Tre morti negli attacchi all’aeroporto internazionale della capitale saudita. La coalizione guidata da Riad risponde bombardando obiettivi Houthi nello Yemen, mentre Islamabad conferma la presenza di un consistente contingente militare con compiti difensivi. Il ministro Crosetto chiarisce la posizione dei circa 500 militari italiani dislocati nell’area. Intanto l’Iran rivendica un attacco a una nave nello Stretto di Hormuz, Pezeshkian incontra Putin e Trump esclude nuovi bombardamenti contro Teheran prima delle elezioni americane.
A cura della Redazione Allora! Online
Il Medio Oriente attraversa una nuova e pericolosa fase di escalation militare. Gli attacchi missilistici degli Houthi contro l’Arabia Saudita, la risposta delle forze saudite nello Yemen e il coinvolgimento difensivo del Pakistan stanno ampliando le dimensioni di un conflitto che rischia di trascinare altri Paesi della regione in una crisi sempre più difficile da contenere.
Tre cittadini sauditi sono morti negli attacchi contro l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, rivendicati dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran.
Tra le vittime figura anche un pilota della compagnia aerea nazionale Saudia, mentre altre persone di diverse nazionalità sono rimaste ferite.
Le autorità saudite hanno confermato che l’aeroporto è stato colpito in due distinti attacchi. Uno ha interessato le infrastrutture aeroportuali, mentre l’altro ha danneggiato un velivolo della compagnia di bandiera.
La nuova offensiva ha provocato cancellazioni di voli, sospensioni dei collegamenti internazionali e un rafforzamento delle misure di sicurezza.
L’emergenza coinvolge ormai direttamente anche il Pakistan, legato all’Arabia Saudita da un accordo di difesa, mentre l’Italia segue con particolare attenzione gli sviluppi dopo gli attacchi che hanno interessato una base dove erano presenti propri mezzi militari.
Riad sotto attacco, l’aviazione civile nel mirino
Gli attacchi contro l’aeroporto King Khalid rappresentano uno degli episodi più gravi della recente escalation.
Gli Houthi hanno rivendicato il lancio di missili contro lo scalo della capitale saudita e altri obiettivi, compresi l’aeroporto di Najran e una base militare nell’area di Khamis Mushait.
Secondo il gruppo yemenita, le operazioni avrebbero provocato danni alle infrastrutture e interruzioni del traffico aereo.
Non tutti i risultati militari rivendicati dagli Houthi sono stati verificati indipendentemente.
Le autorità saudite hanno confermato l’intercettazione di diversi missili balistici, ma anche il verificarsi di danni e vittime.
La situazione ha suscitato forti preoccupazioni tra le compagnie aeree internazionali.
Diversi vettori hanno sospeso temporaneamente i collegamenti con Riad e altre destinazioni saudite, mentre l’Agenzia europea per la sicurezza aerea ha ampliato le proprie raccomandazioni relative ai rischi di sorvolo dello spazio aereo del Regno.
Gli attacchi contro infrastrutture civili rappresentano un elemento particolarmente preoccupante della crisi, perché espongono direttamente passeggeri, lavoratori e popolazione a rischi che vanno oltre gli obiettivi militari.
La risposta saudita: bombardamenti sullo Yemen
La reazione di Riad non si è fatta attendere.
La coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita ha intensificato i bombardamenti contro postazioni e infrastrutture utilizzate dagli Houthi nello Yemen.
Tra le aree colpite figura anche la capitale Sana’a, controllata dai ribelli.
L’emittente Al-Masirah, vicina agli Houthi, ha riferito che un bombardamento saudita sull’aeroporto di Sana’a avrebbe provocato due morti e due feriti tra il personale aeroportuale.
Il bilancio comunicato dall’emittente non è stato verificato indipendentemente.
Secondo la coalizione saudita, le operazioni militari hanno l’obiettivo di neutralizzare le piattaforme di lancio dei missili, i depositi di armamenti e le infrastrutture utilizzate per colpire il territorio saudita.
Sul terreno continuano intanto i combattimenti tra le forze del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e gli Houthi.
Particolarmente delicata è la situazione nella provincia di Taiz e lungo le vie di collegamento verso la costa del Mar Rosso.
Le operazioni militari sono concentrate anche sulle rotte strategiche che conducono allo Stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi fondamentali per il commercio internazionale.
Il rischio è che la nuova offensiva provochi ulteriori sfollamenti e aggravi una crisi umanitaria che da anni colpisce la popolazione yemenita.
Il Pakistan conferma il sostegno militare all’Arabia Saudita
Uno degli sviluppi più importanti riguarda il ruolo del Pakistan.
