia significa ridefinire completamente il concetto stesso di rappresentanza.
Può funzionare sulla carta.
Molto meno nella realtà.
Un collegio mondiale rischia di trasformare il senatore eletto all’estero in un parlamentare degli italiani nel mondo in senso astratto, ma sempre meno in un rappresentante concreto delle comunità.
Ed è questa, più ancora della tecnica elettorale, la domanda che dovrebbe arrivare in Aula.
La battaglia vera comincia adesso
Il PD ha quindi scelto la strada più dura.
Prima tenta di sopprimere l’intero articolo 6.
Poi lo attacca pezzo per pezzo.
Infine propone una clausola di salvaguardia temporale: se la riforma deve passare, almeno non venga utilizzata subito.
La maggioranza dovrà decidere se respingere tutto in blocco oppure aprire a qualche modifica.
Ma al di là dei numeri parlamentari, c’è una questione che riguarda direttamente milioni di cittadini italiani residenti all’estero.
Ridurre le ripartizioni e trasformare il Senato in un collegio mondiale non significa soltanto cambiare una legge elettorale. Significa decidere che cosa intendiamo ancora per rappresentanza degli italiani nel mondo.
E su questo sarebbe utile discutere molto più di quanto si discuta delle semplici formule elettorali.
