In una sola seduta il Dow Jones perse il 22,6%. Paura, vendite automatiche e mercati sempre più collegati trasformarono un lunedì d’ottobre nella più violenta caduta giornaliera della storia di Wall Street. Ma tre giorni prima, davanti alle telecamere di Wall Street Week, qualcuno aveva già pronunciato una parola inquietante: “crash”.
Venerdì 16 ottobre 1987, negli studi televisivi di Wall Street Week, il clima è teso.
Ma non ancora apocalittico.
Il programma, condotto da Louis Rukeyser, è uno degli appuntamenti più seguiti dagli investitori americani. Prima dell’informazione finanziaria continua, prima di Bloomberg TV e delle piattaforme che oggi aggiornano prezzi e grafici secondo per secondo, per molti americani quella trasmissione rappresenta uno dei luoghi nei quali provare a capire cosa stia realmente accadendo sui mercati.
Quella sera tra gli ospiti c’è Martin Zweig, analista finanziario noto per i suoi modelli quantitativi.
Rukeyser gli domanda se il grande mercato rialzista sia ormai arrivato alla fine.
Zweig risponde con una parola che, riguardata oggi, sembra quasi profetica.
Non parla semplicemente di una correzione.
Non dice soltanto di aspettarsi un mercato ribassista.
Dice che nella sua mente sta pensando a qualcosa di peggio.
Un crash.
È venerdì sera.
Il lunedì successivo Wall Street crollerà.
Il venerdì prima della tempesta
In realtà, i segnali di tensione erano già visibili.
Il Dow Jones Industrial Average aveva corso moltissimo nei primi mesi del 1987. Alla fine di agosto il mercato aveva accumulato un rialzo straordinario e cresceva il timore che le quotazioni fossero salite troppo rapidamente.
Poi il clima comincia a cambiare.
Il deficit commerciale americano preoccupa gli investitori.
Il dollaro perde terreno.
I tassi d’interesse salgono.
Aumentano le tensioni sui mercati internazionali.
Mercoledì 14 ottobre arrivano pesanti vendite.
Giovedì la pressione continua.
Venerdì 16 ottobre il Dow Jones perde un altro 4,6%.
È già una giornata durissima.
Eppure il peggio deve ancora arrivare.
Ed è proprio questo che rende così impressionante il documento scelto per questa puntata di Deep View.
Non stiamo guardando qualcuno spiegare il Black Monday anni dopo.
Stiamo guardando un programma registrato prima.
Con il futuro ancora davanti.
Martin Zweig e quella parola: “crash”
Zweig osservava da settimane diversi segnali che considerava preoccupanti.
Mercato troppo tirato.
Pressione sui tassi.
Deterioramento della fiducia.
Vendite sempre più aggressive.
Davanti alle telecamere spiega di aver evitato fino a quel momento di usare pubblicamente la parola “crash”, perché sarebbe stato come gridare al fuoco in un teatro affollato.
Non fu una previsione perfetta.
Nessuno poteva sapere esattamente cosa sarebbe accaduto.
Ma il dettaglio rimane straordinario.
Tre giorni dopo, il mercato americano avrebbe vissuto la peggiore giornata della propria storia in termini percentuali.
Lunedì 19 ottobre 1987
La paura comincia prima ancora che Wall Street apra.
Le Borse asiatiche scendono.
Poi tocca all’Europa.
Il panico attraversa i mercati seguendo i fusi orari.
Quando New York apre, gli ordini di vendita arrivano immediatamente.
Il problema non è soltanto che tutti vogliono vendere.
È che quasi nessuno vuole comprare.
Gli ordini si accumulano.
I sistemi informatici faticano a gestire volumi eccezionali.
Le quotazioni cambiano troppo velocemente.
Gli operatori fanno fatica persino a capire quale sia, in quel momento, il prezzo reale di molti titoli.
Poi entrano in funzione i programmi automatici.
E la velocità del crollo aumenta.
Quando i computer cominciano a vendere
Negli anni Ottanta si era diffusa una strategia nota come portfolio insurance.
L’idea sembrava razionale.
Proteggere i grandi portafogli dalle perdite attraverso futures e altri strumenti.
Quando il mercato scendeva, i programmi ordinavano nuove vendite per ridurre l’esposizione.
In condizioni normali poteva sembrare una forma di assicurazione.
Il 19 ottobre, però, il meccanismo contribuisce a creare una spirale.
Il mercato scende.
I programmi vendono.
Le vendite fanno scendere ulteriormente il mercato.
Il nuovo ribasso attiva altre vendite.
E le nuove vendite producono un altro ribasso.
I computer non crearono da soli il Black Monday.
Ma contribuirono ad amplificarne la velocità e la violenza.
Era una delle prime grandi dimostrazioni di quanto la tecnologia potesse accelerare non soltanto gli scambi finanziari.
Ma anche la paura.
508 punti
Alla fine della seduta il numero è impressionante.
Il Dow Jones perde 508 punti.
Oggi, con indici che viaggiano su livelli molto più elevati, quel numero può sembrare modesto.
Nel 1987 significa invece perdere il 22,6% in una sola giornata.
Più di un quinto del valore dell’indice cancellato nel giro di poche ore.
In termini percentuali rimane una delle immagini più estreme nella storia di Wall Street.
Persino le grandi giornate nere del 1929 non avevano prodotto una perdita percentuale così elevata in una singola seduta del Dow.
