Nuova giornata di forte tensione sui mercati internazionali. Il Brent è balzato di circa il 7,5%, superando quota 109 dollari al barile, mentre il rendimento dei Treasury americani a dieci anni si è avvicinato al 5%, livello che aumenta la pressione sui costi di finanziamento globali. Wall Street ha chiuso in rosso e i futures indicano per l’ASX 200 un’apertura in calo dello 0,9%. Sullo sfondo resta l’escalation in Medio Oriente e il timore che un nuovo shock energetico riaccenda l’inflazione, costringendo le banche centrali a mantenere una linea più restrittiva.
L’Australia si prepara a un’altra seduta difficile sui mercati.
I futures sull’ASX 200 indicano un’apertura in ribasso dello 0,9%, a 8.729 punti, mentre il dollaro australiano è sceso dello 0,9% a circa 71,5 centesimi di dollaro USA. Anche Wall Street ha chiuso negativa, con Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq tutti in calo.
Il principale fattore di pressione resta il petrolio.
Brent sopra 109 dollari
Il Brent è salito di circa 7,5%, portandosi oltre i 109 dollari al barile, mentre il WTI ha superato quota 100 dollari.
Il nuovo rialzo è legato ai timori per ulteriori interruzioni delle forniture energetiche a seguito dell’intensificazione del conflitto tra Stati Uniti e Iran e degli attacchi alla navigazione nelle principali rotte del Medio Oriente.
La preoccupazione dei mercati è che la guerra possa protrarsi più a lungo del previsto e coinvolgere contemporaneamente più snodi strategici.
Gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz e le tensioni attorno al Bab el-Mandeb aumentano il rischio di un doppio shock sulle rotte energetiche mondiali.
Rendimenti USA vicini al 5%
A preoccupare non è soltanto il petrolio.
Il rendimento del Treasury americano a dieci anni ha chiuso al 4,943%, il livello più alto dall’ottobre 2023, avvicinandosi alla soglia psicologica del 5%.
Il Treasury a dieci anni è uno dei principali riferimenti per il costo del denaro nell’economia statunitense e influenza direttamente mutui, debito societario e valutazioni azionarie.
Ma l’effetto si propaga anche fuori dagli Stati Uniti.
Rendimenti americani più alti possono trascinare verso l’alto quelli australiani, aumentando i costi di finanziamento per banche, imprese e famiglie.
Wall Street in rosso
La combinazione tra petrolio più caro e rendimenti obbligazionari in aumento ha pesato sulle azioni americane.
Lo S&P 500 ha perso circa lo 0,6%, il Nasdaq lo 0,7% e il Dow Jones lo 0,6%.
Il rendimento del Treasury trentennale ha inoltre raggiunto il livello più alto degli ultimi 19 anni.
Il timore è che l’aumento dei costi energetici mantenga l’inflazione elevata più a lungo, rinviando qualsiasi allentamento monetario e aumentando invece la probabilità di nuovi rialzi dei tassi.
La BCE alza i tassi
Il clima più restrittivo è già evidente in Europa.
La Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli al 2,5%, citando i nuovi rischi inflazionistici legati al rincaro dell’energia.
Il tono della BCE è stato inoltre interpretato come più aggressivo del previsto e i mercati stanno già scontando ulteriori rialzi nel corso dei prossimi dodici mesi.
Occhi sulla Reserve Bank of Australia
La pressione si trasferisce inevitabilmente anche sulla Reserve Bank of Australia.
La RBA si riunirà il 28 e 29 settembre, con decisione prevista per martedì 29.
Secondo il quadro descritto nel report, i mercati hanno aumentato significativamente le probabilità di un nuovo rialzo dei tassi australiani, proprio mentre il petrolio più caro rischia di aggiungere altra pressione inflazionistica.
Per le famiglie australiane, questo significa che il rischio non riguarda soltanto la benzina.
Un nuovo aumento dei tassi si tradurrebbe in ulteriore pressione sui mutui variabili e sul costo del credito.
Il dollaro australiano arretra
A differenza di quanto accaduto nei giorni precedenti, il dollaro australiano questa volta si indebolisce.
Il cambio è sceso a circa 71,5 centesimi di dollaro USA, riflettendo il clima di maggiore avversione al rischio sui mercati internazionali.
La debolezza della valuta può a sua volta aumentare il costo delle importazioni, aggiungendo un ulteriore elemento di pressione sui prezzi domestici.
Il rischio è un nuovo shock globale
Il quadro che emerge è quello di una possibile nuova fase di stagflazione: crescita più debole, energia più cara e tassi più alti.
Il problema, per l’Australia, è che una parte significativa di questi fattori arriva dall’esterno.
Il Paese non controlla il prezzo mondiale del petrolio né i rendimenti dei Treasury americani, ma ne subisce comunque gli effetti attraverso inflazione, valuta, mercati finanziari e costi di finanziamento.
La nuova escalation in Medio Oriente sta quindi diventando rapidamente una questione economica globale. E per l’Australia, dopo il forte calo dell’ASX delle ultime sedute, la pressione sembra destinata a continuare.
