L’Australia continua a mostrare numeri positivi sul PIL complessivo, ma dietro i dati nazionali cresce la preoccupazione per il tenore di vita delle famiglie. L’economista Leith van Onselen avverte che il Paese sarebbe entrato in una fase di crescita pro capite quasi nulla, salari reali ancora depressi e produttività debole. Il paragone con l’Argentina è volutamente estremo, ma il punto sollevato riguarda una questione concreta: un’economia può crescere nel totale mentre i singoli cittadini diventano relativamente più poveri.
L’economia australiana cresce, ma non necessariamente gli australiani.
È questa la tesi sostenuta dall’economista Leith van Onselen, che in un intervento su 2GB ha messo in discussione la lettura ottimistica degli ultimi dati economici e ha lanciato un avvertimento pesante sul futuro del Paese.
Secondo van Onselen, se l’Australia dovesse continuare per altri venti o trent’anni con produttività debole, forte crescita della popolazione, elevata spesa pubblica e stagnazione del reddito reale pro capite, rischierebbe un lungo processo di impoverimento relativo.
Da qui il paragone con l’Argentina, un Paese che all’inizio del Novecento figurava tra le economie più ricche del mondo e che nei decenni successivi ha attraversato ripetute crisi, inflazione e perdita di potere d’acquisto.
Non significa che Australia e Argentina si trovino oggi nelle stesse condizioni. Il riferimento è una previsione estrema utilizzata dall’economista per richiamare l’attenzione sulle tendenze di lungo periodo.
PIL in crescita, ma la popolazione cresce ancora più rapidamente
I dati dell’Australian Bureau of Statistics indicano una crescita dell’economia dello 0,4% nel trimestre di giugno e del 2,1% nell’ultimo anno finanziario.
Il Treasurer Jim Chalmers ha utilizzato questi numeri per sottolineare che l’Australia sta crescendo più rapidamente di molte altre grandi economie avanzate, evidenziando anche la solidità dell’occupazione e il livello relativamente contenuto del debito pubblico in rapporto al PIL.
Van Onselen contesta però l’utilizzo del solo PIL aggregato.
Il problema, sostiene, è che la popolazione australiana sta crescendo molto più velocemente rispetto a quella della maggior parte delle economie sviluppate.
Se il PIL aumenta del 2% ma anche il numero di persone tra cui quella ricchezza deve essere distribuita cresce rapidamente, il miglioramento percepito dalle famiglie può essere molto inferiore.
Secondo la sua lettura, il PIL pro capite sarebbe rimasto sostanzialmente fermo nel trimestre di giugno e sarebbe diminuito dello 0,3% rispetto all’insediamento del governo Albanese nel 2022.
Salari reali ancora sotto i livelli del 2020
Un altro punto riguarda il potere d’acquisto.
Van Onselen sostiene che i salari reali siano ancora circa il 6% inferiori al picco registrato a metà 2020 e si trovino su livelli comparabili a quelli del 2011.
Il problema non è quindi soltanto quanto aumenta lo stipendio nominale.
Conta quanto quello stipendio permette effettivamente di acquistare dopo aver considerato inflazione, mutui, affitti, energia, alimentari e altri costi essenziali.
Ed è proprio questa differenza tra numeri macroeconomici e esperienza quotidiana che aiuta a spiegare il crescente malcontento.
Gli australiani possono leggere che il PIL aumenta e, nello stesso momento, constatare che il proprio reddito disponibile compra meno.
Reddito disponibile pro capite tra i più deboli
L’economista richiama anche i dati dell’OECD sul reddito disponibile reale delle famiglie pro capite, uno degli indicatori più utilizzati per valutare concretamente l’andamento degli standard di vita.
Secondo van Onselen, la performance australiana su questo fronte è stata tra le più deboli del mondo avanzato.
È un elemento centrale del dibattito.
Un’economia può infatti espandersi grazie all’aumento della popolazione, degli investimenti o della spesa pubblica senza necessariamente produrre un miglioramento proporzionale delle condizioni economiche individuali.
Il rischio è quella che viene spesso definita una “recessione pro capite”: il Paese nel complesso cresce, ma la quota di ricchezza disponibile per ciascun abitante ristagna o diminuisce.
