Stati Uniti, nuovi raid contro l’Iran nello Stretto di Hormuz: Trump avverte Teheran, tensione di nuovo alle stelle

Gli Stati Uniti hanno lanciato nuovi attacchi contro obiettivi iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz, riaccendendo il timore di una nuova fase di guerra aperta. Il presidente Donald Trump ha confermato l’operazione e ha minacciato una risposta ancora più dura in caso di rappresaglia. Teheran, dal canto suo, avverte che se verrà impedita l’esportazione del proprio petrolio, nessun Paese del Golfo potrà esportarne.

La tregua apparente è durata poco.

Gli Stati Uniti hanno lanciato nuovi raid contro obiettivi iraniani nei pressi dello Stretto di Hormuz, riportando lo scontro con Teheran su un piano direttamente militare dopo settimane nelle quali il confronto si era spostato soprattutto su sanzioni, blocchi e pressione economica.

Lo US Central Command ha spiegato che gli attacchi arrivano dopo recenti tentativi attribuiti ai Guardiani della Rivoluzione iraniani contro il traffico commerciale nello Stretto e contro militari americani.

Il presidente Donald Trump ha confermato personalmente l’operazione attraverso Truth Social, definendo i raid «grandi e potenti».

Trump: «Se l’Iran reagisce, colpiremo ancora più forte»

Secondo Trump, l’azione americana rappresenta una rappresaglia per il tentativo iraniano di posizionare mine nello Stretto e per il lancio di otto missili contro una base statunitense in Giordania.

Il presidente ha aggiunto che tutte le mine presenti nell’area sarebbero state rimosse o fatte esplodere e ha lanciato un avvertimento diretto a Teheran: in caso di nuova risposta iraniana, gli Stati Uniti colpiranno «a un livello molto più duro e più alto».

È un messaggio che aumenta immediatamente il rischio di escalation.

Esplosioni a Qeshm e Bandar Abbas

I media iraniani hanno riferito di esplosioni sull’isola di Qeshm, sul lato settentrionale dello Stretto di Hormuz.

Segnalazioni sono arrivate anche da Bandar Abbas, importante città portuale iraniana, e da Chabahar, sulla costa meridionale.

Al momento non è ancora chiaro quale sia stata l’estensione complessiva dei bombardamenti né quanti obiettivi siano stati colpiti.

La dimensione reale della nuova offensiva americana dovrà quindi essere valutata nelle prossime ore.

Fine della breve fase di contenimento

Il nuovo intervento arriva dopo gli attacchi dello scorso fine settimana, quando le forze americane avevano colpito l’isola iraniana di Larak e Teheran aveva risposto lanciando missili contro due basi statunitensi in Giordania.

Inizialmente entrambe le parti avevano lasciato intendere che l’episodio potesse restare circoscritto.

Trump aveva dichiarato che non si trattava necessariamente del ritorno a una guerra su larga scala, mentre fonti iraniane avevano descritto lo scambio come un confronto «limitato e contenuto».

I nuovi raid mostrano però quanto quell’equilibrio fosse fragile.

Teheran: «Se noi non esportiamo petrolio, non lo farà nessuno»

L’Iran non sembra intenzionato a fare passi indietro.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva dichiarato poche ore prima che Teheran sarebbe stata pronta a rispettare immediatamente gli impegni previsti dal Memorandum of Understanding di giugno se gli Stati Uniti avessero fatto altrettanto.

Ma dal Parlamento iraniano è arrivato anche un messaggio molto più duro.

Il presidente dell’assemblea Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che, se l’obiettivo americano sarà impedire all’Iran di esportare petrolio dal Golfo Persico, «nessuno sarà in grado di esportarlo».

È una minaccia che riguarda direttamente lo Stretto di Hormuz e quindi una delle principali arterie energetiche del pianeta.

Hormuz resta il vero centro della crisi

Lo Stretto di Hormuz continua infatti a essere il punto più delicato dell’intero confronto.

Da quel corridoio marittimo passa una quota rilevantissima delle esportazioni mondiali di petrolio e gas.

Ogni rischio per la navigazione si traduce immediatamente in pressione sui mercati energetici.

I prezzi del petrolio erano già saliti dopo il precedente scambio di attacchi e dopo le notizie di due petroliere colpite mentre lasciavano lo Stretto.

Una nuova escalation militare potrebbe quindi avere conseguenze molto più ampie: aumento del prezzo del greggio, carburanti più costosi e nuove pressioni sull’inflazione internazionale.

Diplomazia sempre più debole

Il conflitto, iniziato sei mesi fa, aveva progressivamente assunto una dimensione più economica che militare.

Il Memorandum di giugno avrebbe dovuto aprire una fase di de-escalation e di negoziati più ampi, ma il periodo previsto per raggiungere un accordo è trascorso senza una vera soluzione.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha accusato Washington di formulare richieste eccessive e di confondere il negoziato con l’imposizione delle proprie condizioni.

Teheran, ha aggiunto, continuerà a utilizzare «tutte le proprie capacità», tanto sul terreno militare quanto su quello diplomatico.

Il rischio ora è una spirale senza controllo

Il punto più pericoloso è proprio questo.

Ogni attacco viene presentato come risposta a quello precedente. Ogni rappresaglia genera la minaccia di un’ulteriore rappresaglia.

In una regione nella quale convivono basi americane, infrastrutture energetiche, rotte marittime strategiche e numerosi attori militari, il margine per un errore di calcolo diventa sempre più ridotto.

Gli Stati Uniti stanno colpendo di nuovo. L’Iran promette di non arretrare. E ancora una volta il mondo guarda allo Stretto di Hormuz, perché da ciò che accadrà lì potrebbero dipendere non soltanto gli equilibri del Medio Oriente, ma anche il prezzo dell’energia e la stabilità economica globale.