Il governo di Islamabad ha confermato la presenza di un consistente numero di militari e risorse militari sul territorio saudita, nell’ambito degli accordi di cooperazione e difesa tra i due Paesi.
Il portavoce del ministero degli Esteri pakistano, Sajjad Haider Khan, ha precisato che il contingente svolge funzioni esclusivamente difensive.
Secondo Islamabad, i militari pakistani non attraverseranno il confine con lo Yemen per partecipare a operazioni offensive contro gli Houthi.
L’obiettivo dichiarato è contribuire alla protezione del territorio saudita e delle sue infrastrutture strategiche.
La decisione si inserisce nel quadro dell’accordo di difesa noto come Mecca Defence Pact, che coinvolge Arabia Saudita, Pakistan e Turchia.
Il patto prevede forme di assistenza reciproca in caso di aggressione contro uno dei Paesi aderenti.
La sua attivazione rappresenta un passaggio importante negli equilibri di sicurezza del Medio Oriente.
L’Arabia Saudita punta infatti a rafforzare la propria capacità difensiva anche attraverso alleanze regionali, mentre la guerra con gli Houthi continua a intensificarsi.
La partecipazione del Pakistan deve tuttavia essere distinta da un intervento diretto nelle operazioni terrestri in Yemen.
Islamabad ha ribadito che il mandato delle proprie forze rimane difensivo.
Italia, Crosetto chiarisce la presenza dei 500 militari
La crisi riguarda da vicino anche l’Italia.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, ha confermato la presenza di circa 500 militari italiani nell’area dell’Arabia Saudita e del Golfo.
Il contingente è articolato in una componente aerea e una terrestre.
Crosetto ha però precisato che non si tratta di una nuova missione militare.
Secondo il ministro, la presenza italiana deriva dal riposizionamento di forze già impegnate nell’operazione multinazionale Inherent Resolve, nel quadro dei mandati precedentemente autorizzati e discussi in Parlamento.
Il tema è tornato all’attenzione politica dopo l’attacco del 18 settembre alla base aerea di Ta’if, durante il quale un drone attribuito agli Houthi ha danneggiato un Eurofighter italiano.
Il ministro ha spiegato che lo spostamento di alcuni reparti rispondeva a esigenze di sicurezza operativa, per proteggere i militari italiani presenti nella regione.
Crosetto ha inoltre assicurato che le forze italiane non partecipano a operazioni di guerra contro gli Houthi.
Le opposizioni hanno tuttavia chiesto ulteriori chiarimenti sulle modalità del riposizionamento e sul coinvolgimento parlamentare nelle decisioni.
La vicenda evidenzia quanto l’allargamento del conflitto renda delicata anche la posizione di Paesi non direttamente impegnati nelle offensive militari.
Tajani condanna gli attacchi e chiede il rilancio della diplomazia
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso solidarietà all’Arabia Saudita, condannando gli attacchi contro le infrastrutture civili.
La Farnesina ha richiamato in particolare la necessità di garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso e attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb.
Per l’Italia, la sicurezza di queste rotte rappresenta una priorità economica e strategica, considerando la loro importanza per il commercio internazionale e per i collegamenti tra Europa e Asia.
Tajani ha inoltre ribadito il sostegno italiano agli sforzi dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, impegnato nel tentativo di rilanciare il processo politico.
La posizione italiana punta quindi a due obiettivi: proteggere la sicurezza regionale e favorire una soluzione diplomatica che eviti un ulteriore allargamento delle ostilità.
La Siria valuta un possibile coinvolgimento
Nel frattempo, aumentano le indiscrezioni su un possibile ruolo militare della Siria.
Secondo informazioni riportate dalla stampa internazionale, Stati Uniti e Arabia Saudita starebbero discutendo con Damasco l’eventuale contributo di forze siriane alle operazioni contro gli Houthi.
L’ipotesi riguarda un possibile dispiegamento di personale militare a sostegno delle forze impegnate nello Yemen.
Non esiste però una decisione ufficiale sul numero degli uomini, sulle modalità operative o sull’effettiva partecipazione siriana.
Il governo di Damasco mantiene una posizione prudente.
Un eventuale coinvolgimento della Siria rappresenterebbe un ulteriore allargamento del conflitto, con conseguenze sugli equilibri regionali e sulle relazioni tra i Paesi coinvolti.
Iran, i Pasdaran rivendicano un attacco nello Stretto di Hormuz
La tensione non riguarda soltanto la Penisola Arabica.
I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno dichiarato di aver colpito una nave cisterna per il trasporto di gas di petrolio liquefatto nello Stretto di Hormuz.
