Due lavoratori sono stati salvati dopo nove giorni trascorsi intrappolati in un tunnel di una centrale idroelettrica colpita dall’alluvione che ha devastato il Nepal. Il salvataggio riaccende le speranze mentre il bilancio continua ad aggravarsi: secondo l’agenzia nepalese per la gestione delle catastrofi, i morti sono saliti a 1.259 e i dispersi a 5.083. Circa 900 lavoratori risultano ancora irrintracciabili nei progetti idroelettrici delle aree colpite.
Dopo nove giorni sotto terra, due operai sono stati estratti vivi da un tunnel di un impianto idroelettrico in Nepal.
La notizia arriva mentre le squadre di soccorso continuano a lavorare nelle vallate devastate dall’alluvione del 26 agosto, provocata dal collasso di un ghiacciaio e dalla successiva massa di acqua, ghiaccio, rocce e fango che ha travolto il distretto di Rasuwa, al confine con il Tibet.
Le televisioni locali hanno mostrato uno dei lavoratori completamente ricoperto di fango mentre veniva trasportato fuori dal sito sulle spalle di un soccorritore. Una squadra medica lo ha immediatamente sottoposto ai primi controlli.
Nove giorni nel tunnel
Il salvataggio è particolarmente significativo perché avviene a nove giorni dal disastro.
Secondo le autorità nepalesi, circa 900 lavoratori risultano ancora dispersi nei dodici progetti idroelettrici colpiti e si ritiene che circa 500 possano trovarsi nei tunnel.
Negli ultimi giorni le operazioni si erano concentrate proprio sulle strutture sotterranee, dove gli ingegneri ritengono possibile la presenza di sacche d’aria e spazi rimasti relativamente protetti dall’ondata di piena.
Prima di questo salvataggio, l’esercito aveva recuperato quattro corpi da tre gallerie completamente invase dal fango.
Il ritrovamento di due persone vive dimostra che, nonostante il tempo trascorso, le ricerche nei tunnel non possono ancora essere considerate concluse.
Il bilancio sale a 1.259 morti
Il quadro generale resta però drammatico.
L’agenzia nepalese per la gestione delle catastrofi ha aggiornato il bilancio a 1.259 morti e 5.083 dispersi. Il giorno precedente le autorità avevano riferito di 1.204 vittime e 4.216 persone ancora irrintracciabili.
Nel vicino Tibet, secondo i dati ufficiali citati nel rapporto, risultano 21 morti e 541 dispersi.
I numeri restano provvisori e continuano a cambiare con il progressivo accesso alle aree rimaste isolate per giorni.
Riaperta una strada verso Gyirong
Sul versante cinese è stato intanto riaperto un collegamento terrestre verso la contea tibetana di Gyirong, una delle zone più duramente colpite.
Le squadre cinesi hanno definito il corridoio di soccorso “praticamente aperto”. La nuova via consentirà di portare via terra personale, rifornimenti e attrezzature nelle aree che fino ad ora erano raggiungibili soprattutto con elicotteri, droni e sistemi satellitari.
La piena aveva distrutto il valico di Gyirong e lunghi tratti della strada statale G216, modificando in alcuni punti anche il corso del fiume.
La corsa nelle centrali idroelettriche
Una delle operazioni più complesse riguarda l’Upper Trishuli 3A Hydropower Project, nel distretto di Nuwakot.
Gli ingegneri dell’esercito nepalese hanno utilizzato anche cariche esplosive per creare accessi alle gallerie. Dopo tre giorni di lavori era stato aperto un varco di circa 60 per 90 centimetri e una squadra era riuscita a entrare utilizzando corde.
Le autorità stimavano che almeno 35 persone potessero trovarsi all’interno del tunnel di Trishuli 3A e il governo aveva indicato la possibilità che oltre cento lavoratori fossero ancora vivi nei diversi impianti sotterranei.
Il salvataggio delle ultime ore dà nuovo peso a quella ipotesi.
Tre italiani ancora dispersi
Tra le persone di cui non si hanno ancora notizie figurano anche tre cittadini italiani: Marco Ratto, Luca Barachini e Patrizia Marziale, secondo il quadro riportato nell’ultimo aggiornamento.
La famiglia di Marco Ratto, orafo di Rapallo, ha chiesto nei giorni scorsi riservatezza, ringraziando per la vicinanza ricevuta e spiegando di voler attendere l’esito delle ricerche e degli accertamenti ufficiali senza ulteriori dichiarazioni pubbliche.
Nepal punta il dito sul cambiamento climatico
Alla tragedia si aggiunge anche un fronte diplomatico.
Secondo quanto riportato dai media, il governo nepalese starebbe valutando un’iniziativa per chiedere compensazioni ai Paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra, collegando la vulnerabilità dell’Himalaya agli effetti del riscaldamento globale.
Il ministro degli Esteri Shisir Khanal avrebbe indicato Cina, Stati Uniti e India tra i maggiori emettitori, sostenendo la necessità di riconoscere una responsabilità verso i Paesi più esposti agli effetti climatici. Si tratta, al momento, di una posizione politica riportata dai media e non di un risarcimento già concordato.
Le cause precise del collasso glaciale e il ruolo dei diversi fattori climatici richiederanno comunque valutazioni scientifiche specifiche.
Le ricerche continuano
Decine di migliaia di soccorritori sono impegnati tra Nepal e Tibet. Strade distrutte, frane, fango e maltempo continuano a rallentare le operazioni.
Con il passare dei giorni, ogni salvataggio assume un peso maggiore.
I due operai usciti vivi dal tunnel dopo nove giorni non cambiano le dimensioni della catastrofe, ma dimostrano che sotto le montagne e dentro le centrali sommerse può esserci ancora qualcuno da raggiungere.
