Andrea Di Giuseppe: preferenze, territorio, comunità. Le parole sono belle, ma il problema è che poi arrivano i fatti

di Pier Francesco Corso

Andrea Di Giuseppe, deputato di Fratelli d’Italia eletto nella circoscrizione Estero, ripartizione America Settentrionale e Centrale, ha difeso alla Camera la nuova legge elettorale parlando di preferenze, responsabilità, stabilità, territorio e rapporto con gli elettori. Ma proprio quei concetti, messi uno accanto all’altro, fanno emergere un paradosso politico difficile da ignorare: chi è stato eletto grazie alla rappresentanza degli italiani residenti all’estero può davvero sostenere un sistema che rischia di allontanare ancora di più il parlamentare dalle comunità che dovrebbe rappresentare? La domanda non riguarda soltanto Di Giuseppe. Riguarda il senso stesso della rappresentanza degli italiani nel mondo.

C’è un particolare che sarebbe bene non dimenticare quando si ascolta parlare Andrea Di Giuseppe alla Camera della nuova legge elettorale: Andrea Di Giuseppe è stato eletto dagli italiani all’estero. Non dagli italiani di Roma. Non dagli italiani di Milano. Non dagli italiani di Pordenone. È stato eletto nella circoscrizione Estero, ripartizione America Settentrionale e Centrale. E proprio questa semplice informazione dovrebbe essere scritta a caratteri cubitali ogni volta che il suo nome entra nel dibattito sulla rappresentanza politica degli italiani nel mondo. Perché è da lì che bisogna partire. (Documenti Camera)

Il suo intervento sulla legge elettorale è stato costruito intorno a parole apparentemente inattaccabili: preferenze, responsabilità, stabilità, territorio, comunità. Il deputato ha rivendicato l’idea che il cittadino debba poter scegliere e, soprattutto, cambiare chi lo rappresenta. Una posizione che, sul piano generale, può persino sembrare ovvia. Ma proprio qui comincia il problema. Perché quando si parla di rappresentanza degli italiani all’estero, le belle parole diventano improvvisamente molto più esigenti. E costringono a una domanda che non può essere elusa: che cosa significa davvero rappresentare una comunità sparsa su un continente, o addirittura su più Paesi e più realtà profondamente differenti? La stessa maggioranza ha presentato la riforma come uno strumento volto alla stabilità e alla governabilità, mentre il provvedimento arrivato alla Camera dopo il passaggio al Senato ha introdotto, tra l’altro, il sistema delle preferenze, con l’esclusione dei capilista.

Ed è proprio sulle preferenze che il discorso di Di Giuseppe diventa interessante. Perché la preferenza presuppone una relazione. Presuppone che l’elettore conosca il candidato e che il candidato conosca l’elettore. Presuppone una comunità politica. Presuppone territorio. Presuppone presenza. Non basta dire che il cittadino può finalmente scegliere il nome sulla scheda. Bisogna chiedersi se quel nome sia realmente collegato alle persone che lo votano. E qui il paradosso diventa gigantesco quando si parla di italiani all’estero.

Di Giuseppe, secondo quanto riportato nel suo intervento, ha insistito sulla necessità di restituire al cittadino il potere di scegliere e cambiare. Benissimo. Ma allora bisogna avere il coraggio di applicare lo stesso principio fino in fondo. Il cittadino italiano residente a New York deve poter scegliere. Quello di Miami deve poter scegliere. Quello di Toronto deve poter scegliere. Quello di Città del Messico deve poter scegliere. Ma anche quello di Vancouver. E quello di Montréal. E quello di Chicago. E quello di Santo Domingo. E quello di Panama. Perché questa non è una cartina geografica. Sono comunità italiane.

E qui arriva il punto più delicato. Di Giuseppe ha ricordato che New York non è Miami, Miami non è Toronto, Toronto non è Città del Messico. È un’osservazione talmente evidente da sembrare quasi una confessione involontaria: se quelle realtà sono diverse, allora il territorio conta. Se il territorio conta, conta la conoscenza del territorio. Se conta la conoscenza del territorio, conta la presenza. E se conta la presenza, bisogna spiegare come si possa conciliare questa esigenza con una rappresentanza che deve coprire una ripartizione continentale gigantesca.

Non è una questione di capacità personale. Nessuno mette in discussione la possibilità che un parlamentare possa conoscere problemi che si manifestano a migliaia di chilometri dal luogo in cui vive. Il problema è un altro. Rappresentare non significa soltanto conoscere genericamente i problemi consolari, fiscali, previdenziali o della cittadinanza. Rappresentare significa conoscere le comunità. E una comunità italiana non è una pratica consolare.

È una scuola italiana. È un’associazione. È un giornale. È una radio. È un’impresa. È una famiglia. È un anziano arrivato dall’Italia cinquant’anni fa. È un giovane partito ieri. È una terza generazione che parla italiano in casa. È una quarta generazione che rischia di perderlo. È il mondo dell’associazionismo. È la memoria dell’emigrazione. È il rapporto con il Paese nel quale quella comunità vive.

