Due esami negativi sui pedali della bicicletta di Stasi non risultano negli atti del procedimento. La Procura chiede chiarimenti. È il momento di pretendere risposte anche sulla gestione delle prove e sulle responsabilità di chi ha trasformato una vicenda giudiziaria in una condanna pubblica senza appello.
Opinione di Emanuele Esposito
Povera giustizia. Quando un cittadino legge che due analisi di laboratorio, potenzialmente favorevoli a un uomo poi condannato per omicidio, non risultano negli atti del suo processo, ha tutto il diritto di indignarsi. E di chiedere spiegazioni comprensibili, documentate, complete. In gioco ci sono la libertà delle persone e la credibilità dello Stato.
Il comunicato della Procura di Pavia sulla nuova chiusura delle indagini contro Andrea Sempio contiene un passaggio che merita un’attenzione enorme. Riguarda il materiale prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi: un esame aveva restituito un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi «oltre ogni ragionevole dubbio». Quel risultato aveva contribuito al fermo di Stasi.
Il giorno successivo furono eseguite altre due analisi sullo stesso campione. Entrambe negative. Secondo quanto riferisce oggi la Procura, dei relativi tracciati non è stata trovata traccia negli atti del procedimento e del processo.
Come è stato possibile?
La domanda dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia a cuore il funzionamento della giustizia. Chi conosceva quei risultati? Come furono valutati? Come vennero documentati e trasmessi? Per quale ragione non risultano nel fascicolo? Quali controlli erano previsti e quali furono effettivamente svolti?
Sono domande precise, alle quali servono risposte altrettanto precise. Liquidarle come l’ennesima polemica sul caso Garlasco sarebbe intollerabile.
A individuare i tracciati sono stati i consulenti della difesa di Stasi, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, esaminando i dati grezzi delle analisi. Per loro, quelle controanalisi avrebbero potuto scagionarlo già allora. I consulenti della Procura, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, ne hanno confermato l’esistenza e hanno rilevato che la discordanza avrebbe richiesto un approfondimento, del quale le indagini recenti non hanno trovato riscontro.
La precisione, qui, è indispensabile: due risultati negativi non permettono da soli di proclamare falsa ogni precedente analisi, né dimostrano automaticamente un occultamento deliberato. Il loro significato tecnico e la loro gestione devono essere chiariti. Ma proprio questa necessità rende gravissima la questione: il confronto tra risultati discordanti avrebbe dovuto poter avvenire allora.
Un errore può accadere. La qualità di un sistema si misura anche nella capacità di individuarlo, documentarlo e correggerlo. Quando una possibile anomalia riemerge dopo diciannove anni, insieme al problema di atti non rintracciati, la richiesta di responsabilità diventa inevitabile.
Se saranno accertati errori, omissioni o condotte deliberate, chi ne è responsabile dovrà risponderne secondo la legge. Con ruoli individuati e decisioni ricostruite. La formula del “sistema che ha sbagliato” non può diventare il rifugio nel quale le responsabilità personali scompaiono.
C’è poi il capitolo dell’informazione. Raccontare una condanna è un dovere giornalistico. Trasformare una persona in un bersaglio sul quale accumulare disprezzo è una scelta editoriale, della quale bisogna assumersi la responsabilità.
Chi ha scambiato il racconto giudiziario per un’autorizzazione al linciaggio dovrebbe interrogarsi sul proprio lavoro. La stessa evidenza riservata agli elementi accusatori va riconosciuta a quelli che li mettono in discussione. Anche quando disturbano una narrazione consolidata. Anche quando obbligano a correggere titoli, giudizi e certezze dispensate con troppa facilità.
La condanna definitiva di Stasi resta in vigore. La Procura di Pavia precisa di non aver chiesto alla Procura generale di promuoverne la revisione. Anche Sempio conserva il diritto alla presunzione d’innocenza: le accuse confermate e le consulenze depositate dovranno affrontare il vaglio giudiziario.
Chiara Poggi e la sua famiglia meritano un accertamento rigoroso, capace di esaminare ogni elemento, compresi quelli scomodi. Lo stesso rigore è dovuto a chi viene accusato.
Povera giustizia, se per difendere la propria autorevolezza sente il bisogno di sottrarsi alle domande. La fiducia si ricostruisce spiegando che cosa è accaduto e accertando le eventuali responsabilità. Stavolta, fino in fondo.

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