Orson Welles trasformò “La guerra dei mondi” in falsi bollettini d’emergenza così realistici che alcuni ascoltatori credettero che gli Stati Uniti fossero davvero sotto attacco. Ottantotto anni dopo, quella trasmissione continua a parlare al nostro presente: fake news, social network, deepfake e intelligenza artificiale ci pongono ancora davanti alla stessa domanda. Come facciamo a sapere che ciò che stiamo ascoltando o vedendo è vero?
A cura di Emanuele Esposito | 30 ottobre 2026
È domenica sera, 30 ottobre 1938.
Negli Stati Uniti milioni di famiglie hanno la radio accesa.
La televisione non è ancora entrata nelle case. Internet appartiene a un futuro lontanissimo. Non esistono smartphone, social network, notifiche o siti attraverso i quali controllare immediatamente una notizia.
La radio è il mezzo più potente del momento.
È informazione.
Intrattenimento.
Musica.
Politica.
È una voce che entra direttamente nelle case.
Alle otto di sera, sulla CBS, comincia The Mercury Theatre on the Air, il programma diretto da un giovane attore e regista di appena ventitré anni.
Si chiama Orson Welles.
Quella sera ha deciso di adattare un romanzo pubblicato quarant’anni prima dallo scrittore inglese H.G. Wells.
Il titolo è The War of the Worlds.
La guerra dei mondi.
Una storia di fantascienza.
Una storia di marziani.
Ma Welles sceglie di raccontarla in un modo diverso.
Non come una normale rappresentazione teatrale.
Come se fosse una notizia.
Una tranquilla serata interrotta
La trasmissione comincia normalmente.
Una voce introduce il programma.
Parte della musica.
Poi, improvvisamente, arriva un’interruzione.
Un bollettino.
Astronomi avrebbero osservato strane esplosioni sulla superficie di Marte.
La musica riprende.
Poi un altro aggiornamento.
Un oggetto misterioso sarebbe precipitato nei pressi di Grovers Mill, nel New Jersey.
Un cronista viene collegato dalla zona.
Descrive una folla.
Poliziotti.
Scienziati.
Poi qualcosa comincia a muoversi dentro l’oggetto.
Si apre.
Ne emerge una creatura.
Il tono cambia completamente.
Non sembra più teatro.
Sembra cronaca.
«Qualcosa sta uscendo»
Gli attori del Mercury Theatre imitano il linguaggio dei reporter radiofonici.
Testimonianze.
Interruzioni.
Collegamenti.
Silenzio.
Rumori.
Voci concitate.
Poi arrivano le macchine marziane.
Un raggio di calore colpisce uomini, poliziotti e giornalisti.
La comunicazione si interrompe.
Seguono altri falsi bollettini.
L’esercito sarebbe intervenuto.
I marziani starebbero avanzando.
New York sarebbe minacciata.
Per chi ascoltava la trasmissione fin dall’inizio esistevano elementi sufficienti per comprendere che si trattava di una rappresentazione.
Ma non tutti avevano cominciato dall’inizio.
Alcuni stavano ascoltando altri programmi e cambiarono stazione.
Entrarono nella storia quando la fiction era già diventata una sequenza di bollettini.
E per qualcuno quelle voci risultarono credibili.
La radio aveva un’autorità enorme
Per capire ciò che avvenne bisogna entrare nel mondo del 1938.
L’Europa è sull’orlo della guerra.
Hitler ha già annesso l’Austria.
La crisi dei Sudeti ha appena tenuto il continente con il fiato sospeso.
Il pubblico è abituato alle interruzioni improvvise della programmazione radiofonica per annunciare emergenze internazionali.
Una voce che interrompe la musica per comunicare un fatto grave non è qualcosa di insolito.
È così che arrivano le notizie importanti.
Ed è proprio questo linguaggio che Welles sfrutta.
Non sta semplicemente raccontando una finzione.
