Garlasco, chi pagherà per gli errori? E chi restituirà la vita ad Alberto Stasi?

La difesa prepara la revisione e parla ormai di “irregolarità”, non soltanto di errori. Dalla gestione della villetta ai reperti trascurati nella cucina, troppe domande sono rimaste senza risposta. Se la condanna dovesse crollare, nessun risarcimento potrà restituire a Stasi gli anni trascorsi in carcere

Chi pagherà per gli errori di Garlasco?

E chi restituirà ad Alberto Stasi la parte della sua vita trascorsa dietro le sbarre?

Non è più una domanda provocatoria. È una domanda che nasce da ciò che, giorno dopo giorno, sta emergendo attorno alle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi: tracce non approfondite, reperti rimasti ai margini, accessi incontrollati alla villetta, accertamenti tardivi e ricostruzioni che oggi vengono nuovamente messe in discussione.

Alberto Stasi resta condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione. Questo è il dato giudiziario dal quale non si può prescindere. Ma la definitività di una sentenza non trasforma automaticamente in perfetto tutto ciò che è avvenuto prima di quella sentenza.

La giustizia può arrivare a una decisione definitiva anche attraversando indagini segnate da errori.

Ed è proprio questo il problema di Garlasco.

La difesa non parla più soltanto di errori

Nel documento dedicato alla strategia della Procura e alla possibile revisione della condanna, viene sottolineato un passaggio particolarmente importante: la difesa di Stasi, rappresentata dagli avvocati Antonio De Rensis e Giada Bocellari, intenderebbe procedere non soltanto sulla base di nuovi elementi, ma anche portando all’attenzione dei giudici le presunte irregolarità che avrebbero accompagnato le indagini e i processi.

Il termine utilizzato non sarebbe più semplicemente “errori”.

Si parla di “irregolarità”.

Una parola molto più pesante, che non indica soltanto una valutazione rivelatasi sbagliata, ma chiama in causa il modo in cui alcune attività investigative sarebbero state svolte, alcuni reperti sarebbero stati considerati e alcune piste sarebbero state abbandonate. 

Naturalmente spetterà ai giudici stabilire se queste contestazioni abbiano fondamento e se siano sufficienti per aprire un nuovo processo di revisione.

Ma ciò che emerge è già grave: la difesa sostiene che il caso non possa più essere affrontato come una semplice disputa tra consulenti. Al centro vi sarebbe la correttezza stessa dell’indagine.

La cucina ignorata

Uno degli aspetti più significativi riguarda la cucina della villetta di via Pascoli.

Per anni l’attenzione pubblica si è concentrata prevalentemente sulle scale, sul corpo di Chiara, sulle scarpe di Stasi, sulla bicicletta e sugli orari.

Eppure la cucina poteva raccontare molto.

Nel documento vengono richiamati diversi oggetti presenti nella stanza: confezioni alimentari, cucchiaini, un posacenere, palline di carta, impronte e altri elementi che, secondo la lettura proposta, non sarebbero stati analizzati con la stessa determinazione riservata ai reperti utilizzabili contro Stasi.

Il punto non è affermare oggi che quegli oggetti dimostrino automaticamente la presenza dell’assassino.

Il punto è un altro: perché non furono approfonditi fino in fondo?

Perché tutto ciò che non conduceva direttamente verso Alberto Stasi sembra essere rimasto ai margini?

Un’indagine corretta non deve cercare soltanto ciò che conferma il principale sospettato. Deve cercare anche ciò che lo esclude.

Deve seguire ogni traccia, persino quella che mette in crisi l’ipotesi costruita fino a quel momento.

Altrimenti il rischio è il cosiddetto tunnel investigativo: si sceglie una persona, si costruisce attorno a lei una narrazione e si finisce per interpretare ogni elemento soltanto attraverso quella convinzione iniziale.

La scena del crimine compromessa

La villetta di Garlasco non fu protetta come avrebbe dovuto.

Nel documento si torna sul numero delle persone entrate nella casa e sul fatto che alcuni operatori vi avrebbero inizialmente avuto accesso senza calzari, utilizzati soltanto in un momento successivo.

È un elemento che da solo non dimostra l’innocenza di Stasi.

Dimostra però che la scena del crimine non fu conservata in condizioni ideali.

Quando più persone entrano ed escono da un ambiente, il rischio è evidente: si possono introdurre nuove tracce, spostare oggetti, sovrapporre impronte oppure cancellare elementi già presenti.

