Deep View, sedicesima puntata: 15 settembre 1993, «Me l’aspettavo»

Don Pino Puglisi, il sacerdote che sfidò la mafia educando i ragazzi di Brancaccio. Venne assassinato davanti casa nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. A trentatré anni dalla morte, Deep View torna sulla sua storia: quella di un uomo che cercò di offrire ai giovani una possibilità diversa.

La sera del 15 settembre 1993, a Palermo, don Pino Puglisi stava tornando a casa. Quel giorno aveva compiuto 56 anni. Ad aspettarlo c’erano gli uomini incaricati di ucciderlo. Nel racconto che Salvatore Grigoli, l’esecutore materiale dell’omicidio, avrebbe successivamente reso in tribunale, il sacerdote sorrise e pronunciò poche parole: «Me l’aspettavo». Poi venne assassinato.

Sono le parole dalle quali parte la sedicesima puntata di Deep View by Allora! News.

Oggi, 15 settembre 2026, ricordiamo quella sera di trentatré anni fa. Ma soprattutto vogliamo tornare alla vita che la precedette. Perché raccontare padre Puglisi soltanto attraverso il suo assassinio rischia di lasciare in ombra proprio ciò che lo aveva reso un bersaglio: il suo lavoro quotidiano accanto alle persone.

Per questa puntata proponiamo il video commemorativo dedicato a padre Pino Puglisi, diffuso dal canale Chiesa Madre di Butera, accompagnandolo con una ricostruzione del suo impegno e del significato della sua testimonianza.

Un sacerdote tornato nel proprio quartiere

Giuseppe Puglisi nacque a Palermo il 15 settembre 1937, nel quartiere di Brancaccio. Entrò in seminario nel 1953 e venne ordinato sacerdote il 2 luglio 1960. Prima di tornare nella propria comunità d’origine svolse diversi incarichi pastorali, fu parroco a Godrano e insegnò religione. Il 29 settembre 1990 venne nominato parroco di San Gaetano a Brancaccio.

Non arrivava dunque come un osservatore esterno. Tornava in un territorio che apparteneva alla sua storia.

Il Centro Padre Nostro ricorda che la sua attenzione si rivolse anche agli adolescenti già coinvolti dalla criminalità mafiosa. La sua attività pastorale ed educativa, capace di offrire un’alternativa al controllo delle cosche, venne individuata dalle inchieste giudiziarie fra le ragioni dell’omicidio.

È questo il punto dal quale occorre partire per comprendere la sua vicenda: educare non era un’attività marginale rispetto alla lotta contro la mafia. Nel suo caso ne colpiva direttamente la capacità di reclutare e condizionare.

I ragazzi prima di tutto

A Brancaccio padre Puglisi organizzò attività di alfabetizzazione e formazione, sostenne l’urgenza di una scuola media e chiese servizi essenziali per il quartiere, fra i quali un ambulatorio e una biblioteca. Il suo impegno religioso si accompagnava alla promozione umana dei ragazzi e delle famiglie.

Una scuola, un luogo di incontro, un adulto disposto ad ascoltare: possono sembrare risposte piccole di fronte alla forza di un’organizzazione criminale. Eppure significano qualcosa di decisivo per chi cresce senza alternative.

Significano poter immaginare un futuro.

La lezione che possiamo leggere nell’opera di Puglisi è questa: non basta dire a un ragazzo che una strada è sbagliata. Bisogna aiutarlo a vedere che ne esiste un’altra, e renderla concretamente percorribile.

Il Centro Padre Nostro

Il Centro di Accoglienza Padre Nostro, nato nel 1991 e inaugurato nel 1993, diede una forma concreta a questo progetto. La sua storia ricorda il lavoro svolto da Puglisi insieme ai volontari per sostenere minori e adolescenti esposti all’emarginazione e al reclutamento criminale, affiancando anche le iniziative di riscatto promosse dai cittadini.

Non era il gesto isolato di un uomo che pretendeva di cambiare tutto da solo. Era il tentativo di costruire una comunità capace di prendersi cura dei propri membri.

Anche per questo sarebbe sbagliato identificare Brancaccio soltanto con la mafia. La storia del Centro racconta anche un quartiere di persone che cercavano aiuto, collaboravano e volevano condizioni di vita diverse. Dopo l’assassinio, quell’esperienza non si interruppe: il Centro proseguì il proprio lavoro ispirandosi al suo insegnamento.

Perché dava fastidio

Il potere mafioso non si esercita soltanto attraverso le armi. Nel caso di Puglisi, l’azione educativa metteva in discussione anche il consenso, il controllo sociale e la disponibilità di giovani da avvicinare alla criminalità. La documentazione ecclesiale della sua vicenda descrive una progressione di intimidazioni e minacce, alla quale il sacerdote non rispose abbandonando il proprio impegno.

