Il testo torna alla Camera dal 28 settembre. Preferenze con capilista bloccati, premio di maggioranza al 42% e nuove regole sulle firme. Per gli italiani all’estero restano due ripartizioni alla Camera e un collegio unico mondiale al Senato.
A cura della redazione
Il Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Il provvedimento, modificato durante l’esame a Palazzo Madama, torna ora alla Camera, dove l’approdo in Aula per la terza lettura è calendarizzato dal 28 settembre. Il voto del 15 settembre rappresenta quindi un passaggio parlamentare, non ancora l’approvazione definitiva della riforma.
Prima della votazione, le opposizioni hanno esposto cartelli con la scritta «No alla legge truffa». La maggioranza ha difeso il provvedimento come uno strumento per rafforzare la stabilità dei governi, mentre il centrosinistra contesta il sistema delle candidature, le nuove condizioni per presentare le liste e gli effetti sulla rappresentanza.
Per gli italiani nel mondo, il punto più rilevante è la conferma dell’articolo 6, rimasto invariato rispetto alla versione approvata a Montecitorio. Il testo riduce da quattro a due le ripartizioni della Circoscrizione Estero per la Camera e prevede l’elezione dei senatori in un unico collegio comprendente l’intera Circoscrizione Estero.
Alla Camera la distinzione sarà tra Europa e resto del mondo. Per le comunità italiane in Australia viene dunque meno, nel modello proposto, l’autonomia dell’attuale ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, accorpata alle Americhe. Al Senato tutti gli elettori all’estero confluiranno nello stesso collegio.
La riforma mantiene il voto degli italiani residenti fuori dall’Italia, ma modifica profondamente il rapporto territoriale tra comunità ed eletti. È su questo punto che si sono concentrate le critiche durante il dibattito.
«Non è con un colpo di penna che si vincono le elezioni», ha dichiarato il senatore del Partito democratico Francesco Giacobbe, eletto all’estero.
Il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto ha contestato l’ampiezza delle nuove aree elettorali, sostenendo che una circoscrizione “resto del mondo” indebolisca il rapporto tra rappresentante e territorio. «Un collegio così ampio è impossibile da rappresentare», ha affermato.
Un passaggio significativo ha riguardato l’emendamento all’articolo 6 presentato da Roberto Menia, senatore di Fratelli d’Italia. Dopo il parere contrario del governo e l’invito al ritiro, Menia ha rinunciato alla proposta con le parole: «Non comprendo ma ritiro».
L’emendamento è stato però ripreso e sottoscritto da Scalfarotto, consentendo all’Aula di pronunciarsi. Il risultato è stato di 8 voti favorevoli, 87 contrari e 55 astenuti. Il ritiro da parte di Menia e la successiva bocciatura sono dunque due momenti distinti della stessa vicenda parlamentare.
È passato senza modifiche rispetto alla Camera anche l’articolo 7, che interviene sulla presentazione delle liste all’estero. Resta prevista la raccolta di almeno 500 e non più di 1.000 firme di elettori residenti nella relativa ripartizione, con esenzioni per i partiti costituiti in gruppo parlamentare anche in una sola Camera nella legislatura in corso e per le formazioni che, alle precedenti elezioni, abbiano presentato un proprio contrassegno ottenendo almeno un seggio.
Sul sistema nazionale, la riforma adotta un impianto proporzionale con un premio di maggioranza per la coalizione che raggiunge almeno il 42% dei consensi in entrambe le Camere. Il premio previsto è di 70 deputati e 35 senatori, con un limite complessivo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato.
Tra le modifiche introdotte a Palazzo Madama figura la possibilità di esprimere fino a tre preferenze, con alternanza di genere, a partire dal secondo candidato in lista. Restano quindi i capilista bloccati. Le opposizioni chiedevano di eliminare anche questo vincolo, ma le loro proposte sono state respinte.
Il testo prevede inoltre l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio che sarà proposto al capo dello Stato: una designazione politica che non equivale all’elezione diretta del premier.
Sale invece ad almeno 6.000 firme per collegio l’obbligo per le formazioni non rappresentate in Parlamento. La soglia approvata deriva dalla riformulazione di una proposta che inizialmente ne prevedeva 9.000. È stata eliminata anche la cosiddetta norma “anti-cespugli”, relativa al contributo dei voti delle liste minori al calcolo del premio di coalizione.
Confermato il voto fuori sede, con l’estensione ai caregiver familiari. Respinta la proposta sulle firme digitali, mentre Marcello Pera ha ritirato il proprio emendamento sul ballottaggio.
La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati ha indicato nella stabilità l’obiettivo del provvedimento e si è detta fiduciosa sul prossimo passaggio: «Non credo proprio che alla Camera ci saranno sussulti». Il confronto parlamentare riprenderà a Montecitorio, chiamato a esaminare le modifiche approvate dal Senato.
