Nuova escalation nel conflitto mediorientale. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno conquistato la città portuale yemenita di Mocha e avanzano verso le isole strategiche che dominano lo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo. La pressione arriva mentre lo Stretto di Hormuz resta fortemente compromesso dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, aumentando il rischio di un doppio shock sulle rotte energetiche globali. Intanto attacchi iraniani in Giordania hanno danneggiato diversi aerei militari statunitensi.
La guerra si allarga e tocca un secondo snodo energetico mondiale.
Dopo settimane di tensione nello Stretto di Hormuz, l’attenzione si sposta ora sul Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e attraverso il quale transita una quota rilevante del commercio internazionale e delle esportazioni energetiche.
Fonti militari del governo yemenita riferiscono che gli Houthi hanno conquistato Mocha e sono avanzati fino alle isole Hanish, rafforzando la propria posizione lungo la costa occidentale dello Yemen.
Se il movimento riuscisse a controllare stabilmente le aree che dominano lo stretto, l’Iran potrebbe disporre indirettamente di una seconda leva sulle grandi rotte del petrolio, sul lato opposto della penisola arabica rispetto a Hormuz.
Mocha cambia il quadro
La presa di Mocha è particolarmente significativa.
La città si trova lungo la costa del Mar Rosso e offre agli Houthi una presenza diretta sulle rotte che conducono verso Bab el-Mandeb.
L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha parlato davanti al Consiglio di Sicurezza di una fase “nuova e più pericolosa” del conflitto.
Secondo Grundberg, la conquista di Mocha porta gli Houthi direttamente sulle vie di accesso a uno degli stretti più importanti del pianeta e aumenta le preoccupazioni per la libertà di navigazione.
Arabia Saudita sempre più esposta
L’Arabia Saudita è particolarmente vulnerabile a questa evoluzione.
Da quando la guerra Iran-USA ha praticamente chiuso o fortemente ridotto il traffico nello Stretto di Hormuz, Riad ha fatto maggiore affidamento sulla rotta del Mar Rosso per esportare petrolio.
Gli Houthi sostengono che la navigazione sarebbe sicura per tutte le compagnie tranne quelle saudite.
Questo significa che la minaccia è dichiaratamente politica e strategica: colpire la capacità saudita di esportare greggio proprio mentre Hormuz è già sotto forte pressione.
Le forze governative yemenite sostenute dall’Arabia Saudita stanno riposizionandosi verso Dhubab, nell’area di Bab el-Mandeb, di fronte all’isola di Perim.
Il controllo di questi punti è considerato essenziale per dominare lo stretto.
Gli Houthi: «Operazioni difensive»
Il portavoce Houthi Mohammed Abdulsalam ha definito le operazioni del gruppo “difensive” e ha sostenuto che cesserebbero se terminassero gli attacchi contro lo Yemen.
Washington presenta invece il movimento come uno strumento della strategia iraniana.
La rappresentante americana Jenifer Neidhart de Ortiz ha accusato gli Houthi di agire come “agenti e strumenti dell’Iran”.
Fonti yemenite, iraniane e regionali citate nel materiale riferiscono inoltre che l’avanzata sulla costa sarebbe avvenuta con il diretto sostegno e coordinamento delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.
Teheran, tuttavia, continua a negare di controllare direttamente il gruppo.
Petrolio ancora sotto pressione
Il mercato ha reagito rapidamente.
Il Brent è salito oltre i 105 dollari al barile, con rialzi fino al 4% nella giornata, mentre gli operatori valutano il rischio che anche Bab el-Mandeb possa diventare instabile.
Il problema è ormai evidente: con Hormuz già compromesso e il Mar Rosso sempre più esposto, due delle principali arterie energetiche mondiali sono contemporaneamente sotto pressione.
Negli Stati Uniti, il prezzo medio del diesel ha superato 6 dollari al gallone per la prima volta, secondo i dati citati dal tracker GasBuddy.