Produttività, il problema strutturale
Alla base di tutto c’è la produttività.
Van Onselen sostiene che la produttività australiana sia diminuita di circa il 5% rispetto a marzo 2022 e che la performance del Paese nell’ultimo decennio sia stata tra le più deboli delle economie sviluppate.
È probabilmente questo il problema più importante.
Nel lungo periodo, salari e standard di vita possono crescere in modo sostenibile soprattutto se ogni ora lavorata produce maggiore valore.
Se la produttività ristagna, aumentare gli stipendi diventa più difficile senza alimentare inflazione o comprimere i margini delle imprese.
Ed è qui che il dibattito va oltre la politica quotidiana.
Migrazione sotto accusa, ma il nodo è la qualità
Van Onselen collega una parte della debolezza pro capite anche all’elevata immigrazione.
La sua proposta è un programma più piccolo e selettivo, orientato maggiormente verso il principio di “quality over quantity”.
Il ragionamento è che una crescita molto rapida della popolazione può aumentare il PIL complessivo, ma contemporaneamente creare maggiore pressione su abitazioni, infrastrutture, ospedali, trasporti e servizi se l’offerta non riesce a crescere allo stesso ritmo.
È però necessario distinguere.
L’immigrazione contribuisce anche a colmare carenze di personale in sanità, edilizia, hospitality, tecnologia e numerosi altri comparti.
La questione economica non è quindi semplicemente scegliere tra più o meno immigrazione, ma valutare quali competenze servono, quante persone il Paese riesce ad assorbire e quanto rapidamente riesce ad aumentare abitazioni e infrastrutture.
Il malcontento e la crescita di One Nation
Secondo van Onselen, il deterioramento percepito degli standard di vita contribuisce anche alla crescita del consenso verso One Nation.
La spiegazione proposta è economica prima ancora che ideologica.
Famiglie che sentono di perdere potere d’acquisto, che faticano ad acquistare una casa o affrontano costi crescenti possono diventare più disponibili a sostenere forze politiche che promettono una rottura con le politiche tradizionali.
È una lettura che trova un contesto favorevole nell’attuale dibattito migratorio, dove una quota crescente di elettori chiede una riduzione degli ingressi.
Il paragone con l’Argentina
Il riferimento all’Argentina resta la parte più provocatoria dell’analisi.
Van Onselen non sostiene che l’Australia sia oggi prossima a una crisi paragonabile a quella argentina.
Il suo avvertimento riguarda piuttosto l’effetto cumulativo di decenni di politiche incapaci di migliorare produttività e redditi.
L’Argentina rappresenta, nella sua argomentazione, il caso storico di una nazione molto ricca che ha progressivamente perso posizione rispetto al resto del mondo.
Il messaggio è che nessun livello di prosperità è garantito per sempre.
Quali riforme propone
Per invertire la tendenza, van Onselen indica una combinazione di interventi: una migrazione più mirata, maggiore disciplina nella spesa pubblica, riforme delle relazioni industriali e una revisione del sistema fiscale ispirata anche alle indicazioni dell’Henry Tax Review.
Non esiste però una singola misura in grado di risolvere il problema.
La crescita della produttività dipende da investimenti, competenze, infrastrutture, concorrenza, tecnologia, tassazione e capacità delle imprese di innovare.
Ed è proprio questo che rende il confronto politico più difficile.
La domanda che resta aperta
Il governo può legittimamente indicare un PIL in crescita, un mercato del lavoro relativamente forte e indicatori migliori rispetto ad altre economie avanzate.
Allo stesso tempo, le critiche basate sui dati pro capite non possono essere liquidate.
Le due letture descrivono aspetti diversi della stessa economia.
L’Australia continua a crescere come Paese. La questione è se stiano crescendo anche le condizioni economiche dei suoi cittadini.
Ed è su questo terreno — salari reali, reddito disponibile, produttività, casa e costo della vita — che si giocherà probabilmente una parte decisiva del confronto politico dei prossimi anni.
Il rischio di diventare “la prossima Argentina” resta un’ipotesi estrema avanzata da un economista. Ma il problema che la sostiene è molto più concreto: senza crescita della produttività e del reddito reale pro capite, il benessere accumulato dall’Australia non può essere considerato automaticamente garantito.