E quando una scena viene alterata, non esiste una macchina del tempo capace di riportarla allo stato originario.

Questo è il danno più grave.

Gli errori compiuti nelle prime ore di un’indagine non sempre possono essere riparati. Le tecnologie possono migliorare, i reperti possono essere riesaminati, le consulenze possono cambiare. Ma una traccia cancellata resta cancellata.

Ed è legittimo chiedersi quante risposte siano state perdute proprio durante quelle ore decisive.

Si cercava la verità o una conferma?

La domanda centrale non riguarda soltanto i singoli reperti.

Riguarda il metodo.

L’impressione che oggi emerge è quella di un’indagine progressivamente concentrata su Alberto Stasi, fino a trasformarlo non più in un sospettato da verificare, ma nell’unica risposta possibile.

Questo non significa necessariamente che gli investigatori abbiano agito in malafede. Gli errori possono nascere anche dalla pressione mediatica, dalla necessità di dare rapidamente una risposta, dal convincimento personale o dall’incapacità di rimettere in discussione la propria ipotesi.

Ma un errore commesso senza dolo non diventa meno devastante per chi lo subisce.

Se un elemento conduceva verso Stasi, veniva valorizzato.

Se non conduceva verso Stasi, rischiava di essere considerato marginale.

È questa la logica che la nuova revisione dovrà verificare.

Perché la giustizia non può funzionare come una selezione delle prove utili a confermare una tesi. Deve essere una ricerca completa, anche quando conduce lontano dal risultato inizialmente immaginato.

La strategia della nuova Procura

Il documento attribuisce particolare importanza alla strategia dei magistrati che stanno lavorando sulla nuova fase dell’indagine.

Una strategia che non consisterebbe soltanto nell’accumulare consulenze tecniche, ma nel ricostruire il comportamento delle persone, le dichiarazioni rese nel 2007, le intercettazioni e le relazioni all’interno della cerchia vicina a Chiara.

Le persone eventualmente chiamate a testimoniare dovranno rispondere alle domande dei magistrati e chiarire circostanze rimaste per anni sullo sfondo.

Questo non significa che chi sarà ascoltato sia colpevole o che debba automaticamente diventare indagato.

Significa però che la verità non può più essere cercata soltanto nei reperti.

Deve essere cercata anche nelle parole, nei silenzi, nelle contraddizioni e nelle dichiarazioni che non coincidono.

Dopo quasi vent’anni, il rischio è che i ricordi siano meno precisi. Ma esistono verbali, telefonate e intercettazioni dell’epoca che possono essere confrontati con le nuove deposizioni.

Ed è proprio da questi confronti che potrebbero emergere elementi decisivi.

Andrea Sempio non può diventare un nuovo Stasi

La necessità di fare piena luce non autorizza però a commettere lo stesso errore una seconda volta.

Andrea Sempio è coinvolto nella nuova indagine, ma deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Non si può correggere una possibile ingiustizia costruendone un’altra.

Non basta spostare il bersaglio da Stasi a Sempio per affermare di avere finalmente trovato la verità.

Servono prove.

Servono riscontri.

Serve un processo nel quale ogni elemento venga discusso senza condizionamenti mediatici e senza la necessità di consegnare rapidamente un nuovo colpevole all’opinione pubblica.

La lezione di Garlasco dovrebbe essere proprio questa: il dubbio non è un ostacolo alla giustizia. È la sua prima garanzia.

Stasi ha già pagato

Alberto Stasi ha già pagato un prezzo enorme.

Ha perso la libertà, la reputazione, il lavoro e gli anni nei quali una persona costruisce la propria vita.

È diventato per milioni di italiani “l’assassino di Garlasco”, prima ancora che tutte le contraddizioni del caso fossero definitivamente chiarite.

Il suo volto è stato mostrato per anni nei telegiornali e nei programmi televisivi. Ogni gesto, ogni parola, ogni espressione è stata analizzata come se la colpevolezza potesse essere letta nel modo di parlare o di guardare.

Se la revisione dovesse confermare la condanna, Stasi continuerà a essere considerato responsabile dell’omicidio.

Ma se dovesse essere assolto?

Chi gli restituirà gli anni trascorsi in carcere?

Chi gli restituirà il tempo passato lontano dalla famiglia?

Chi cancellerà i titoli, le trasmissioni, le accuse e il marchio che continuerà probabilmente ad accompagnarlo anche dopo un’eventuale assoluzione?

Nessuno.

