Il leader di Futuro Nazionale respinge il paragone tra l’emigrazione italiana del passato e gli attuali ingressi irregolari: «I flussi devono essere decisi dal Paese che accoglie»
Gli italiani che lasciarono il proprio Paese nel secolo scorso non possono essere paragonati a chi oggi attraversa irregolarmente le frontiere europee. È questa la posizione espressa da Roberto Vannacci nel corso di un intervento dedicato all’immigrazione e alla politica dei rimpatri.
Il leader di Futuro Nazionale ha rivendicato il carattere prevalentemente regolare della grande emigrazione italiana, ricordando i viaggi sui transatlantici partiti dai porti di Genova e Napoli e le procedure alle quali i migranti venivano sottoposti nei Paesi di destinazione.
«Noi siamo emigrati dopo la guerra e siamo emigrati legalmente», ha dichiarato Vannacci. «Non c’è un emigrato illegale italiano».
Secondo l’europarlamentare, gli italiani raggiungevano le nuove destinazioni attraverso canali riconosciuti e venivano registrati e controllati dalle autorità.
«Prendevamo i transatlantici a Genova e a Napoli, andavamo a Ellis Island, dove venivamo schedati uno per uno e ammessi legalmente nei Paesi nei quali venivamo mandati», ha aggiunto.
Il ricordo del nonno emigrato in Argentina
Per rafforzare il proprio ragionamento, Vannacci ha richiamato anche la storia della sua famiglia.
Il nonno emigrò in Argentina nel 1921 e tornò in Italia tre anni più tardi. Il suo passaggio, ha spiegato, risulterebbe ancora documentato nei registri argentini degli ingressi e delle uscite.
«Mio nonno è emigrato nel 1921 in Argentina ed è ritornato nel 1924. Il suo registro di ingresso e di uscita è ancora presente nei registri degli emigrati argentini», ha affermato.
Per Vannacci, quella documentazione dimostrerebbe la differenza tra chi si trasferiva rispettando le procedure previste e chi oggi entra in un Paese senza possedere un’autorizzazione.
«Non era un emigrato illegale, non è andato come clandestino, come non sono andati da clandestini i milioni di italiani emigrati nelle altre terre».
«Sì agli ingressi, ma secondo i nostri flussi»
La posizione dell’ex generale non chiude completamente la porta all’immigrazione. Vannacci sostiene infatti di essere favorevole all’arrivo di cittadini stranieri, purché avvenga attraverso percorsi autorizzati e in quantità stabilite dallo Stato italiano.
«Ben vengano da noi gli immigrati legali, secondo i flussi che noi accettiamo e non secondo le quantità che loro vogliono», ha dichiarato.
Il principio indicato è quello di una politica migratoria determinata dal Paese di destinazione, sulla base delle esigenze economiche, sociali e demografiche nazionali.
In questa visione, dovrebbe essere l’Italia a stabilire quante persone accogliere, da quali Paesi e per quali settori lavorativi, evitando che gli ingressi siano regolati esclusivamente dalla pressione delle rotte migratorie.
Il paragone con l’emigrazione italiana
Le dichiarazioni riaprono uno dei confronti più frequenti nel dibattito politico: quello tra gli italiani partiti tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra e i migranti che oggi raggiungono l’Europa.
Milioni di italiani attraversarono l’Atlantico diretti soprattutto verso Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada e Australia. Molti partirono con documenti regolari, furono registrati all’arrivo e si inserirono nelle economie dei Paesi ospitanti.
Ellis Island, tuttavia, riguardava gli arrivi negli Stati Uniti e non rappresentava il modello adottato da tutte le nazioni. Inoltre, le norme migratorie in vigore durante la grande emigrazione italiana erano spesso meno restrittive rispetto a quelle contemporanee.
Per questa ragione, l’affermazione secondo cui nessun italiano sarebbe mai emigrato irregolarmente appare troppo assoluta dal punto di vista storico.
Resta però centrale il messaggio politico di Vannacci: distinguere tra immigrazione regolare e irregolare e riaffermare il diritto dello Stato a controllare i propri confini e programmare i flussi.
Il confronto politico
Le parole dell’europarlamentare sono destinate ad alimentare il confronto tra chi considera l’immigrazione una risorsa da governare attraverso canali legali e chi ritiene necessario mantenere strumenti di protezione per le persone in fuga da guerre, persecuzioni e gravi crisi umanitarie.
Nel dibattito entrano anche il diritto d’asilo, gli accordi con i Paesi d’origine, i rimpatri e la necessità di manodopera in diversi settori dell’economia italiana.
Vannacci pone l’accento soprattutto sulla sovranità nazionale e sulla distinzione tra chi rispetta le regole e chi entra senza autorizzazione.
Il richiamo all’esperienza degli italiani nel mondo diventa così il punto di partenza per sostenere una linea netta: accoglienza per chi arriva legalmente, contrasto agli ingressi irregolari e programmazione dei flussi affidata esclusivamente allo Stato.