Il 19 ottobre 1987 entra immediatamente nella storia come:
Black Monday.
Il crollo diventa globale
Ma non è soltanto una storia americana.
Le vendite attraversano il mondo.
Londra.
Hong Kong.
Toronto.
Tokyo.
Sydney.
I mercati finanziari sono ormai abbastanza collegati da trasformare un’ondata di panico in un fenomeno internazionale.
Il Black Monday mostra così uno dei nuovi volti della globalizzazione finanziaria.
I capitali possono spostarsi rapidamente.
Le informazioni possono attraversare il pianeta in pochi secondi.
Ma anche la paura può farlo.
Ed è forse questa una delle lezioni più moderne del 1987.
Perché non diventò un nuovo 1929?
Nei giorni successivi la domanda è inevitabile.
Sta cominciando una nuova Grande Depressione?
La risposta sarà no.
La Federal Reserve, guidata da Alan Greenspan, interviene rapidamente e comunica la propria disponibilità a fornire liquidità al sistema finanziario.
L’obiettivo è impedire che il crollo dei prezzi azionari si trasformi in una crisi del credito, delle banche e quindi dell’economia reale.
Il sistema finanziario rimane sotto pressione.
Ma tiene.
Il giorno successivo la volatilità resta enorme, senza però produrre un secondo collasso delle stesse dimensioni.
Nei mesi seguenti i mercati cominceranno progressivamente a recuperare.
Il Black Monday resterà una ferita.
Ma non diventerà un nuovo 1929.
Wall Street cambia le regole
Il 19 ottobre lascia comunque un’eredità profonda.
Le autorità comprendono che mercati sempre più automatizzati e collegati possono diventare vittime della propria velocità.
Nascono e vengono rafforzati i circuit breaker, meccanismi che consentono di sospendere temporaneamente le contrattazioni quando gli indici scendono troppo rapidamente.
L’idea è semplice:
fermare il mercato.
Lasciare qualche minuto agli operatori.
Consentire di verificare le informazioni.
Ridurre la possibilità che algoritmi, ordini automatici e panico collettivo trasformino una caduta in una valanga.
Una delle conseguenze del Black Monday sarà quindi proprio questa:
la consapevolezza che, in alcuni momenti, persino un mercato costruito sulla velocità può avere bisogno di fermarsi.
Il documento di Deep View
Per questa venticinquesima puntata di Deep View by Allora! News abbiamo scelto qualcosa di particolarmente raro.
Non un documentario realizzato molti anni dopo.
Ma una puntata di Wall Street Week del 16 ottobre 1987.
Tre giorni prima del crollo.
È questo che rende il filmato straordinario.
Louis Rukeyser conduce la trasmissione come ogni settimana.
Gli analisti discutono.
Le quotazioni sono già sotto pressione.
Il mercato è nervoso.
Ma il Black Monday non è ancora entrato nella storia.
E Martin Zweig pronuncia quella parola.
Crash.
Guardare oggi quella trasmissione significa osservare il passato senza il vantaggio del senno di poi.
Noi sappiamo cosa accadrà lunedì.
Loro no.
Il video selezionato
Wall Street Week – 16 ottobre 1987: Before the Crash
▶️ Guarda il video all’interno di questa pagina.
Perché abbiamo scelto questo video
Perché c’è una differenza enorme tra spiegare una crisi dopo che è avvenuta e osservare le persone mentre cercano di interpretare i segnali prima.
Dopo un grande crollo tutto sembra più chiaro.
I grafici sembrano evidenti.
Gli errori diventano riconoscibili.
Le cause appaiono inevitabili.
Prima, invece, esiste soltanto l’incertezza.
Ed è precisamente quella che questo documento conserva.
Non una profezia.
Ma un momento nel quale qualcuno osserva gli stessi dati disponibili a tutti e arriva alla conclusione che qualcosa di molto grave potrebbe essere vicino.
Dopo il video resta una domanda
Oggi i mercati sono incomparabilmente più veloci di quelli del 1987.
Algoritmi.
Trading ad alta frequenza.
Informazioni immediate.
Mercati aperti quasi senza interruzione da una parte all’altra del pianeta.
Quello che nel 1987 appariva come il futuro della finanza è ormai la nostra normalità.
E proprio per questo il Black Monday conserva una domanda ancora attuale:
quanto controllo abbiamo davvero su sistemi progettati per reagire più velocemente di noi?
Il 19 ottobre 1987 Wall Street perse il 22,6% in una sola giornata.
Ma il documento che proponiamo oggi ci riporta a tre giorni prima.
Quando niente era ancora inevitabile.
Quando la storia non era ancora storia.
E qualcuno, davanti a una telecamera, pronunciò semplicemente una parola:
crash.
Deep View. Guardare più a fondo.
Documentari. Inchieste. Storia. Economia. Per osservare anche i momenti immediatamente precedenti a quelli che cambiano il mondo.
Fonte e ringraziamenti
Allora! News ringrazia chi ha conservato e reso disponibile la puntata storica di Wall Street Week del 16 ottobre 1987, permettendo di rivedere oggi un documento eccezionale delle ore precedenti al Black Monday.
Le immagini, gli interventi televisivi e gli altri materiali audiovisivi restano attribuiti ai rispettivi autori, produttori, emittenti e titolari dei diritti.