Insomma: è territorio.

E allora una domanda sorge spontanea. Se il territorio è così importante da essere evocato come elemento essenziale della buona politica, perché quando si parla degli italiani all’estero dovrebbe improvvisamente diventare un dettaglio secondario?

È questo il punto sul quale il discorso di Di Giuseppe merita una critica politica severa.

Perché il deputato parla di comunità, ma la circoscrizione che rappresenta comprende una realtà enorme e profondamente articolata. Di Giuseppe è stato eletto nella ripartizione America Settentrionale e Centrale e già nel 2022 dichiarava di vivere da oltre vent’anni negli Stati Uniti, sostenendo di conoscere i problemi quotidiani della comunità e annunciando un lavoro organizzato attraverso persone presenti nei diversi Paesi della circoscrizione.

E allora proprio per questo bisogna essere ancora più esigenti.

Non basta conoscere l’America. Bisogna conoscere gli italiani che vivono nell’America del Nord e nel Centro America.

Non basta conoscere Washington o New York. Bisogna conoscere anche chi vive lontano dai grandi centri.

Non basta conoscere le istituzioni. Bisogna conoscere le comunità.

E soprattutto non basta essere vicino agli italiani quando bisogna chiedere il voto. Questo è il punto.

Di Giuseppe ha parlato anche del rapporto con i patronati, criticando l’idea che un parlamentare possa delegare a essi il proprio rapporto con gli elettori. È un tema politicamente legittimo. Ma proprio per questo la domanda deve essere restituita al mittente: se il parlamentare non deve delegare la propria rappresentanza ai patronati, alle strutture organizzate o agli intermediari, come deve costruire il rapporto diretto con una comunità che vive in una ripartizione immensa?

Perché un parlamentare non può essere presente contemporaneamente a Toronto, Vancouver, Miami, New York, Chicago, Città del Messico e in tutte le altre realtà della sua circoscrizione. E allora servono organizzazione, presenza, ascolto e soprattutto una rete autentica, trasparente e riconoscibile di rapporto con le comunità.

Il rischio altrimenti è che la parola “comunità” diventi soltanto una parola da campagna elettorale.

E sarebbe un peccato. Perché la comunità italiana all’estero non è un bacino elettorale da attraversare ogni cinque anni. È una parte della Nazione.

Qui entra in gioco anche la storia politica della rappresentanza degli italiani nel mondo. La conquista del voto all’estero e della relativa rappresentanza parlamentare non è nata per trasformare milioni di italiani sparsi nel mondo in una semplice statistica elettorale. La battaglia di Mirko Tremaglia aveva al centro proprio il riconoscimento politico degli italiani all’estero. Ed è difficile non ricordare che il sistema della rappresentanza estera, del quale oggi beneficiano anche gli esponenti che siedono in Parlamento, nasce da quella lunga battaglia politica.

Per questo il problema non è soltanto tecnico. È culturale. È politico. È istituzionale.

Se un deputato eletto all’estero sostiene che la politica deve tornare a guardare al territorio, gli italiani all’estero hanno tutto il diritto di chiedergli: quale territorio? Quello amministrativo? Quello elettorale?

Quello geografico? O quello umano?

Perché sono cose molto diverse.

E c’è un’altra contraddizione che merita di essere messa sotto i riflettori: la stabilità.

Di Giuseppe ha difeso la nuova legge elettorale richiamando il valore della stabilità e della possibilità per un governo di programmare e assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È una posizione legittima. Ma proprio qui bisogna separare due concetti che non possono essere confusi: stabilità del governo e qualità della rappresentanza.

Un governo stabile può essere utile.

Ma una democrazia stabile non è necessariamente una democrazia nella quale il cittadino conta di più.

Sono due questioni differenti.

E soprattutto la stabilità non può diventare la parola magica con la quale si giustifica qualsiasi modifica del sistema elettorale.

La stessa documentazione parlamentare mostra che il provvedimento è stato presentato dalla maggioranza come strumento per garantire la stabilità politica e la governabilità.

Ma la domanda vera è: stabilità per chi? Per il Governo? Per i partiti? Per il Parlamento? O per il cittadino?

Perché se si invoca il cittadino quando si parla di preferenze, bisogna invocarlo anche quando si parla di rappresentanza.

E il cittadino italiano residente all’estero non può essere utilizzato soltanto come prova vivente del fatto che la politica italiana è capace di raggiungere il mondo. Deve contare davvero. Deve essere ascoltato davvero. Deve avere una rappresentanza realmente collegata alla sua comunità.

Qui la critica non è soltanto ad Andrea Di Giuseppe. È una critica a una cultura politica che troppo spesso considera gli italiani all’estero quando servono voti, numeri, consenso, immagine internazionale e retorica patriottica, salvo poi dimenticarli quando arrivano le questioni concrete. Sanità. Cittadinanza. Servizi consolari. Previdenza. Fiscalità. Scuola. Lingua italiana. Informazione. Assistenza.

