di Lorenzo Canu
Filippo Fonsatti, direttore generale del Teatro Stabile di Torino, era a Sydney per Lu Santo Jullàre Françesco di Dario Fo e Franca Rame, interpretato da Matthias Martelli e presentato mercoledì 23 settembre all’Italian Forum di Leichhardt dall’Istituto Italiano di Cultura e da Co.As.It.
Lo Stabile è da dieci anni il primo Teatro Nazionale italiano. Abbiamo incontrato Fonsatti per un’intervista esclusiva da Mary’s, all’Entertainment Quarter, la catena di hamburger di Sydney nota per l’estetica heavy metal. Tra luci soffuse, large fries e musica a tutto volume si è parlato di San Francesco, di Dario Fo e del ruolo del teatro nel pensiero critico.
Che impressione ti ha fatto Sydney?
Ho scoperto una città meravigliosa da tutti i punti di vista, perché in pochi giorni ho avuto la possibilità di ascoltare un concerto della Sydney Symphony Orchestra all’Opera House diretto da un torinese, Umberto Clerici, che è stato per sette anni il primo violoncello dell’orchestra e adesso ha intrapreso una brillante carriera da direttore d’orchestra. Poi ho visto uno spettacolo della Sydney Dance Company, che nel 2028 tornerà a Torinodanza, il festival organizzato dal nostro teatro, con una nuova produzione che sarà l’ultima di Rafael Bonachela, il direttore artistico spagnolo che dopo 20 anni lascerà la compagnia.
Poi ancora la commedia Housework della drammaturga Emily Steel presentata dalla Sydney Theatre Company. E infine il nostro San Francesco. Ho percepito una città culturalmente vivace, ricca di proposte, architettonicamente incantevole, urbanisticamente e geograficamente unica, e in realtà un clima molto più ottimistico e dinamico di quanto oggi non ci sia in Europa. Ecco, ho respirato delle buone energie.
Portare il teatro italiano all’estero non è semplice. Chi ha sostenuto questa tournée nei cinque continenti?
Il Ministero degli Esteri ha sostanzialmente pagato tutti i cachet delle varie tournée e i rimborsi dei voli, e il Ministero della Cultura ha sostenuto alcune delle tournée: i due ministeri ci hanno consentito di girare il mondo. In molti casi siamo stati presso gli Istituti Italiani di Cultura, in altri presso teatri o festival che ci hanno invitati e remunerati con cachet.
Però certo che abbiamo toccato con mano per la prima volta, in maniera così solida, così concreta, quanto il sistema degli Istituti Italiani, se converge su un progetto significativo come questo, perché mette di mezzo due importanti anniversari, quello di un letterato premio Nobel e quello del santo d’Italia, può davvero creare una spinta propulsiva per affermare il valore della cultura italiana, sia dal punto di vista dei contenuti, sia dei simboli, religiosi o no, sia del talento degli artisti e degli interpreti italiani di oggi, come Matthias Martelli.
Avete portato gli stessi spettacoli ovunque?
Matthias ne ha due in repertorio, Mistero Buffo e Lu Santo Jullàre Françesco. All’Istituto di Cultura a Parigi, così come a Madrid, si è riusciti a fare entrambi. In Cina abbiamo fatto solo Mistero Buffo perché è il più noto dei due. Qui invece si è deciso di fare San Francesco anche proprio per celebrare questo grande personaggio. So che il Ministero della Cultura, proprio dal vertice, ha molto sollecitato la celebrazione di un Santo la cui ricorrenza è stata proclamata festa nazionale a partire dal 2026.
Lo Stabile è l’unico teatro italiano di Mitos21, la rete dei maggiori teatri europei. Che beneficio ne avete?
È un beneficio, diciamo, di scambio di idee su come coinvolgere il pubblico attraverso una proposta, su dove sta andando la drammaturgia contemporanea per aiutare ad alimentare il pensiero critico. La sensazione che si ha è che ci sia un appiattimento manicheo, bianco e nero, destra e sinistra, insomma sempre una presa di posizione acritica, molto superficiale.
Quello che noi ci siamo dati come regola, senza sottrarci comunque alla dimensione estetica, artistica del teatro, perché quella è insomma la prima delle nostre finalità, è quella di cercare, attraverso la nostra proposta e la regia critica di un testo, di alimentare l’intelligenza collettiva, la cultura, diciamo, della comunità e il pensiero critico. E quindi il contrario di questa semplificazione che ormai contrappone tutto e svilisce qualsiasi ragionamento complesso.