Sta usando la forma dell’informazione per raccontare una finzione.
Ed è ciò che rende quella trasmissione sorprendentemente moderna.
L’America impazzì davvero?
Per decenni abbiamo raccontato quella notte quasi come un film.
Milioni di americani terrorizzati.
Famiglie in fuga.
Automobili sulle strade.
Persone convinte che la fine del mondo fosse arrivata.
La realtà è più complessa.
Ci furono realmente ascoltatori spaventati.
Radio, giornali e forze dell’ordine ricevettero telefonate.
Alcune persone cercarono conferme.
Altre reagirono con paura.
Ma le successive ricostruzioni storiche hanno fortemente ridimensionato l’idea di una gigantesca isteria collettiva nazionale.
Il programma di Welles non era neppure la trasmissione più ascoltata della serata.
Molti americani semplicemente non stavano ascoltando La guerra dei mondi.
E allora nasce un’altra domanda.
Come si costruì il mito del panico nazionale?
I giornali contro la radio
La mattina successiva le prime pagine sono spettacolari.
La radio avrebbe terrorizzato l’America.
La fiction sarebbe stata scambiata per realtà.
Orson Welles diventa improvvisamente uno degli uomini più conosciuti del Paese.
Ma dietro quella enorme attenzione esiste anche uno scontro fra mezzi di comunicazione.
Negli anni Trenta la radio sta sottraendo ai giornali pubblico e pubblicità.
È il nuovo mezzo.
Veloce.
Diretto.
Capace di raggiungere le case immediatamente.
Per la stampa tradizionale, dimostrare che la radio poteva ingannare il pubblico significava anche mettere in discussione la credibilità di un concorrente.
E così la storia dell’America terrorizzata diventa essa stessa una grande narrazione mediatica.
Quasi un paradosso.
Una trasmissione sulla manipolazione della percezione produce una seconda storia, quella del panico nazionale, amplificata a sua volta dai media.
Una fake news che non era una fake news
Definire La guerra dei mondi semplicemente una fake news sarebbe però sbagliato.
Non era un’operazione giornalistica costruita con l’intenzione di diffondere una falsa notizia.
Era teatro.
La natura narrativa del programma veniva dichiarata.
Ma il formato imitava in maniera estremamente efficace il giornalismo radiofonico.
Ed è qui che la storia del 1938 entra direttamente nel nostro presente.
Perché dimostra quanto possa essere importante la forma con la quale riceviamo un’informazione.
Se qualcosa sembra una notizia, parla come una notizia, utilizza il linguaggio di una notizia e arriva attraverso un mezzo che consideriamo autorevole, siamo naturalmente più inclini a crederci.
Dal microfono allo smartphone
Nel 1938 serviva una grande rete radiofonica per raggiungere milioni di persone.
Oggi basta uno smartphone.
Un video può essere pubblicato da una sola persona e raggiungere milioni di utenti in poche ore.
Una notizia falsa può attraversare il mondo prima ancora che una redazione riesca a verificarla.
Una fotografia può essere tolta dal proprio contesto.
Una dichiarazione può essere tagliata.
Un account può imitare una fonte autorevole.
Un algoritmo può premiare ciò che produce emozione prima ancora di stabilire se sia vero.
Ed è qui che Orson Welles smette di essere soltanto una curiosità della storia della radio.
Poi arrivano i deepfake
Nel 1938 era sufficiente imitare il linguaggio del giornalismo.
Nel 2026 possiamo imitare la realtà stessa.
L’intelligenza artificiale può creare una voce apparentemente identica a quella di una persona reale.
Può generare fotografie di eventi mai avvenuti.
Può produrre filmati nei quali qualcuno sembra pronunciare parole che non ha mai detto.
Può creare documenti, conversazioni e scene estremamente convincenti.
Per quasi tutta la storia della fotografia e del video siamo stati abituati a pensare:
«L’ho visto, quindi è successo».
Oggi non basta più.
