De’ Conti, il viaggiatore che anticipò l’epoca delle esplorazioni

di Generoso d’Agnese

Si narra che i suoi viaggi, i cui resoconti circolarono inizialmente in forma manoscritta, influenzando profondamente la comprensione geografica delle aree attorno all’Oceano Indiano nella metà del XV secolo. Fu uno dei primi a descrivere le Isole della Sonda e le Isole delle Spezie, contribuì a rivalutare l’opera di Marco Polo, alla quale prima di allora si dava poco credito e grazie ai suoi racconti probabilmente molti altri europei trovarono il coraggio dell’esplorazione.

Eppure, come capita a troppi italiani, il suo nome si è perso nelle nebbie della memoria collettiva, consegnato a un ingiusto oblio spezzato soltanto l’anno scorso, quando un convegno organizzato nella sua città natale – Chioggia – ne tracciò il profilo umano.

Niccolò de’ Conti era nato nella città veneta nel 1395, figlio di Giovanni, morendovi nel 1469. Tra le due date di inizio e fine vita, pensò bene di affrontare le incognite di un Pianeta in gran parte ancora sconosciuto agli europei. Esploratore e mercante, la sua storia è avvolta dalla nebbia fin dagli anni giovanili, di cui poco si sa. Le prime notizie lo indicano a Damasco, da dove nel 1414 ebbero inizio le sue lunghe peregrinazioni nel Medio e nell’Estremo Oriente. 

Dopo aver appreso la lingua araba nei suoi anni di soggiorno a Damasco, decise di aggregarsi a una carovana che attraversò il deserto compreso fra i territori della Siria e l’Eufrate. Percorse la Mesopotamia per fermarsi inizialmente a Bagdad e per riprendere il viaggio con la navigazione lungo il Tigri e l’Eufrate ed attraverso i canali che uniscono questi due fiumi e che da essi si diramano. De’ Conti giunse a Bassora e alla foce dello Shatt al-‘Arab, navigò in seguito tutto il golfo Persico fino a Bandar ‘Abbās ed alla vicina isola di Hormūz. Dopo aver toccato il porto di Kalhat nel golfo di ‘Omān proseguì verso Cambay e dopo venti giorni toccò la città di Pachamur, (attuale Barkur), a nord di Mangalore, e la città di Helly, una città oggi scomparsa ma all’epoca capitale del Deccan. Il navigatore chioggiotto continuò il suo viaggoi spostandosi a “Maliapur”, sulla costa orientale dell’India (dovrebbe essere la moderna Mylapore, nello Chennai), dove visitò la tomba di San Tommaso, dove era vivo il culto di s. Tommaso, venerato dai nestoriani. 

De’ Conti lasciò l’India e navigò verso Sumatra, superando l’arcipelago delle Andamane, per restarvi un anno a Pedir nella parte settentrionale, acquisendo conoscenza del luogo e informazioni utili sul commercio dell’oro e delle spezie.

Da Sumatra egli passò alla penisola trarisgangetica e, dopo sedici giorni di navigazione, spinto da una tempesta, approdò sulla costa della regione di Tenasserim, in Birmania, alla città dello stesso nome, posta sull’omonimo fiume. Salpò quindi verso la foce del Gange, visitando Bardhaman (in Bengala), e quindi proseguendo via terra fino ad Arakan (in Birmania). 

Durante i suoi viaggi, Niccolò De’ Conti descrisse le culture del Sudest asiatico “superiori a tutte le altre regioni per ricchezza cultura e magnificenza, e al pari dell’Italia per civiltà”.

Dalle foci del fiume Kuladan giunse, in sei giorni, alla città dallo stesso nome (forse l’attuale Mrohung), e di qui, tagliando l’Arakan, in poco più di un mese arrivò al fiume Irrawaddy, per toccare infine la città di Ava dopo un altro mese di navigazione controcorrente. Da Ava ripartì dirigendosi verso il mare, che raggiunse dopo diciassette giorni, e trovando la città di Zeython; dopo dieci giorni arrivò a Panconia o Pauconia, per fermarvisi quattro mesi e riprendere poi la via del mare. Pasando davanti all’isola di Giava e all’isola di Borneo, vi sostò in entrambi per diversi mesi, descrivendo la ferocia dei costumi dei loro abitanti e tratteggiando per primo le isole di Celebes ed le Molucche. 

Non andò però oltre queste isole, come qualcuno ha voluto sostenere, perché, riprendendo il resoconto dei suoi viaggi, afferma che, lasciate le due Giave, si diresse verso occidente per approdare, dopo un mese di viaggio, a Ciampa, il punto estremo al quale egli pervenne sul continente asiatico. Attorno al 1440 fece ritorno via nave in India (Quilon, Cochin, Calcutta, Cambay) e quindi in Medio Oriente (Socotra, Aden, Berbera in Somalia, Jidda in Egitto), dalle quali viaggiò via terra fino al Cairo, passando per il Monte Sinai. 

Nicolò viaggiò assieme alla sua famiglia avendo conosciuto sua moglie in India e divenendo padre di quattro figli, Arrivato in Egitto De’ Conti, dopo essere stato derubato dei suoi averi, dovette attendere per ben due anni il salvacondotto del sultano per poter attraversare le terre a lui soggette e per farlo dovette anche rinnegare la fede cristiana per aver salva la vita. Lui sopravvisse a un’epidemia di peste perse, nella quale però perse la moglie, due figli e gran parte dei suoi servi. Sempre durante la sua permanenza al Cairo, nel 1437 avrebbe incontrato il viaggiatore catalano 

Ritornato in Italia nel 1439, raggiunse Firenze, dove si stava allora svolgendo il concilio, per implorare dal pontefice Eugenio IV il perdono per essersi convertito all’islamismo. Nell’occasione potè raccontare all’allora segretario del pontefice, Poggio Bracciolini, le sue peripezie vissute nei suoi viaggi. 

I viaggi di De’ Conti influenzarono la cartografia del XV secolo. Per il cartografo Fra Mauro la “fonte degna di fiducia” citata nella realizzazione della sua mappa, circa i viaggi di una “giunca dell’India” (letteralmente “Zoncho de India”), oltre il Capo di Buona Speranza e nell’Oceano Atlantico, attorno al 1420, confermando che era possibile circumnavigare l’Africa, pare fosse proprio Niccolò de’ Conti. La sua relazione venne usata da diversi esploratori e viaggiatori, come Ludovico di Varthema e Antonio Pigafetta.

Niccolo, rientrato infine a Chioggia fra il 1449 e il 1450, visse invece con tutta probabilità a Venezia, dedicandosi a vari commerci e ricoprendo numerosi incarichi affidatigli dal Consiglio della sua città natale. Insignito del titolo di conte palatino, con la facoltà di creare notai, morì probabilmente a Chioggia nel 1469. 

Le informazioni trasmesseci dalla relazione dei suoi viaggi si sono invece dimostrate generalmente esatte sia per quanto riguarda le indicazioni delle direzioni e delle distanze, sia anche per quel che concerne le particolarità topografiche fornite in riferimento alle più importanti