Colpito un mercato nella regione contesa tra Sudan e Sud Sudan. Le esplosioni hanno provocato un incendio devastante, rendendo difficili i soccorsi e il recupero delle vittime. Juba accusa l’esercito sudanese e convoca l’ambasciatore. Le Nazioni Unite denunciano l’escalation della violenza contro i civili.
Un mercato trasformato in un inferno di fuoco, edifici distrutti, automobili carbonizzate e decine di corpi ancora da recuperare tra le macerie. È il bilancio drammatico dell’attacco con droni che lunedì 19 ottobre ha colpito il mercato di Amiet, nella regione petrolifera di Abyei, territorio conteso tra Sudan e Sud Sudan.
Secondo le autorità locali, almeno 153 persone hanno perso la vita, ma il numero delle vittime potrebbe aumentare ulteriormente. L’attacco rappresenta uno degli episodi più sanguinosi della recente escalation militare legata alla guerra civile sudanese, iniziata nell’aprile 2023 e ormai sempre più pericolosa anche per i territori confinanti.
Il governo del Sud Sudan ha accusato le forze armate sudanesi di aver condotto il bombardamento, presentando una protesta diplomatica ufficiale. La responsabilità dell’attacco, inizialmente denunciata dalle autorità locali, non era stata verificata in modo indipendente da Reuters.
Un mercato affollato colpito dalle esplosioni
L’attacco è avvenuto intorno a mezzogiorno, quando il mercato di Amiet era frequentato da commercianti, trasportatori e residenti. Si tratta di un importante centro di scambio per le comunità della regione, dove vengono venduti prodotti alimentari, carburante e merci destinate anche al territorio sudanese.
Secondo diverse fonti diplomatiche e umanitarie consultate da Reuters, i droni avrebbero colpito un deposito di carburante all’interno dell’area commerciale, provocando un incendio di vaste proporzioni.
Le fiamme si sono rapidamente propagate agli edifici e ai veicoli circostanti, rendendo particolarmente difficile l’intervento dei soccorritori.
Yohana Akol Ngor, responsabile dell’informazione dell’amministrazione provvisoria di Abyei, ha riferito che il bilancio delle vittime è salito progressivamente, mentre le squadre di emergenza continuavano a cercare i corpi.
Alcune persone sono rimaste completamente carbonizzate, mentre altre potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie.
Un testimone, che ha chiesto di mantenere l’anonimato per ragioni di sicurezza, ha raccontato di aver udito cinque violente esplosioni prima che il deposito di carburante prendesse fuoco. Nelle prime operazioni di soccorso sarebbero stati individuati numerosi corpi bruciati e persone ferite dalle schegge.
Il testimone ha inoltre dichiarato di non aver visto combattenti in uniforme o miliziani delle Rapid Support Forces all’interno del mercato al momento dell’attacco.
Ottomila sfollati e ospedali sotto pressione
La tragedia ha provocato anche una nuova emergenza umanitaria. Secondo le autorità di Abyei, circa 8.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni in seguito al bombardamento.
Le fiamme, ancora attive nelle ore successive all’attacco, hanno ostacolato il recupero delle vittime e aggravato le condizioni di sicurezza nell’area.
L’organizzazione Medici Senza Frontiere (MSF) ha comunicato di aver assistito oltre venti feriti presso l’ospedale Ameth Bek, situato nelle vicinanze del mercato. Tra i pazienti figurano persone con ustioni e lesioni provocate dalle esplosioni, alcune delle quali in condizioni critiche.
La pressione sulle strutture sanitarie si aggiunge alle difficoltà di un territorio già segnato da anni di instabilità, carenza di risorse e frequenti episodi di violenza.
Le accuse contro l’esercito sudanese
Il governo del Sud Sudan ha reagito duramente all’accaduto, convocando l’ambasciatore sudanese per protestare contro il bombardamento.
Juba ha chiesto che vengano rispettate la sicurezza della popolazione civile e l’integrità del territorio conteso, ribadendo la necessità di affrontare le controversie attraverso strumenti diplomatici.
