La razionalizzazione delle catene di approvvigionamento dei due giganti australiani della grande distribuzione sta aumentando la pressione sui piccoli produttori. Un coltivatore del New South Wales racconta di aver perso dopo trent’anni il mercato con Coles. Esperti del settore avvertono: quando le forniture vengono concentrate in pochi grandi intermediari, le aziende familiari hanno sempre meno potere contrattuale. Coles e Woolworths difendono le proprie strategie e sostengono che l’efficienza della filiera contribuisca a contenere i prezzi.
Dopo trent’anni trascorsi a vendere banane destinate agli scaffali di Coles, il produttore del New South Wales Amrit Singh si trova improvvisamente fuori da una delle principali catene della grande distribuzione australiana.
La decisione di Coles di interrompere la vendita di banane provenienti dalla Coffs Coast, insieme a zucche e cetrioli locali, viene presentata dal supermercato come parte di un processo di semplificazione della propria supply chain.
Per Singh, però, la vicenda rappresenta qualcosa di molto più grande: il rischio che il modello delle piccole aziende agricole familiari diventi progressivamente insostenibile.
Il suo accordo, gestito attraverso un grossista, valeva centinaia di migliaia di dollari all’anno.
Ora una parte delle forniture dovrebbe arrivare dal Queensland settentrionale, un mercato con il quale un piccolo produttore del NSW difficilmente può competere, soprattutto considerando i costi di trasporto necessari per trovare nuovi clienti.
“SIAMO PRICE TAKERS, NON PRICE MAKERS”
Singh descrive una realtà nella quale molti piccoli agricoltori non hanno praticamente alcun potere negoziale.
Chi vende attraverso intermediari, sostiene, non tratta direttamente con i grandi supermercati e finisce spesso per accettare condizioni stabilite da altri.
Anche le promozioni possono incidere sui margini dei produttori.
Secondo Singh, quando un supermercato applica determinate offerte, parte del costo viene trasferita lungo la filiera, riducendo il ritorno economico per chi coltiva il prodotto.
È il classico problema del “price taker”: chi produce non stabilisce realmente il prezzo, ma si trova ad accettarlo.
LA FILIERA SI CONCENTRA
Secondo Samuel Miller, economista di NSW Farmers, i grandi supermercati australiani stanno da tempo rendendo più concentrate alcune parti delle loro catene di approvvigionamento.
Una delle modalità è acquistare attraverso grandi centri di confezionamento o aggregatori che rappresentano contemporaneamente numerosi produttori, anziché stipulare rapporti diretti con decine di singole aziende.
Dal punto di vista logistico può essere più semplice.
Ma il rischio, osservano gli esperti, è che una decisione commerciale presa nei confronti di un singolo intermediario finisca per coinvolgere contemporaneamente decine di agricoltori che dipendono da quella struttura.
Se un supermercato riduce il numero dei fornitori principali, il rischio commerciale viene trasferito sempre più verso l’esterno.
COLES: GLI AGGREGATORI POSSONO AIUTARE I PICCOLI PRODUTTORI
Coles respinge però l’idea secondo cui questo modello danneggerebbe necessariamente le piccole aziende agricole.
La società sostiene di continuare ad acquistare direttamente da numerosi produttori australiani e ricorda che l’utilizzo di aggregatori non è una novità nella filiera alimentare.
Secondo Coles, proprio questo sistema può offrire alle aziende più piccole l’accesso a una rete nazionale che difficilmente potrebbero rifornire individualmente per quantità, infrastrutture e capacità logistiche.
Il gruppo sostiene inoltre che mantenere efficiente la catena di distribuzione consente di assorbire parte dell’aumento dei costi e limitare l’impatto sui prezzi pagati dai consumatori.
ANCHE LA CARNE VERSO UNA MAGGIORE CENTRALIZZAZIONE
Il fenomeno non riguarda soltanto frutta e verdura.
Gary Mortimer, professore di retail marketing alla Queensland University of Technology, indica il settore della carne come uno degli esempi più significativi della trasformazione in atto.
Negli ultimi dieci-quindici anni una parte crescente della lavorazione è stata spostata dai singoli punti vendita verso strutture centralizzate.
Meno macellai nei supermercati e più lavorazione effettuata in grandi centri specializzati.
Woolworths ha inoltre annunciato che dall’inizio del prossimo anno non venderà più carne bovina della Tasmania nei propri supermercati a livello nazionale.
