Se Lev Tolstoj avesse scritto Guerra e pace oggi, forse avrebbe aggiunto un capitolo su Zoom, mini-gruppi e laboratori di lingua italiana per bambini in tempo di conflitto.
A Tel Aviv, mentre la guerra scuote le famiglie italiane, il Comites locale ha deciso di non limitarsi alla “pace apparente” delle dichiarazioni ufficiali: ha continuato a insegnare, organizzare e mantenere viva la cultura italiana anche in mezzo alle difficoltà.
Nei primi mesi dell’emergenza, spiegano dal Comites, le attività ludiche e formative si sono svolte via Zoom; con il protrarsi della guerra, mini-gruppi e lezioni individuali hanno permesso a oltre 20 bambini, tra i 6 e i 13 anni, di continuare a parlare italiano anche a casa, coinvolgendo spesso gli stessi genitori.
Tra i progetti futuri figurano corsi di preparazione alla Maturità, laboratori per i più piccoli, una biblioteca itinerante e un gruppo di visione dedicato al cinema italiano, in collaborazione con il Festival del Cinema.
E mentre Tel Aviv dimostra, con fatti e numeri, che lingua e cultura italiana possono resistere anche sotto le bombe, altri Comites nel mondo hanno scelto strade molto diverse.
Alcuni, politicizzati fino al midollo, hanno preferito inviare comunicati attraverso circoli politici di vario genere, trasformando la rappresentanza degli italiani all’estero in un teatrino di dichiarazioni e schieramenti, spesso lontano dai bisogni concreti delle famiglie e dei bambini.
Il contrasto appare evidente: da una parte l’impegno quotidiano di chi agisce concretamente; dall’altra il silenzio o la politica di facciata di chi sembra più interessato alla visibilità interna che alla comunità reale.
Tel Aviv insegna che, anche in tempo di guerra, responsabilità, cultura e senso della comunità non si fermano.
Altrove, purtroppo, il silenzio e la politicizzazione della rappresentanza finiscono per parlare più delle azioni stesse.

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