Australia, ASX perde 50 miliardi in una seduta: peggior giornata da marzo, petrolio oltre 101 dollari e cresce il rischio tassi

Giornata pesante per la Borsa australiana. L’ASX 200 è sceso fino all’1,87%, bruciando circa 50 miliardi di dollari di capitalizzazione e registrando la peggiore seduta dal 9 marzo. A pesare sono l’escalation della guerra tra Stati Uniti e Iran, con il Brent sopra i 101 dollari al barile, e il rapido aumento delle aspettative per nuovi rialzi dei tassi d’interesse. I mercati attribuiscono ora una probabilità del 75% a un nuovo aumento della Reserve Bank of Australia il 29 settembre.

Una delle peggiori giornate dell’anno per il mercato azionario australiano.

L’ASX 200 è precipitato fino a quota 8.745 punti, con una perdita intraday dell’1,87% e circa 50 miliardi di dollari cancellati dal valore delle società quotate.

Ben 166 titoli su 200 risultavano in territorio negativo. Per ritrovare una seduta peggiore bisogna tornare al 9 marzo, quando l’indice aveva ceduto il 2,9%. 

La flessione ha inoltre riportato l’indice ai livelli di inizio luglio, cancellando di fatto i guadagni accumulati nelle ultime dieci settimane. 

Non è solo l’Australia: borse in rosso in tutto il mondo

La debolezza non riguarda soltanto Sydney.

Wall Street ha chiuso in negativo, con Dow Jones -0,8%, S&P 500 -0,5% e Nasdaq -0,3%. In Europa lo Stoxx 600 ha perso l’1,4%, mentre il DAX tedesco ha ceduto l’1,7%.

Pressione anche in Asia, con Nikkei, KOSPI e Hang Seng in calo. 

Il denominatore comune è l’aumento della percezione del rischio: energia più cara, inflazione potenzialmente più persistente e banche centrali che potrebbero essere costrette a mantenere una politica monetaria più restrittiva.

Petrolio sopra 101 dollari

Al centro delle preoccupazioni c’è nuovamente il Medio Oriente.

I futures sul Brent hanno superato i 101 dollari al barile, dopo un forte rialzo legato all’ulteriore escalation tra Stati Uniti e Iran.

Teheran ha dichiarato di aver attaccato dieci navi nei pressi dello Stretto di Hormuz dopo l’affondamento di cinque petroliere iraniane da parte degli Stati Uniti. È la più ampia ondata dichiarata di attacchi alla navigazione dall’inizio della guerra, oltre sei mesi fa. 

Lo Stretto di Hormuz resta una delle arterie energetiche più importanti del mondo. Ogni ulteriore riduzione dei flussi può aumentare rapidamente i prezzi del greggio e, successivamente, quelli di benzina, diesel, trasporti e beni di consumo.

Il rischio è una nuova spinta all’inflazione

È proprio questa catena di effetti a preoccupare gli investitori.

Un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari aumenta i costi delle imprese. Una parte di questi costi viene normalmente trasferita sui consumatori, alimentando l’inflazione.

E inflazione più alta significa maggiore probabilità di nuovi rialzi dei tassi.

Il mercato sta quindi rapidamente modificando le proprie aspettative sulle principali banche centrali mondiali. 

RBA, il mercato vede un 75% di possibilità di un nuovo rialzo

Per le famiglie australiane questo è probabilmente il dato più importante della giornata.

Secondo le probabilità incorporate nei mercati finanziari, ci sarebbe ora circa il 75% di possibilità che la Reserve Bank of Australia aumenti nuovamente il cash rate nella riunione del 29 settembre.

Si tratterebbe del quarto rialzo dell’anno.

Guardando più avanti, il mercato assegna addirittura una probabilità del 94% a un quinto aumento entro marzo 2027. 

Naturalmente si tratta di aspettative di mercato, non di una decisione già presa dalla RBA.

Ma quelle aspettative influenzano immediatamente obbligazioni, azioni, cambio e costi di finanziamento.

Fed, BCE e Giappone: rischio rialzi simultanei

La pressione è internazionale.

I mercati si aspettano un rialzo della Banca Centrale Europea, mentre per la Federal Reserve americana viene stimata una probabilità del 63% di aumento alla riunione del 17 settembre, che salirebbe al 92% entro ottobre.

Per la Bank of Japan, la probabilità di un rialzo il 18 settembre viene indicata al 97%. 

Lo scenario che sta spaventando gli investitori è quindi quello di un nuovo ciclo coordinato di irrigidimento monetario proprio mentre la crescita economica mostra segnali di rallentamento.

Rendimenti obbligazionari in forte aumento

La tensione è evidente anche sul mercato del debito.

Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni ha raggiunto il 4,85%, massimo da quasi tre anni.

In Germania, il governo è stato costretto a offrire il rendimento più elevato degli ultimi 17 anni sui titoli decennali, pari al 3,39%. 

Tassi obbligazionari più elevati rendono le azioni relativamente meno interessanti e aumentano contemporaneamente il costo del capitale per le imprese.

Il dollaro australiano sale

In apparente controtendenza, il dollaro australiano ha raggiunto circa 72,2 centesimi di dollaro USA, toccando un massimo degli ultimi quattro mesi.

La spiegazione è proprio nelle aspettative sui tassi: se gli investitori ritengono probabile un aumento della RBA, gli asset denominati in dollari australiani possono diventare più remunerativi.

Il rafforzamento della valuta, quindi, non rappresenta necessariamente un segnale di ottimismo sull’economia. 

Una giornata che riporta l’inflazione al centro

Il crollo dell’ASX non nasce da un singolo fattore.

La guerra Iran-USA ha riportato il petrolio sopra 101 dollari, i mercati temono una nuova pressione inflazionistica e le probabilità di rialzi dei tassi stanno aumentando simultaneamente in Australia, Stati Uniti, Europa e Giappone.

Per gli investitori questo significa costi di finanziamento più elevati e valutazioni azionarie sotto pressione.

Per le famiglie australiane, invece, il rischio è ancora più diretto: carburanti più cari e la possibilità di un altro aumento dei mutui variabili.

Il dato dei 50 miliardi di dollari persi dall’ASX in poche ore fotografa la velocità con cui il mercato sta incorporando questo nuovo scenario.

La domanda ora è se si tratti di una correzione legata all’escalation degli ultimi giorni o dell’inizio di una fase più lunga di volatilità. Molto dipenderà dall’evoluzione della guerra nello Stretto di Hormuz e dalle decisioni che le principali banche centrali prenderanno nelle prossime tre settimane.