Il reportage “Vanishing Venice” di Foreign Correspondent accende i riflettori sul futuro di Venezia. Le barriere mobili hanno evitato numerosi allagamenti, ma vengono utilizzate molto più spesso di quanto previsto. L’innalzamento del mare pone una domanda sempre più urgente: come proteggere la città senza compromettere la laguna, le attività economiche e il rapporto con l’acqua che ne definisce l’identità?
A cura della redazione online
Il MOSE ha cambiato il rapporto di Venezia con l’acqua alta. Ma aver protetto la città dalle maree eccezionali non significa aver risolto definitivamente il problema del suo futuro.
È questo il tema centrale di “Vanishing Venice”, il reportage del programma australiano Foreign Correspondent, che attraverso le testimonianze di scienziati, responsabili delle barriere, ambientalisti e restauratori racconta una città chiamata a confrontarsi con scelte sempre più difficili. Il punto non è soltanto salvare palazzi e monumenti, ma preservare Venezia come città e come parte inseparabile della sua laguna.
Il livello dell’acqua è salito di 32 centimetri
Secondo i dati riportati da ABC, negli ultimi 130 anni il livello medio dell’acqua a Venezia è aumentato di 32 centimetri. Nello stesso quadro, 18 degli episodi di acqua alta più estremi si sono concentrati negli ultimi 23 anni.
Le alte maree, soprattutto autunnali e invernali, possono combinarsi con condizioni meteorologiche sfavorevoli nell’Adriatico e produrre allagamenti molto più estesi. L’aumento del livello medio dell’acqua rende quindi più impegnativa la difesa di una città che ha sempre vissuto a stretto contatto con il mare.
La risposta più importante è stata il MOSE, il sistema composto da 78 paratoie mobili collocate alle tre bocche di porto della laguna. Quando vengono sollevate, le barriere interrompono temporaneamente il collegamento con l’Adriatico e impediscono alla marea di propagarsi all’interno.
Le barriere vengono utilizzate più del previsto
Nel reportage, Giovanni Zarotti, presentato come direttore generale del MOSE, spiega che il sistema viene attivato circa 20-30 volte all’anno, una frequenza pari a due o tre volte quella originariamente prevista.
Zarotti riferisce che nei sei anni considerati sono state effettuate 156 chiusure, evitando altrettante situazioni di potenziale acqua alta che avrebbero interessato Venezia. È il risultato concreto di un’opera che sta svolgendo la propria funzione, ma che deve già affrontare condizioni più gravose di quelle immaginate durante la progettazione.
Il problema, dunque, non è sostenere che il MOSE sia inutile. È capire per quanto tempo e con quali conseguenze potrà continuare a essere utilizzato sempre più frequentemente.
Lionello: nello scenario peggiore, l’orizzonte si accorcia
Il climatologo Piero Lionello, intervistato da ABC, ritiene che il progetto abbia sottovalutato l’innalzamento del mare con cui le barriere avrebbero dovuto confrontarsi.
Alla domanda sulla durata futura del sistema, indica un’ipotesi particolarmente severa: «Forse 30 anni, se si materializzerà l’innalzamento del mare più drammatico». Si tratta di uno scenario condizionato, non di una scadenza certa del MOSE né della previsione che Venezia scomparirà entro quella data.
Anche lo studio di Lionello e colleghi richiamato dal reportage, pubblicato su Scientific Reports, descrive diversi percorsi possibili di adattamento, legati all’evoluzione del livello del mare. La ricerca evidenzia che riduzioni rapide delle emissioni potrebbero ancora evitare gli esiti di lungo periodo più distruttivi. Non presenta quindi la perdita della città come un destino già scritto.
Il dilemma: difendere Venezia senza soffocare la laguna
Chiudere più spesso le bocche di porto non è una scelta priva di conseguenze.
Il MOSE è stato concepito per consentire, durante le normali condizioni, sia gli scambi d’acqua tra laguna e mare sia il passaggio delle navi. Ma, secondo la stima di Lionello riportata da ABC, entro la fine del secolo le chiusure potrebbero arrivare a interessare fino a sei mesi all’anno. Una prospettiva che metterebbe in discussione l’attività portuale e gli equilibri ecologici della laguna.
L’ambientalista Jane da Mosto richiama inoltre l’attenzione sulla perdita di sedimenti. Secondo la sua analisi, la laguna sta diventando più profonda e assumendo caratteristiche sempre più simili a quelle di una baia marina, anche nella fauna che la abita.
La difesa della città si intreccia così con quella di un ambiente già sottoposto a trasformazioni importanti.
San Marco porta ancora i segni dell’acqua alta del 2019
Le conseguenze degli allagamenti non terminano quando l’acqua si ritira.
Il reportage entra nella Basilica di San Marco, dove proseguono gli interventi sui danni provocati dall’acqua alta del novembre 2019. Bruno Barel mostra i punti nei quali l’acqua raggiunse la cripta; muri antichi e marmi preziosi assorbirono acqua salata, lasciando problemi che i restauratori continuano ad affrontare.
Nel laboratorio guidato da Francesca Cassina, il lavoro procede attraverso il recupero dei mosaici e la scelta di pietre compatibili con quelle originarie. Cassina sottolinea però che le attuali protezioni non rappresentano una soluzione permanente di fronte a un livello dell’acqua che continua a crescere.
Quattro possibili strade per il futuro
L’inchiesta presenta quattro opzioni, tutte accompagnate da interrogativi. Sono ipotesi di adattamento, non interventi già decisi.
La prima punta a prolungare l’efficacia delle difese esistenti attraverso il sollevamento della città. Tra le possibilità descritte figura l’iniezione di acqua marina negli acquiferi profondi: un intervento distribuito su circa dieci anni che, secondo l’ipotesi illustrata, potrebbe produrre un innalzamento fino a 30 centimetri.
La seconda immagina una cintura di protezione attorno al centro storico, separandolo dalla laguna. È il modello della “città fortezza”: protegge l’abitato, ma modifica radicalmente il suo rapporto con l’acqua circostante.
La terza prevede invece di separare permanentemente l’intera laguna dall’Adriatico, costruendo grandi sbarramenti alle bocche di porto. Il risultato sarebbe la trasformazione della laguna in una sorta di lago costiero, con una profonda alterazione dell’ecosistema.
La quarta è la più estrema: smontare e trasferire alcuni edifici e monumenti in aree più elevate della terraferma. Lionello sottolinea il limite di questa prospettiva: conservare singoli monumenti non significherebbe salvare Venezia come insieme di società, ambiente, cultura e relazioni con l’acqua.
Salvare i monumenti non basta
Il messaggio del reportage non è che Venezia sia già perduta. È che la protezione assicurata dal MOSE non può sostituire una riflessione sul lungo periodo.
Le alternative descritte mostrano quanto sia difficile preservare contemporaneamente la città abitata, il patrimonio storico, la laguna e le attività economiche. Ogni soluzione protegge alcuni aspetti e rischia di modificarne altri.
La domanda posta da “Vanishing Venice” va quindi oltre la costruzione di nuove barriere: quale Venezia vogliamo salvare, e quali trasformazioni siamo disposti ad accettare per riuscirci?
Watch Vanishing Venice tonight on Foreign Correspondent, 8pm on ABC TV and ABC iview.
fonte ABC