Alcuni fornitori hanno collegato il cambiamento all’aumento dei costi di produzione e trasporto.
MENO CENTRI PER COLES, RETE IN ESPANSIONE PER WOOLWORTHS
Anche la struttura logistica sta cambiando.
Coles dispone attualmente di 18 centri di distribuzione in Australia, rispetto ai 23 del 2019, anche se alcune strutture hanno aumentato significativamente la propria capacità.
Woolworths dispone invece di 25 centri di distribuzione e sostiene che la propria rete sia cresciuta negli ultimi anni.
Il gruppo afferma inoltre di aver investito nei centri regionali, tra cui Townsville, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza alimentare e la capacità di risposta durante disastri naturali e interruzioni logistiche.
IL PESO DEI PRODOTTI A MARCHIO DEL SUPERMERCATO
Un’altra trasformazione riguarda la crescita dei prodotti own brand, cioè quelli commercializzati direttamente con il marchio del supermercato.
Secondo Miller, una maggiore presenza di private label può permettere alle catene di controllare più direttamente costi, volumi e fornitori.
Coles ha introdotto lo scorso anno circa 1.600 nuovi prodotti a marchio proprio, 400 in più rispetto al 2019.
Woolworths ha introdotto nell’ultimo esercizio 445 nuovi prodotti propri e ne ha riformulati altri 680.
Secondo Mortimer, circa un prodotto su tre acquistato nei supermercati australiani sarebbe oggi un private label o own brand.
La crescita di questi prodotti potrebbe mettere sotto pressione soprattutto i marchi più piccoli e locali, mentre i grandi brand nazionali e internazionali dispongono di una forza commerciale molto maggiore.
Coles contesta però il collegamento diretto tra own brand e centralizzazione della filiera, sottolineando che molti prodotti a marchio proprio vengono realizzati proprio da piccoli produttori, aziende agricole e manifatturiere australiane.
NON TUTTI VEDONO SOLO SVANTAGGI
La centralizzazione non viene considerata necessariamente negativa da tutti gli agricoltori.
Il produttore tasmaniano Richard Bovill, che in passato ha lavorato per Woolworths nella distribuzione dei prodotti freschi, sottolinea come la Tasmania abbia beneficiato dell’aggregazione delle forniture.
Per diversi mesi dell’anno una quota importante delle bacche vendute sul continente proviene proprio dallo Stato insulare.
Il problema, secondo Bovill, riguarda maggiormente i costi logistici e la dipendenza dal trasporto attraverso lo Stretto di Bass.
Quando gran parte della produzione viene destinata ai mercati continentali, qualsiasi interruzione della logistica può lasciare grandi quantità di prodotto senza un mercato locale alternativo.
L’ACCC AVEVA GIÀ SEGNALATO LO SQUILIBRIO DI POTERE
Il dibattito si inserisce in un quadro già analizzato dall’Australian Competition and Consumer Commission.
L’indagine dell’ACCC sui supermercati aveva evidenziato il forte potere contrattuale detenuto da Coles e Woolworths nei rapporti con i fornitori.
Uno dei problemi segnalati era la riluttanza di alcune aziende a denunciare comportamenti ritenuti ingiusti per timore di conseguenze commerciali.
L’ex presidente dell’ACCC Graeme Samuel ha sottolineato anche la difficoltà per una piccola impresa di sostenere lunghi procedimenti investigativi o controversie.
Coles ricorda tuttavia che esistono già meccanismi di mediazione previsti dal Food and Grocery Code.
IL FUTURO DELLE PICCOLE AZIENDE AGRICOLE
La questione centrale è quindi trovare un equilibrio tra efficienza della distribuzione e diversità della produzione agricola australiana.
Per i supermercati, concentrare volumi, trasporto, confezionamento e lavorazione può ridurre i costi e migliorare la prevedibilità delle forniture.
Per i piccoli agricoltori, però, perdere l’accesso a una catena che controlla una quota significativa del mercato può significare dover ricostruire completamente il proprio modello commerciale.
Ed è proprio questo il timore espresso da Amrit Singh.
Per lui, decisioni come quella presa da Coles non rappresentano soltanto la perdita di un contratto: potrebbero essere il segnale di un mercato nel quale le piccole aziende agricole familiari rischiano di avere sempre meno spazio.

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