di Redazione
Il premier respinge l’accusa dei Nationals secondo cui l’immigrazione avrebbe “ucciso il sogno australiano” della casa di proprietà. Labor sostiene che la crescita della popolazione sarà inferiore alle precedenti previsioni della Coalition
Anthony Albanese difende la politica migratoria del governo Labor e respinge le accuse secondo cui gli elevati livelli di immigrazione degli ultimi anni avrebbero aggravato la crisi abitativa fino a compromettere il cosiddetto “Australian dream” della casa di proprietà.
Lo scontro è avvenuto in Parlamento, dove la deputata dei Nationals Alison Penfold ha accusato il governo di aver fatto entrare in Australia 1,5 milioni di migranti negli ultimi quattro anni.
«Portando 1,5 milioni di migranti in Australia negli ultimi quattro anni, il record migratorio di Labor ha ucciso il sogno australiano della casa di proprietà», ha sostenuto Penfold, chiedendo al primo ministro quanti altri migranti il governo intendesse accogliere prima di riuscire a costruire un numero sufficiente di abitazioni.
Albanese: migrazione netta ridotta del 45%
Il premier ha risposto sostenendo che il quadro attuale sia molto diverso rispetto al picco registrato dopo la riapertura delle frontiere seguita alla pandemia.
Secondo Albanese, la net overseas migration è diminuita di circa il 45% rispetto al massimo raggiunto nel 2022.
Il primo ministro ha inoltre affermato che il numero delle persone che arrivano oggi in Australia sarebbe inferiore a quello registrato durante il precedente governo della Coalition.
Albanese ha citato anche un ex deputy secretary del Dipartimento dell’Immigrazione sotto il governo Coalition, secondo il quale l’esecutivo precedente avrebbe deliberatamente accelerato gli ingressi attraverso misure finalizzate ad aumentare i numeri.
Il confronto si sposta sulle previsioni demografiche
Albanese ha poi utilizzato le proiezioni della popolazione per sostenere la propria tesi.
Secondo il premier, nel 2030-31 la popolazione australiana dovrebbe essere inferiore di circa 754.000 persone rispetto alle previsioni elaborate sotto il precedente governo Coalition.
È questo uno degli argomenti con cui Labor tenta di respingere l’accusa di perseguire una politica da “Big Australia”.
Il governo sostiene quindi di aver già avviato una riduzione della migrazione rispetto ai livelli eccezionali registrati immediatamente dopo la pandemia.
Il nodo resta quello delle case
La polemica, tuttavia, mette nuovamente in evidenza il rapporto tra immigrazione e crisi abitativa.
L’opposizione sostiene che la crescita della popolazione sia avvenuta più rapidamente della capacità del Paese di costruire nuove abitazioni, aumentando la pressione su affitti, prezzi e disponibilità di case.
Labor replica che il problema dell’housing precede l’attuale governo e che i livelli migratori stanno già diminuendo.
È proprio qui che si concentra ormai una delle principali battaglie politiche australiane.
Non soltanto quanti migranti entrano nel Paese, ma quanto rapidamente l’Australia riesce ad adeguare case, infrastrutture e servizi a una popolazione in crescita.
Per Albanese, i numeri dimostrano che la direzione è già cambiata.
Per i Nationals, invece, il danno prodotto negli ultimi quattro anni è già stato sufficiente a rendere molto più difficile per migliaia di australiani entrare nel mercato immobiliare.
La distanza tra le due letture resta quindi profonda e promette di mantenere immigrazione e housing al centro dello scontro politico nei prossimi mesi.
