Il governo punta a blindare le modifiche allo Stabilicum, ma l’approvazione finale alla Camera resta un passaggio distinto. Le divisioni sulle preferenze e il fattore Vannacci alimentano le incognite nella maggioranza.
A cura della redazione online
La riforma elettorale torna alla Camera con una domanda che riguarda anche la tenuta politica del centrodestra: la maggioranza riuscirà ad approvare il testo che ha costruito? Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione di ricorrere alla fiducia, ma questa scelta non elimina il rischio di una bocciatura nel voto conclusivo. Sulla legge nel suo insieme potrà infatti essere chiesto lo scrutinio segreto, lasciando spazio al dissenso dei deputati contrari alla riforma.
Il provvedimento, ribattezzato Stabilicum, è tornato a Montecitorio dopo le modifiche introdotte dal Senato. La Camera lo aveva approvato in prima lettura a luglio; il nuovo passaggio potrebbe completare l’iter parlamentare, purché venga confermato il testo arrivato da Palazzo Madama.
Il nodo è la distinzione fra voto di fiducia e voto finale. La fiducia si esprime per appello nominale: ogni parlamentare assume pubblicamente la responsabilità della propria scelta. Quando viene posta sul mantenimento di un articolo, la sua approvazione comporta anche il rigetto degli emendamenti riferiti a quell’articolo. Il voto conclusivo sull’intero provvedimento resta però un passaggio separato.
Gli articoli 49 e 51 del regolamento della Camera consentono di chiedere lo scrutinio segreto sulle leggi elettorali. La richiesta può arrivare da almeno venti deputati, oppure da uno o più presidenti di gruppo che rappresentino complessivamente almeno lo stesso numero di parlamentari. Non è quindi una modalità automatica, ma una possibilità prevista dalle regole di Montecitorio.
Questo significa che un deputato potrebbe sostenere il governo nei voti di fiducia e successivamente respingere la legge senza rendere riconoscibile la propria scelta individuale. È il margine nel quale potrebbero muoversi i cosiddetti franchi tiratori, parlamentari che votano diversamente dalle indicazioni del proprio partito.
Un precedente esiste già. Durante il primo esame alla Camera, l’emendamento della maggioranza per introdurre le preferenze era stato bocciato a scrutinio segreto per un solo voto. Le preferenze sono poi entrate nel testo al Senato, dove il voto palese ha reso visibile la posizione di ciascun parlamentare.
La soluzione concordata a Palazzo Madama non ha però cancellato tutte le divergenze. Fratelli d’Italia e Noi Moderatihanno sostenuto l’introduzione delle preferenze, mentre Forza Italia e Lega hanno manifestato maggiori riserve. Il compromesso comprende la presenza dei capilista bloccati, uno degli elementi richiesti per raggiungere un’intesa nella coalizione.
Il percorso prospettato per il nuovo esame alla Camera comprende tre voti di fiducia sui principali punti modificati al Senato: preferenze, firme necessarie per la presentazione delle candidature e disposizioni relative al collegio di Bolzano. L’obiettivo politico è assicurare il sostegno pubblico della maggioranza a queste scelte, oltre ad accelerare l’esame.
Resta poi il fattore Roberto Vannacci. La nascita di Futuro Nazionale ha aggiunto un’incognita ai calcoli elettorali dei partiti di governo. Se il nuovo partito raccogliesse una quota significativa del consenso a destra, la decisione di correre autonomamente o dentro una coalizione potrebbe incidere sulla possibilità di raggiungere la soglia prevista per il premio di maggioranza.
Per il centrodestra, dunque, la valutazione della riforma riguarda anche il rapporto con una forza politica che potrebbe diventare importante nella costruzione di un’alleanza vincente. È uno scenario legato a candidature, accordi e risultati ancora da determinare: i sondaggi non consentono di anticipare l’esito delle elezioni.
Una bocciatura dello Stabilicum sarebbe certamente una sconfitta politica per l’esecutivo, soprattutto dopo aver impegnato la maggioranza attraverso la fiducia. Non determinerebbe però automaticamente le dimissioni del governo. L’articolo 94 della Costituzione distingue il rapporto fiduciario dalla normale attività legislativa e stabilisce che un voto contrario su una proposta governativa non comporta, da solo, l’obbligo di dimettersi.
Le conseguenze dipenderebbero quindi dalle scelte della presidente del Consiglio e dei partiti della coalizione. Una crisi resta una possibilità politica, non un esito già scritto.
Il voto finale sarà così il passaggio decisivo per verificare quanto sia solido l’accordo sulla riforma. La fiducia può richiamare i deputati alla lealtà verso il governo; l’eventuale scrutinio segreto misurerà il consenso effettivo sul sistema con il quale gli stessi parlamentari saranno chiamati a confrontarsi alle prossime elezioni.