Vedere non significa necessariamente sapere.
Ascoltare non significa necessariamente avere una conferma.
La prima domanda deve diventare:
da dove arriva?
La tecnologia non è il problema
Ogni grande mezzo di comunicazione ha prodotto paure.
La stampa.
La radio.
La televisione.
Internet.
I social network.
Adesso l’intelligenza artificiale.
Ma la tecnologia da sola non decide come verrà utilizzata.
La stessa radio che trasmise La guerra dei mondi avrebbe informato milioni di persone durante la Seconda guerra mondiale.
Internet ha diffuso disinformazione, ma ha anche reso accessibili biblioteche, archivi, università e documenti prima difficilmente raggiungibili.
L’intelligenza artificiale può produrre falsificazioni.
Può anche aiutare a confrontare documenti, tradurre lingue, analizzare dati e individuare anomalie.
Il problema rimane sempre lo stesso:
la responsabilità di chi pubblica e la capacità critica di chi riceve.
Il documento di Deep View
Per questa ventottesima puntata di Deep View by Allora! News non abbiamo scelto un documentario moderno.
Abbiamo scelto qualcosa di ancora più forte.
La trasmissione originale del 30 ottobre 1938
Un’ora di radio.
Senza immagini.
Senza ricostruzioni.
Senza commenti realizzati decenni dopo.
La stessa voce.
Gli stessi rumori.
Gli stessi falsi bollettini.
Lo stesso Orson Welles.
Ascoltarla oggi significa fare qualcosa che raramente possiamo fare con la storia:
entrare direttamente dentro il documento.
Provare, almeno per qualche minuto, a dimenticare ciò che sappiamo.
Immaginare di essere nel 1938.
Una radio accesa.
La musica viene interrotta.
Arriva un bollettino.
Qualcosa sarebbe caduto nel New Jersey.
Una voce racconta di non riuscire a spiegare ciò che sta vedendo.
Poi la comunicazione si interrompe.
Oggi prenderemmo immediatamente il telefono.
Cercheremmo online.
Controlleremmo diverse fonti.
Nel 1938 non esisteva nulla di tutto questo.
C’era quella voce.
E bisognava decidere se crederle.
Il video selezionato
The War Of The Worlds: The Original October 30, 1938 Broadcast — Orson Welles / Mercury Theatre
▶️ Ascolta la trasmissione originale all’interno di questa pagina.
Ottantotto anni dopo
È forse questa la vera eredità della notte di Orson Welles.
Non la leggenda di milioni di americani terrorizzati.
Ma la questione della fiducia.
Chi decide cosa è vero?
Come riconosciamo una fonte?
Quanto conta l’autorevolezza del mezzo attraverso il quale riceviamo una notizia?
Quanto siamo disposti a verificare qualcosa prima di condividerla?
Nel 1938 alcuni ascoltatori sentirono la radio e credettero che i marziani fossero arrivati.
Nel 2026 possiamo vedere il video perfetto di un evento che non è mai accaduto.
La tecnologia è cambiata.
La vulnerabilità umana molto meno.
Ecco perché quella vecchia trasmissione continua ad avere qualcosa da insegnarci.
Il problema non è soltanto ciò che vediamo o ascoltiamo.
Il problema è quanto siamo disposti a credere prima di verificare.
Deep View. Guardare più a fondo.
Documentari. Inchieste. Storia. Media. Per capire come costruiamo ciò che chiamiamo realtà.
Fonte e ringraziamenti
Documento selezionato: The War Of The Worlds – Original October 30, 1938 Broadcast.
Allora! News ringrazia chi ha conservato e reso disponibile la registrazione integrale del Mercury Theatre on the Air, permettendo a nuove generazioni di ascoltare direttamente uno dei documenti più importanti della storia della radio.
Il radiodramma, le voci, la musica e gli altri materiali originali restano attribuiti ai rispettivi autori e titolari dei diritti.
