L’economista capo di Westpac Luci Ellis: “Siamo rimasti colpiti da quante aziende abbiano aumentato immediatamente i prezzi”. Inflazione e costo della vita tornano al centro del dibattito economico.
SYDNEY – L’impennata dei prezzi del petrolio provocata dalla crisi in Medio Oriente continua a farsi sentire nell’economia australiana e, secondo una delle più autorevoli economiste del Paese, molte aziende hanno reagito trasferendo immediatamente i maggiori costi sui consumatori.
A lanciare l’allarme è stata Luci Ellis, capo economista di Westpac ed ex vice governatrice della Reserve Bank of Australia, commentando gli ultimi dati pubblicati dall’Australian Bureau of Statistics (ABS).
“Una delle cose che ci ha davvero colpito è stata la quantità di imprese che hanno immediatamente aumentato i prezzi in risposta all’aumento del costo del carburante”, ha dichiarato Ellis a Sky News Australia.
IL PETROLIO È VOLATO OLTRE I 100 DOLLARI
La crisi è esplosa dopo le tensioni nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti per il commercio mondiale di petrolio.
Il prezzo del greggio è passato da circa 70 dollari americani al barile a oltre 110 dollari, provocando un effetto domino sull’intera economia australiana.
Il diesel è salito rapidamente da circa 1,80 dollari al litro fino a sfiorare i 3,20 dollari prima di ridiscendere, mentre la benzina ha superato i 2,50 dollari al litro.
Un aumento che ha colpito direttamente trasporti, logistica e distribuzione, con effetti immediati lungo tutta la catena produttiva.
BAR, RISTORANTI E CANTIERI TRA I PIÙ COLPITI
Secondo l’ABS, il 72% delle imprese australiane ha dichiarato di aver subito conseguenze negative dall’aumento del prezzo del petrolio.
Molte aziende hanno tentato inizialmente di assorbire i costi, ma una quota significativa ha scelto di aumentare i prezzi di vendita.
Tra i settori maggiormente colpiti figurano il manifatturiero, i trasporti, la logistica, il commercio all’ingrosso e il settore dell’ospitalità.
“Probabilmente oggi pagate il caffè più caro rispetto a prima della crisi”, ha spiegato Ellis. “I locali devono affrontare costi di consegna più elevati e inevitabilmente trasferiscono una parte di questi aumenti ai clienti”.
Anche il settore edilizio ha registrato rincari significativi nei materiali da costruzione e nei costi di trasporto.
INFLAZIONE SOTTO PRESSIONE
Ad aggravare il quadro economico c’è anche l’aumento dei salari minimi deciso dalla Fair Work Commission.
L’incremento del 4,75% delle retribuzioni minime potrebbe infatti contribuire ad alimentare ulteriormente l’inflazione nei prossimi mesi.
Secondo Ellis, se l’inflazione dovesse rivelarsi superiore alle attese della Reserve Bank, la banca centrale potrebbe essere costretta a mantenere una politica monetaria più restrittiva o addirittura valutare nuovi interventi sui tassi d’interesse.
IL DILEMMA DELLE IMPRESE
La governatrice della Reserve Bank, Michele Bullock, ha comunque difeso la scelta di molte aziende di adeguare i prezzi.
“Se i costi aumentano a causa del carburante, dei fertilizzanti o del trasporto, è ragionevole che le imprese tentino di recuperarli”, ha spiegato.
L’alternativa, ha aggiunto, sarebbe vedere molte attività operare in perdita o addirittura chiudere.
COSTO DELLA VITA ANCORA AL CENTRO DELLE PREOCCUPAZIONI
Per milioni di australiani il risultato è evidente: bollette più alte, spesa più cara, servizi più costosi e una crescente pressione sui bilanci familiari.
Dopo anni segnati dall’inflazione e dall’aumento dei tassi d’interesse, il nuovo shock energetico rischia ora di trasformarsi nell’ennesima sfida economica per famiglie e imprese.
E mentre il prezzo del petrolio torna a essere osservato con attenzione dai mercati internazionali, in Australia cresce il timore che il costo della vita possa continuare a salire nei prossimi mesi.

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