Il risarcimento non è una vita

Lo Stato potrebbe riconoscere un indennizzo economico.

Potrebbe stabilire una somma per la detenzione subita, per il danno personale, professionale e familiare.

Ma un risarcimento non restituisce il tempo.

Non restituisce i compleanni.

Non restituisce le persone perdute.

Non restituisce la possibilità di vivere senza essere identificato con un omicidio.

Il denaro può riconoscere un torto, ma non può cancellarne le conseguenze.

Ed è per questo che la domanda non può limitarsi a quanto verrebbe eventualmente pagato.

La vera domanda è chi assumerebbe la responsabilità.

Non possono pagare sempre e soltanto i cittadini

Quando lo Stato risarcisce una vittima di errore giudiziario, i soldi provengono dalle risorse pubbliche.

A pagare sono quindi i cittadini.

È corretto che lo Stato risarcisca chi è stato ingiustamente privato della libertà. Ma non è corretto che tutto si concluda con il pagamento di una somma e con l’assenza di responsabilità individuali.

Se una prova decisiva è stata ignorata, chi doveva analizzarla?

Se una scena del crimine è stata contaminata, chi doveva proteggerla?

Se determinate verifiche non sono state eseguite, chi decise che non fossero necessarie?

Se l’indagine è stata indirizzata in una sola direzione, chi impedì di seguire le altre?

Non si tratta di processare gli investigatori attraverso i giornali.

Si tratta di pretendere una verifica seria.

Perché chi esercita il potere di privare una persona della libertà deve sapere che quel potere comporta anche una responsabilità.

Anche l’informazione dovrà rispondere

Il caso Garlasco non riguarda soltanto magistrati, investigatori e consulenti.

Riguarda anche i media.

Per anni una parte dell’informazione ha raccontato la vicenda come definitivamente chiusa. Chi sollevava dubbi veniva spesso presentato come un complottista o come una persona incapace di accettare le sentenze.

Oggi molte di quelle stesse trasmissioni riscoprono improvvisamente anomalie, tracce ignorate e domande mai risolte.

Ma dov’erano prima?

Perché non hanno esaminato gli atti con la stessa determinazione con cui analizzavano l’espressione del volto di Stasi?

Perché hanno preferito il processo televisivo alla prudenza?

L’informazione non emette sentenze, ma può distruggere una persona prima ancora che il tribunale abbia terminato il proprio lavoro.

Se Stasi dovesse essere assolto, non basterà cambiare il titolo.

Servirà riconoscere di avere contribuito a costruire una condanna pubblica che nessuna sentenza potrà cancellare completamente.

Chiara Poggi merita la verità

In ogni riflessione sul caso non bisogna mai dimenticare la vittima.

Chiara Poggi aveva 26 anni. È stata uccisa nella propria casa e merita una verità certa.

La sua famiglia merita di sapere chi l’ha assassinata.

Se Stasi è colpevole, la condanna deve resistere alle nuove prove, alle nuove perizie e alle nuove indagini.

Se non lo è, significa che il vero responsabile è rimasto libero per quasi vent’anni.

In entrambi i casi, gli errori hanno danneggiato anche Chiara.

Una ricostruzione incompleta o sbagliata non rende giustizia alla vittima. La tradisce una seconda volta.

Cercare la verità non significa schierarsi contro la famiglia Poggi. Significa pretendere che la morte di Chiara non venga chiusa dentro una versione costruita su indagini fragili o incomplete.

Chi pagherà?

La risposta più probabile è che, se la condanna venisse annullata, pagherebbe lo Stato.

Ma non può finire lì.

Dovranno essere ricostruiti gli errori, le omissioni e le responsabilità.

Non per vendetta.

Non per creare nuovi colpevoli.

Ma perché ciò che è accaduto a Garlasco non possa accadere di nuovo.

Una democrazia non perde autorevolezza quando riconosce di avere sbagliato.

La perde quando nasconde l’errore, protegge il sistema e lascia che a pagare sia soltanto chi ha perso la libertà.

Alberto Stasi, se innocente, non potrà riavere indietro la propria vita.

Nessuna sentenza potrà riportarlo al 2007.

Nessun risarcimento cancellerà il carcere.

Ma almeno lo Stato dovrà avere il coraggio di guardarlo negli occhi, riconoscere ciò che è accaduto e stabilire chi ne porta la responsabilità.

Perché una giustizia che pretende di giudicare tutti, ma non accetta mai di giudicare se stessa, non è giustizia.

È potere senza responsabilità.