Attacchi anche in Arabia Saudita
Gli Houthi avevano già intensificato le operazioni contro obiettivi sauditi.
Le autorità di protezione civile hanno emesso nuovi allarmi a Khamis Mushait, nel sud-ovest del Paese, per la quarta volta in 24 ore.
Il Pakistan avrebbe inoltre trasmesso a Teheran un avvertimento saudita affinché l’Iran contribuisca a frenare l’escalation Houthi.
La risposta attribuita a un alto funzionario iraniano è stata netta: «L’Iran non controlla gli Houthi».
Danni agli aerei USA in Giordania
Intanto il fronte Iran-USA continua a produrre conseguenze dirette.
Secondo un funzionario americano, gli attacchi iraniani contro la Muwaffaq Salti Air Base in Giordania hanno danneggiato diversi velivoli militari statunitensi.
Un A-10 Thunderbolt II avrebbe perso un’ala, mentre circa otto F-15 avrebbero riportato danni lievi e sarebbero poi tornati operativi.
Le perdite si aggiungono a quelle già accumulate dall’inizio del conflitto.
Un rapporto del Congressional Research Service citato nel materiale stimava che, già a maggio, 42 velivoli militari statunitensi fossero stati persi o danneggiati, inclusi più di venti droni.
Patriot sotto pressione
L’attacco alla base giordana ha richiesto l’impiego di circa 30 intercettori Patriot.
Questo apre un altro problema strategico: le scorte.
Secondo una stima del Center for Strategic and International Studies riportata nel testo, circa il 65% degli intercettori Patriot statunitensi sarebbe stato utilizzato tra febbraio e luglio, lasciando meno di 850 missili rispetto ai circa 2.330 disponibili prima della guerra.
Se confermata, è una riduzione importante in una fase in cui gli attacchi missilistici iraniani continuano.
Colpita anche la Quinta Flotta
L’Iran avrebbe inoltre attaccato il quartier generale della US Navy Fifth Fleet in Bahrain.
L’Acting US Navy Secretary Hung Cao ha descritto pubblicamente danni significativi alla base, aggiungendo un ulteriore elemento alla pressione sulle infrastrutture militari statunitensi nel Golfo.
Trump: «La guerra finirà dopo le midterm»
Sul piano politico, Donald Trump continua a legare il conflitto alle elezioni di novembre.
Il presidente ha detto di aspettarsi che la guerra finisca subito dopo le midterm, sostenendo che l’Iran non sarebbe in grado di resistere molto più a lungo.
Trump accusa inoltre Teheran di cercare di influenzare il voto americano attraverso la guerra e l’aumento dei prezzi dell’energia.
È però una previsione da trattare con cautela: il presidente aveva già indicato in passato altri termini per la conclusione del conflitto.
Hormuz resta quasi paralizzato
I tentativi americani di riaprire progressivamente Hormuz sembrano aver subito un nuovo stop.
Secondo i dati di tracciamento navale citati nel materiale, mercoledì solo sette navi avrebbero attraversato lo stretto, circa la metà della media degli ultimi dieci giorni.
L’Iran ha inoltre dichiarato di aver colpito un mezzo navale senza equipaggio statunitense all’ingresso dello stretto.
Due stretti, un solo rischio globale
La novità strategica più importante è proprio questa.
La guerra non minaccia più un solo corridoio energetico.
Hormuz e Bab el-Mandeb sono ora entrambi sotto pressione.
Per il mercato significa rischio di forniture più limitate, noli più alti, maggiore costo delle assicurazioni marittime e nuova pressione sui prezzi del petrolio.
Per Arabia Saudita e Stati Uniti significa invece dover difendere contemporaneamente due teatri collegati.
L’avanzata Houthi lungo la costa yemenita trasforma quindi il conflitto locale in una questione globale: se Bab el-Mandeb diventasse realmente instabile, la guerra energetica del Medio Oriente avrebbe un secondo fronte capace di colpire direttamente commercio, petrolio e inflazione in tutto il mondo.

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