C’è una sorta di allergia alla complessità. Ecco, quello che noi vogliamo fare a livello europeo è invece cercare di sensibilizzare l’attenzione del nostro pubblico, o di un pubblico che magari non è nostro pubblico ma che noi cerchiamo di attirare nei teatri, proprio per stimolarlo a cogliere la complessità del presente.
E con i giovani, anche alla luce di questa polarizzazione?
Noi siamo molto attenti, tant’è che il 40% dei nostri 18 mila abbonati è under 35, quindi vuol dire che il ricambio generazionale funziona molto bene, anche perché abbiamo una differenziazione di prezzi molto forte: con 10-15 euro un ragazzo, uno studente può venire. Dopodiché abbiamo una differenziazione anche di proposta, per cui riusciamo ad avere titoli che possano suggerire tematiche alle quali loro sono vicini.
A ciò aggiungi che dal 2025 lo Stato ha previsto una legge che impone ai teatri nazionali di avere un direttore artistico junior, quindi noi abbiamo un direttore artistico di 27 anni [Diego Pleuteri, NdR] che ha proprio come finalità quella di elaborare una programmazione che possa coinvolgere i suoi coetanei, e nello stesso tempo anche possa coinvolgere sul palcoscenico la creatività emergente, quindi giovani autrici e autori, giovani interpreti, registi, attori. E quindi questo è stato un forte stimolo anche per confrontarci con le istanze, le emergenze di una generazione che non è la mia.
A Sydney l’Opera Australia in alcuni casi offre agli under 35 biglietti da 35 dollari, ma i biglietti dell’opera spesso superano i 150 dollari.
Noi abbiamo studiato un programma con una importante fondazione bancaria, che si intitola “Un posto per tutti”: se una persona dimostra con l’ISEE di essere sotto una certa soglia di reddito, ha da questa istituzione filantropica un abbonamento gratuito.
E quindi nessuno potrà mai dire “non vado a teatro perché non me lo posso permettere”. Restano le barriere d’accesso culturali, e quelle può farle superare la scuola, una cittadinanza attiva, ma la barriera d’accesso economica l’abbiamo affrontata.
Avete prodotto Cose che so essere vere dell’australiano Andrew Bovell, premio Ubu 2025. Come ci siete arrivati?
Bovell è un autore meraviglioso. Ha avuto una certa fortuna in Italia soprattutto grazie a una regista, Lisa Ferlazzo Natoli, che ha messo in scena due o tre suoi testi. Il nostro direttore artistico Valerio Binasco ha vissuto in Australia qualche anno e ha scoperto, stando qua, la forza poetica e l’efficacia drammaturgica di Andrew Bovell, per cui quando abbiamo chiesto i diritti abbiamo avuto una corrispondenza entusiastica. Lo spettacolo ha avuto un grandissimo successo al di là del premio. Sicuramente è un autore su cui Binasco potrebbe tornare nei prossimi anni.
Tornerete in Australia?
Dipende da tanti fattori. Noi abbiamo la consapevolezza che, non essendo l’italiano la lingua veicolare, internazionale, globale, è più difficile girare. So che a Perth e ad Adelaide ci sono due festival teatrali internazionali importanti, e quindi potrebbe essere un obiettivo nei prossimi anni cercare di contattare quei festival per tornare in questo splendido Paese.
Da dieci anni siete primi tra i Teatri Nazionali. Qual è la ricetta?
La ricetta è la passione, l’impegno, la competenza. Ma io cerco di far quadrare i conti mettendo sempre gli attori e i testi in primo piano. Per cui è un giusto equilibrio tra le componenti del manager di un teatro: quello di non trascurare la sostenibilità, non trascurare l’economicità e anche la capacità di autofinanziamento, ma senza mai subordinarla all’attenzione rispetto alla qualità degli autori e alla qualità degli spettacoli.
Questo ci ha posizionati molto bene, per cui da dieci anni, a parte il Piccolo di Milano, che ha una legge speciale come Teatro d’Europa perché è stato il primo ad essere fondato, noi siamo il primo teatro nel ranking, sia come punteggio artistico sia come punteggio generale, e quindi come finanziamento.
E questo in qualche modo certifica, con il sigillo del Ministero, che stiamo facendo un lavoro apprezzato sia dal punto di vista artistico sia dal punto di vista numerico e gestionale.