Sono problemi che non si risolvono con una fotografia davanti a un tricolore.

E proprio su questo Di Giuseppe dovrebbe essere giudicato con particolare severità, perché nel 2022 indicava tra le priorità dell’azione parlamentare l’assistenza sanitaria agevolata, il riacquisto della cittadinanza per chi l’aveva perduta e la riforma del sistema consolare.

Sono impegni importanti.

E proprio perché sono importanti, devono essere misurati. Non con i comunicati. Con i risultati.

C’è poi un passaggio che merita una riflessione ancora più profonda: il voto degli italiani all’estero.

Un italiano residente a New York, Toronto, Città del Messico o in qualsiasi altra località della ripartizione non è un italiano di serie B. Ma proprio per questo non può essere trattato come un cittadino che compare nella democrazia italiana soltanto al momento del voto.

La domanda è semplice: quanto pesa davvero la sua voce?

Non si tratta di chiedere privilegi.

Non si tratta di chiedere che il voto dell’italiano all’estero valga più di quello dell’italiano residente in Italia.

Al contrario. Si tratta di pretendere che valga pienamente.

Ed è qui che la retorica della “restituzione del potere al cittadino” deve essere sottoposta alla prova più difficile: quella degli italiani che vivono oltre i confini nazionali.

Perché se il cittadino deve scegliere il proprio rappresentante, deve anche poter verificare che quel rappresentante sia effettivamente vicino alla comunità che lo ha eletto.

E allora arriviamo alla domanda più scomoda di tutte.

Andrea Di Giuseppe è stato eletto nella ripartizione America Settentrionale e Centrale. Questo è un fatto. Non è stato eletto in una circoscrizione astratta. Non è stato nominato. Non è arrivato alla Camera per caso. Ha ricevuto un mandato dagli italiani residenti in quella parte del mondo.

E dunque proprio quegli italiani hanno il diritto di chiedergli conto delle sue scelte. Non domani.

Non alla vigilia delle elezioni. Adesso.

Perché il mandato parlamentare non è una proprietà privata. È un incarico temporaneo. E lo ha detto, in sostanza, anche lo stesso Di Giuseppe: chi siede in Parlamento deve sapere che il proprio posto gli è stato affidato dagli elettori e che gli elettori possono toglierglielo.

Perfetto. Allora applichiamo questo principio fino in fondo.

Gli elettori di New York giudicheranno.

Quelli di Toronto giudicheranno.

Quelli di Miami giudicheranno.

Quelli di Vancouver giudicheranno.

Quelli del Messico giudicheranno.

E giudicheranno anche tutti gli altri italiani della ripartizione America Settentrionale e Centrale.

Non sulla base delle parole. Sulla base dei fatti. Perché la politica può sopravvivere alle contraddizioni.

Può sopravvivere alle polemiche.

Può sopravvivere persino alle sconfitte. Ma non dovrebbe mai sopravvivere alla distanza tra ciò che promette agli elettori e ciò che fa una volta arrivata in Parlamento.

Ed è proprio qui che Andrea Di Giuseppe deve rispondere. Non a un giornalista. Non a un avversario politico. Non a chi lo critica.

Agli italiani che lo hanno votato.

Perché se è vero, come sostiene, che la nuova legge restituisce potere al cittadino, allora quel potere non può fermarsi sulla porta di Montecitorio.

Deve entrare dentro il Palazzo. Deve sedersi nell’Aula. Deve pesare nelle decisioni. Deve farsi sentire quando la maggioranza propone una riforma.

E deve essere ascoltato soprattutto quando dice di non essere d’accordo.

Questa è la differenza tra rappresentare una comunità e rappresentare semplicemente un territorio elettorale.

E allora lasciamo ad Andrea Di Giuseppe una domanda molto semplice. Una domanda che non ha bisogno di formule parlamentari, di tecnicismi o di grandi discorsi.

Lei rappresenta gli italiani dell’America Settentrionale e Centrale. Bene. Ma quando sarà il momento di scegliere tra la disciplina della maggioranza e una richiesta scomoda della comunità che l’ha eletta, da che parte starà?

È lì che si misura un parlamentare.

Non quando parla della libertà di scegliere. Quando deve scegliere lui.

E allora ricordiamolo bene, soprattutto quando torneremo a parlare di elezioni: Andrea Di Giuseppe è stato eletto dagli italiani all’estero della ripartizione America Settentrionale e Centrale.

Da quegli italiani ha ricevuto il mandato. A quegli italiani dovrà rispondere. E saranno quegli italiani, alla fine, a stabilire se quelle belle parole su preferenze, territorio, responsabilità e comunità erano davvero politica oppure soltanto retorica parlamentare.

La differenza, in fondo, è tutta qui.

Le parole si pronunciano alla Camera. Il conto, invece, arriva agli elettori.