Yemen, emergenza umanitaria e petrolifera: 86 mila sfollati, Houthi su Bab el-Mandeb e oleodotto saudita fuori servizio

La crisi yemenita entra in una fase ancora più grave. Quasi 86 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case per l’intensificarsi dei combattimenti tra forze governative e Houthi, mentre oltre 2 mila civili sono già fuggiti via mare verso Gibuti. Sul fronte energetico, l’Arabia Saudita ha dovuto fermare l’oleodotto East-West dopo attacchi con droni: la condotta trasportava verso Yanbu circa 4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% dell’offerta mondiale. Con Hormuz ancora fortemente limitato e Bab el-Mandeb sotto il controllo degli Houthi, la pressione sulle rotte petrolifere globali aumenta ulteriormente.

Lo Yemen torna al centro della crisi mediorientale, questa volta con conseguenze che riguardano contemporaneamente popolazione civile, rotte marittime e approvvigionamenti energetici mondiali.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, gli sfollati provocati dalla nuova fase dei combattimenti hanno raggiunto 85.818 persone, con circa 10 mila nuovi sfollati in appena ventiquattro ore. La zona più colpita resta quella della costa occidentale e di Taiz, dove si concentra la maggior parte delle famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. 

Oltre 2.000 persone sono già riuscite a raggiungere Gibuti via mare, dove vengono assistite nel centro di Obock. L’OIM avverte però che il flusso potrebbe aumentare ulteriormente se i combattimenti continueranno con questa intensità. 

Gli Houthi controllano Bab el-Mandeb

Sul terreno, gli Houthi hanno consolidato la propria avanzata lungo la costa del Mar Rosso.

Dopo la conquista di Mocha e delle isole prospicienti, il movimento sostenuto dall’Iran controlla ormai lo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei principali passaggi commerciali del pianeta. 

Il controllo dello stretto assume un peso strategico enorme perché Bab el-Mandeb è diventato ancora più importante dopo la crisi dello Stretto di Hormuz.

In pratica, due delle principali vie di transito energetico del Medio Oriente sono contemporaneamente sotto forte pressione.

Oleodotto saudita East-West fermo

La situazione è diventata ancora più delicata dopo l’interruzione dell’oleodotto saudita East-West, utilizzato da Riad per deviare il petrolio verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso evitando Hormuz.

La condotta trasportava circa 4 milioni di barili al giorno, equivalenti a circa il 4% dell’offerta petrolifera mondiale. 

Secondo le informazioni riportate nel dossier, le scorte disponibili a Yanbu sarebbero sufficienti soltanto per altri cinque-sette giorni se il pompaggio non dovesse riprendere.

L’Arabia Saudita dispone anche di capacità di stoccaggio nei porti egiziani di Ain Sukhna e Sidi Kerir, ma nemmeno queste riserve potrebbero compensare indefinitamente una lunga interruzione. 

Offerta mondiale sotto pressione

L’Agenzia Internazionale dell’Energia segnala che l’offerta saudita è già scesa ai livelli più bassi degli ultimi trent’anni.

Secondo i dati riportati, l’offerta mondiale potrebbe ridursi quest’anno di 5,7 milioni di barili al giorno, circa il 6%. 

Prima della guerra, il Medio Oriente forniva circa 22 milioni di barili di petrolio al giorno. Ora i flussi attraverso Hormuz sarebbero scesi a 6-9 milioni di barili quotidiani, mentre la produzione saudita dichiarata all’OPEC sarebbe diminuita a 6,2 milioni di barili al giorno in agosto, contro 10,9 milioni a febbraio. 

Il rischio di uno shock energetico globale diventa quindi sempre più concreto.

Combattimenti e vittime

La nuova offensiva sta producendo anche un pesante bilancio militare.

Secondo dati diffusi dalle Forze di Resistenza Nazionale e ripresi nel dossier, oltre 1.500 combattenti dei due schieramenti sarebbero morti nell’ultimo mese.

Queste cifre, però, non hanno trovato conferma indipendente

Le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita stanno tentando di riconquistare le aree attorno a Mocha, mentre Riad ha effettuato raid aerei contro posizioni Houthi nel nord e nel centro dello Yemen. 

Houthi minacciano nuovi attacchi in Arabia Saudita

Il portavoce militare Houthi Yahya Saree ha annunciato che le operazioni future saranno “più intense e di più ampia portata”, minacciando nuovi attacchi contro infrastrutture militari ed economiche saudite. 

Il gruppo ha inoltre rivendicato un attacco contro una base militare nella regione saudita di Sharurah, sostenendo di aver utilizzato missili balistici e droni.

Al momento, però, le autorità saudite non hanno fornito conferme indipendenti sul bilancio di quell’attacco. 

Iran: «Non vogliamo l’arma atomica»

Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende dotarsi di armi nucleari.

Ha richiamato l’adesione dell’Iran al Trattato di non proliferazione nucleare e ha accusato gli Stati Uniti di utilizzare il dossier atomico come pretesto per giustificare gli attacchi. 

Allo stesso tempo, il ministro della Difesa iraniano ha dichiarato che Teheran è pronta ad affrontare un nuovo ciclo di guerra e che le capacità militari mostrate finora rappresenterebbero soltanto una parte del potenziale iraniano. 

Hormuz resta chiuso

Non arrivano segnali decisivi nemmeno sul fronte dello Stretto di Hormuz.

L’accordo in preparazione tra Iran e Oman per la futura gestione del passaggio non significa, secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che lo stretto verrà riaperto.

Teheran mantiene infatti una serie di condizioni rivolte agli Stati Uniti e continua a sostenere che la sicurezza regionale debba essere gestita esclusivamente dai Paesi dell’area. 

Una crisi che va oltre lo Yemen

La conseguenza è che il conflitto yemenita non può più essere letto come una guerra locale.

Il controllo Houthi di Bab el-Mandeb, il blocco di Hormuz, l’interruzione dell’oleodotto East-West e il rapido aumento degli sfollati trasformano la crisi in un problema internazionale.

Per l’Arabia Saudita il rischio è perdere contemporaneamente le principali vie di esportazione del proprio greggio.

Per il mercato globale significa meno offerta, prezzi più alti e nuova pressione sull’inflazione.

Per la popolazione yemenita, invece, significa un’altra ondata di fuga dopo anni di guerra.

Il dato più urgente resta quello umano: quasi 86 mila persone hanno già abbandonato le proprie case. Ma dietro questa emergenza si sta formando anche una crisi energetica capace di incidere sui mercati e sulle economie di tutto il mondo.