Tutto normale? La domanda viene spontanea leggendo che il CONI ha commissariato la Federcalcio e affidato l’incarico di commissario a Giovanni Malagò. Vale a dire alla stessa persona che quella Federazione presiedeva. Cambia la qualifica, cambia la formula istituzionale, ma alla guida resta lui. E noi dovremmo limitarci a prendere atto della soluzione, magari applaudendo la capacità di trovare un accordo.
La Giunta e il Consiglio nazionale del CONI hanno approvato all’unanimità. Le nuove elezioni dovranno svolgersi entro il 31 gennaio 2027. Il percorso è dunque tracciato. Ma una decisione unanime non rende superflue le domande. Semmai rende ancora più necessario che qualcuno, fuori dalle stanze in cui l’intesa è stata raggiunta, continui a farle.
La vicenda nasce dalle contestazioni sul mancato tesseramento di Malagò al momento della candidatura alla presidenza federale. Un problema che riguarda i requisiti per accedere alla carica. E qui sta il punto: se una questione di questa natura conduce al commissariamento, è davvero convincente affidare la gestione straordinaria alla stessa persona la cui elezione è stata messa in discussione?
Non sto sostenendo che la nomina a commissario sia illegittima. Sto chiedendo se sia istituzionalmente credibile. Perché la possibilità di adottare una soluzione e l’opportunità di sceglierla sono due questioni diverse. Una procedura può trovare una sistemazione formale senza riuscire a restituire fiducia a chi osserva.
È proprio questa fiducia che sembra finire sempre in secondo piano. Ai cittadini si chiede di rispettare requisiti, scadenze, iscrizioni e adempimenti. Giustamente. Ma quando una contestazione riguarda il vertice di un’istituzione, ci si aspetterebbe una spiegazione particolarmente chiara: quali verifiche sono state compiute? Perché il problema non è stato risolto prima? E per quale ragione la continuità della stessa guida rappresenterebbe la scelta migliore?
Sono domande normali. Non serve nutrire antipatie personali verso Malagò per formularle, né mettere in discussione tutta la sua esperienza dirigenziale. Qui il tema è il funzionamento delle istituzioni sportive e il messaggio che trasmettono.
Perché, visto dall’esterno, il messaggio è difficile da ignorare: si commissaria una Federazione, ma il suo presidente resta al comando come commissario. Il passaggio che dovrebbe segnare una discontinuità finisce così per rendere ancora più evidente la continuità.
Si dirà che occorre garantire il funzionamento della FIGC e accompagnarla alle elezioni. Certamente. Ma proprio questa esigenza merita una spiegazione pubblica convincente. La continuità amministrativa, da sola, non chiarisce perché debba coincidere con la permanenza della stessa persona al vertice.
Il calcio italiano appartiene anche a chi lo tiene in piedi ogni giorno: società, allenatori, volontari, famiglie, ragazzi. Persone per le quali una tessera, una firma o una scadenza sono obblighi concreti. A loro si deve qualcosa di più della comunicazione di un accordo raggiunto all’unanimità.
Si deve la chiarezza. Si deve il rispetto di chi non partecipa alle trattative, ma ne osserva gli esiti e cerca di comprenderne la logica.
Malagò presidente, poi Malagò commissario, in attesa delle nuove elezioni. La soluzione è stata trovata. Resta da capire se sia stata risolta anche la questione della credibilità.
Tutto normale? Forse è proprio l’abitudine a considerare normale questo genere di passaggi che dovrebbe preoccuparci.

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