La violenza raggiunse anche persone vicine a lui. Nelle dichiarazioni rese al processo, Grigoli raccontò di essere stato incaricato, insieme ad altri, di incendiare le porte delle abitazioni di tre famiglie legate a padre Puglisi. Era un modo per colpire anche la rete umana che gli si era formata attorno.

Ricordare questi fatti impedisce di trasformare la sua storia in un’immagine rassicurante. Il sorriso di don Pino non deve nascondere la concretezza delle minacce, né la responsabilità di chi decise di eliminarlo.

«Me l’aspettavo»: le parole raccontate dal suo assassino

Secondo la deposizione di Grigoli, Gaspare Spatuzza si avvicinò a Puglisi mentre il sacerdote stava per aprire il portone di casa e simulò una rapina. Fu in quel momento che don Pino sorrise e rispose: «Me l’aspettavo». Grigoli confessò di avergli sparato. Il prelievo del borsello, spiegò, doveva contribuire a far apparire l’omicidio come un delitto comune, nascondendone la matrice mafiosa.

È importante precisare da dove provenga questo racconto: quelle parole ci sono state consegnate attraverso la testimonianza dell’assassino, non attraverso una registrazione degli ultimi istanti del sacerdote.

Non possiamo attribuire a Puglisi pensieri che non conosciamo. Possiamo però ricostruire ciò che aveva fatto prima di quella sera, e comprendere perché la sua presenza fosse diventata intollerabile per chi voleva mantenere il quartiere sotto controllo.

La fede come responsabilità

Nel 2023, ricordando il trentesimo anniversario dell’omicidio, papa Francesco descrisse Puglisi come un pastore vicino ai piccoli e agli indifesi, capace di conoscere personalmente i propri ragazzi e di educarli alla libertà e al rispetto della vita. Nella stessa lettera tornò sul sorriso raccontato dall’assassino, leggendolo alla luce della sua testimonianza cristiana.

È una dimensione che non può essere separata dal suo impegno sociale. Per don Pino, la cura delle persone non era un’attività accessoria al sacerdozio: ne era un’espressione concreta.

Il 25 maggio 2013, a Palermo, Puglisi venne proclamato beato. La Chiesa ne riconobbe il martirio in odio alla fede, individuando il legame fra la sua uccisione e una fede vissuta attraverso l’educazione, la carità e la difesa della dignità umana.

Perché abbiamo scelto questo video

Perché questa storia riguarda anche il modo in cui scegliamo di ricordare.

Possiamo fermarci alla fotografia di un sacerdote sorridente, alla data dell’assassinio, alle parole pronunciate davanti ai suoi aggressori. Oppure possiamo domandarci che cosa significhi raccoglierne davvero l’eredità.

Per Deep View, raccontare Puglisi significa riportare l’attenzione sull’educazione, sulla presenza degli adulti e sulla responsabilità delle istituzioni. Significa chiedersi quali possibilità offriamo a un giovane prima che qualcun altro gli proponga appartenenza, denaro e protezione in cambio della sua libertà.

Non occorre trasformare ogni educatore in un eroe. Occorre evitare che chi educa venga lasciato solo.

Il video selezionato

Per non dimenticare padre Pino Puglisi

Fonte di pubblicazione: canale YouTube Chiesa Madre di Butera.

Un appuntamento dedicato alla memoria del sacerdote di Brancaccio, accompagnato dal contesto storico della sua vita e del suo assassinio.

▶️ Guarda il video all’interno di questa pagina.

Dopo il video resta una domanda

Fra le parole di padre Puglisi conservate dal Centro Padre Nostro ce ne sono alcune che indicano una responsabilità condivisa:

«Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto».

È da qui che vorremmo concludere questa puntata.

Non dalla convinzione che servano soltanto persone eccezionali, ma dalla domanda su ciò che ciascuno può fare nel proprio ruolo: a scuola, in famiglia, in una parrocchia, in un’associazione, nelle istituzioni.

Quanto siamo disposti a fare perché un ragazzo non debba scegliere fra sentirsi abbandonato e sentirsi protetto dalla persona sbagliata?

Ricordare don Pino Puglisi significa anche non lasciare questa domanda senza risposta.

Deep View. Guardare più a fondo.

Documentari. Inchieste. Storia. Per non dimenticare e per comprendere.

Fonte e ringraziamenti

Fonte video: Chiesa Madre di Butera.

Allora! News ringrazia il canale Chiesa Madre di Butera per aver condiviso il video commemorativo dedicato a padre Pino Puglisi. I materiali audiovisivi restano attribuiti ai rispettivi autori e produttori.

La ricostruzione storica che accompagna il filmato si basa sulla documentazione del Dicastero delle Cause dei Santi, del Centro di Accoglienza Padre Nostro, sulla lettera di papa Francesco del 2023 e sulle dichiarazioni processuali di Salvatore Grigoli riprodotte da Domani.