Secondo la versione iraniana, la nave denominata NV Sunshine avrebbe tentato di attraversare una rotta che Teheran considera non autorizzata.
I Pasdaran sostengono che l’attacco abbia provocato un incendio nella zona dei motori.
Le circostanze esatte dell’episodio e alcune informazioni sulla nave non risultano interamente verificate in modo indipendente.
L’Iran continua a rivendicare un ruolo di controllo sui transiti attraverso lo Stretto, mentre gli Stati Uniti contestano qualsiasi limitazione unilaterale della libertà di navigazione.
Hormuz rappresenta una delle rotte energetiche più importanti del mondo.
Le minacce contro il traffico commerciale possono determinare un aumento dei costi assicurativi, rallentamenti nelle esportazioni e forti oscillazioni dei prezzi del petrolio.
Le conseguenze si estendono ben oltre il Medio Oriente, interessando anche i mercati europei e asiatici.
Pezeshkian incontra Putin: Teheran non abbandona i negoziati
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha incontrato Vladimir Putin in Turkmenistan, durante una serie di appuntamenti internazionali.
Pezeshkian ha ribadito che l’Iran non ha abbandonato il confronto diplomatico con gli Stati Uniti e continua a cercare una soluzione negoziata.
Il presidente iraniano ha però accusato Washington di aver condotto operazioni militari mentre erano ancora in corso i contatti diplomatici.
Putin ha espresso sostegno agli sforzi negoziali iraniani e si è dichiarato disponibile a favorire una soluzione pacifica.
La Russia non risulta tuttavia tra i mediatori ufficiali dei colloqui tra Stati Uniti e Iran.
L’incontro conferma la crescente importanza dei rapporti tra Mosca e Teheran, in uno scenario internazionale nel quale le tensioni militari si intrecciano con alleanze economiche e diplomatiche.
Trump esclude nuovi attacchi prima delle elezioni
Sul fronte americano, Donald Trump ha ribadito che gli Stati Uniti non lanceranno nuovi attacchi contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Il presidente ha parlato di discussioni produttive con Teheran, manifestando fiducia nella possibilità di raggiungere un’intesa.
Ma le dichiarazioni della Casa Bianca non significano che siano stati abbandonati tutti i piani militari.
Secondo il New York Times, il Pentagono continua infatti a elaborare opzioni per un’eventuale ripresa delle operazioni contro obiettivi iraniani.
Tra le ipotesi esaminate figurerebbero attacchi contro depositi di missili, droni e infrastrutture strategiche.
Si tratta di piani di contingenza, non di un ordine definitivo di intervento.
Trump ha inoltre sostenuto che la guerra potrebbe concludersi presto e che una riduzione delle tensioni favorirebbe un calo dei prezzi dei carburanti.
Una prospettiva che rimane però subordinata all’evoluzione della situazione militare, alla sicurezza delle rotte energetiche e all’esito dei negoziati.
Una crisi che rischia di coinvolgere tutta la regione
Il quadro complessivo mostra un Medio Oriente nel quale i diversi fronti di guerra sono ormai strettamente collegati.
Gli Houthi colpiscono l’Arabia Saudita, Riad intensifica i bombardamenti nello Yemen, il Pakistan rafforza il sostegno difensivo al Regno e altri Paesi valutano forme di cooperazione militare.
L’Iran continua a esercitare pressioni sulle rotte marittime, mentre gli Stati Uniti mantengono aperta la possibilità di nuove operazioni.
Russia e altri interlocutori internazionali cercano contemporaneamente di ritagliarsi un ruolo diplomatico.
Per l’Europa e per l’Australia, le conseguenze potrebbero manifestarsi soprattutto attraverso i prezzi energetici, le difficoltà logistiche e l’instabilità dei mercati internazionali.
Ma il costo più grave rimane quello umano.
Le vittime degli attacchi agli aeroporti sauditi e quelle dei bombardamenti nello Yemen dimostrano che la crisi sta colpendo direttamente anche la popolazione civile.
Il rischio non è soltanto una nuova guerra tra Arabia Saudita e Houthi, ma la trasformazione di diversi conflitti regionali in uno scontro più ampio, nel quale ogni attacco può provocare nuove rappresaglie e coinvolgere altri Paesi.
La diplomazia continua a offrire possibili vie d’uscita.
Ma ogni giorno di combattimenti rende più difficile ristabilire la fiducia necessaria per una soluzione negoziata.
La priorità rimane evitare che l’escalation militare renda ancora più lontana la possibilità di una pace duratura.
