di Cav. Luigi De Luca OMRI
Stamattina mi sono svegliato presto. Non è una grande notizia. A una certa età succede.
La vera domanda è perché, una volta svegli, il cervello decida di mettersi a lavorare prima ancora del caffè. Pensavo a quelle persone che giocano. Non necessariamente ai grandi giocatori. Pensavo a quelli che comprano un biglietto, scelgono qualche numero, fanno una piccola scommessa e per qualche minuto si concedono un pensiero bellissimo: “E se vincessi?” Cosa farei? Pagherei il mutuo.
Comprerei una casa. Aiuterei i miei figli. Farei quel viaggio. Smetterei di preoccuparmi dei soldi. Forse lavorerei meno. Insomma, comincerei finalmente a vivere un po’ più tranquillo. Poi ho pensato a un’altra persona. Quella che, mentre il primo compra il suo biglietto, si sta mettendo le scarpe per andare al lavoro. Si alza presto.
Prende la macchina, il treno o l’autobus. Apre il negozio. Entra in ufficio. Accende il forno. Alza la serranda. Anche lui vuole fare soldi. Magari vuole fare carriera. Avere più clienti. Aprire un’altra attività. Mettere qualcosa da parte. Dare un futuro migliore ai propri figli.
E allora mi è venuta in mente una frase: Il coraggio di vincere e il coraggio di guadagnare. Naturalmente non sono la stessa cosa. Chi gioca affida una parte del proprio desiderio alla fortuna. Chi lavora affida quel desiderio al proprio tempo, alle proprie capacità, alla fatica e, qualche volta, anche al sacrificio.
Ma continuando a pensarci mi sono accorto che possono avere qualcosa in comune. Entrambi possono cadere nella tentazione di rimandare la felicità. “Quando vincerò…” “Quando guadagnerò di più…” “Quando avrò finito di pagare…” “Quando l’azienda andrà meglio…” “Quando avrò abbastanza…” Quando.
Una parola piccolissima che può mangiarsi anni interi. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare di guadagnare di più. Il denaro serve. Ci permette di vivere, di proteggere la famiglia, di studiare, viaggiare, aiutare qualcuno e affrontare gli imprevisti. E non credo neppure che comprare ogni tanto un biglietto della lotteria renda una persona irresponsabile. Il problema comincia quando al denaro affidiamo un compito che forse non gli appartiene: decidere quando possiamo cominciare a vivere.
Quanto costa abbastanza? Forse questa è la domanda che facciamo troppo poco. Sappiamo quanto vorremmo guadagnare. Sappiamo quanto costa una casa. Sappiamo quanto abbiamo sul conto. Sappiamo quanto vorremmo mettere da parte. Ma sappiamo dire quanto è abbastanza? Perché c’è sempre un numero successivo. Chi ha cento vorrebbe duecento. Chi raggiunge duecento comincia a pensare a trecento. E senza accorgercene possiamo trasformare la vita in una specie di slot machine molto più rispettabile: invece di tirare una leva, continuiamo a lavorare aspettando che sul display compaia finalmente la cifra che ci farà sentire tranquilli. Solo che nel frattempo stiamo giocando qualcosa di molto prezioso. Il nostro tempo. E quello, a differenza del denaro, non possiamo riguadagnarlo.
Forse esiste un terzo coraggio. C’è il coraggio di chi tenta la fortuna. C’è il coraggio di chi si alza ogni mattina e costruisce qualcosa con il proprio lavoro. Ma forse ce n’è un terzo, del quale parliamo molto meno. Il coraggio di riconoscere quando abbiamo abbastanza. Non significa smettere di avere ambizioni. Non significa accontentarsi di una vita che non ci piace.
E certamente non significa dire a chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese che il denaro non conta. Quando manca, conta eccome. Significa semplicemente ricordarci che guadagnare dovrebbe servire alla vita, non sostituirla. Forse non possiamo fare oggi il viaggio dei nostri sogni.
Ma possiamo sederci a tavola mezz’ora in più con qualcuno che amiamo. Forse non possiamo comprare quella casa. Ma possiamo entrare in quella che abbiamo e accorgerci di chi ci sta aspettando. Forse non possiamo smettere di lavorare. Ma possiamo smettere, almeno qualche volta, di pensare che tutto ciò che non produce denaro sia tempo perso.
Perché un giorno potremmo finalmente raggiungere quella cifra che inseguivamo. Guardare il conto. Sorridere. E scoprire di aver vinto. Ma sarebbe triste accorgersi, proprio in quel momento, di aver giocato per vincerla la parte più preziosa della nostra vita.
Forse allora la vera ricchezza non è poter dire: “Ho finalmente abbastanza soldi.” Forse è riuscire a dire: “Quello che ho guadagnato mi ha aiutato a vivere. Ma non mi sono dimenticato di vivere mentre lo guadagnavo.”