La questione della responsabilità militare rimane particolarmente delicata. Secondo quanto riferito dall’Associated Press, un alto ufficiale dell’esercito sudanese, intervenuto sotto anonimato, ha confermato un’operazione con droni contro autocisterne ritenute destinate alle Rapid Support Forces (RSF), sostenendo però che l’obiettivo non fosse la popolazione civile.
L’agenzia non ha potuto verificare indipendentemente la ricostruzione dell’ufficiale né l’identità delle persone uccise.
AP News
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Secondo fonti diplomatiche consultate da Reuters, il deposito di carburante colpito sarebbe stato utilizzato in passato dalle RSF per l’approvvigionamento delle proprie forze.
Le autorità locali di Abyei hanno tuttavia contestato la presenza di combattenti delle RSF nell’area del mercato.
Una guerra che supera i confini del Sudan
La strage di Abyei rappresenta un ulteriore aggravamento del conflitto sudanese, iniziato nell’aprile 2023 con lo scontro tra l’esercito regolare e le forze paramilitari delle Rapid Support Forces.
Negli ultimi giorni entrambe le parti hanno intensificato l’impiego di droni, trasformando aree commerciali, infrastrutture e centri abitati in luoghi particolarmente esposti alla violenza.
Secondo i dati raccolti da Reuters, gli attacchi degli ultimi giorni hanno provocato complessivamente oltre 250 morti.
Nello Stato del Kordofan Occidentale, controllato in parte dalle RSF, altri bombardamenti hanno causato decine di vittime. Attacchi sono stati segnalati anche nella città di Nyala, nel Darfur meridionale, e nell’area dell’aeroporto di Khartoum.
La crescente diffusione delle operazioni con droni sta rendendo ancora più difficile distinguere le zone di combattimento dai luoghi in cui continua a vivere la popolazione civile.
Abyei, una regione contesa e strategica
La posizione geografica di Abyei contribuisce ad alimentare la tensione.
Ricca di risorse petrolifere, la regione è rivendicata sia dal Sudan sia dal Sud Sudan, indipendente dal 2011. Il suo status politico rimane irrisolto e il territorio è amministrato attraverso un sistema provvisorio.
Negli anni la regione è stata teatro di tensioni tra comunità locali, gruppi armati e milizie.
La vicinanza al Kordofan, una delle principali aree di combattimento della guerra civile sudanese, ha ulteriormente aggravato la situazione.
Secondo diplomatici ed esperti, Abyei sarebbe diventata anche un importante punto di transito logistico per le RSF, soprattutto per il trasporto di carburante e rifornimenti.
Una situazione che espone la popolazione civile a rischi crescenti e minaccia di coinvolgere direttamente il Sud Sudan in una guerra dalla quale il suo governo sostiene di voler rimanere estraneo.
La condanna delle Nazioni Unite
Le Nazioni Unite hanno condannato gli attacchi con droni nella regione di Abyei e nelle altre aree interessate dai bombardamenti.
Il portavoce dell’ONU, Stéphane Dujarric, ha espresso forte preoccupazione per il continuo ricorso a queste armi e per i danni provocati alle infrastrutture essenziali.
La missione delle Nazioni Unite ad Abyei, UNISFA, è intervenuta con personale medico e squadre di emergenza per contribuire alle operazioni di soccorso, mentre prosegue la verifica del numero delle vittime.
Le organizzazioni umanitarie chiedono alle parti coinvolte di interrompere gli attacchi contro i civili e le strutture indispensabili alla vita quotidiana, a cominciare dagli ospedali e dai mercati.
La tragedia di Amiet mostra ancora una volta come la popolazione civile stia pagando il prezzo più alto di un conflitto che continua ad allargarsi senza che si intraveda una soluzione politica.
Un mercato, luogo quotidiano di lavoro e di incontro tra comunità, è diventato in pochi istanti il teatro di una delle peggiori stragi degli ultimi anni nella regione.
E mentre la diplomazia cerca di evitare un ulteriore allargamento della guerra, ad Abyei resta l’emergenza più immediata: soccorrere i feriti, recuperare le vittime, assistere gli sfollati e garantire sicurezza a una popolazione che continua a vivere nell’incertezza.
