di Anna De Peron
I cinesi sono innamorati dell’Italia. Recentemente sono stata a Hong Kong e mi ha colpito la proliferazione del “Made in Italy” nella favolosa Perla d’Oriente.
Oltre ai numerosi negozi di lusso delle grandi firme, ci sono pizzerie, gelaterie e ristoranti italiani a ogni angolo. Accanto ai ristoranti si trovano negozi di generi alimentari ben forniti di ogni ben di Dio, con prodotti DOP importati direttamente dall’Italia.
A quanto pare, questo fenomeno esiste anche in altre città della Cina, dove le “Little Italy” sono diventate raffinate mete, popolarissime tra gli intenditori del vivere bene all’italiana.
In Cina il marchio “Made in Italy” è sinonimo di sofisticazione, buon gusto e qualità eccellente. L’Italia è diventata una delle destinazioni più ambite dal turismo cinese. Per molti di loro, l’Italia significa stile incomparabile e una qualità della vita invidiabile.
Basta dare un’occhiata a Via Montenapoleone e Via della Spiga, a Milano, per vedere facoltosi turisti cinesi carichi di borse griffate con i nomi più illustri della moda italiana. Nelle borse non ci sono soltanto capi di abbigliamento, ma anche salumi sottovuoto, Parmigiano Reggiano e bottiglie di vino DOC.
Ma a cosa è dovuto questo fascino?
Non è un fatto molto conosciuto, ma tra la Cina e l’Italia esiste una lunga storia di scambi culturali e commerciali, a vantaggio di entrambi i Paesi, che dura da più di cinque secoli.
Facciamo un piccolo viaggio nel tempo. Come sappiamo, Marco Polo fu il primo italiano a fare colpo su Kublai Khan e sulla sua corte nell’antica Catai. Ma, ancora prima del veneziano, i Romani commerciavano lungo la Via della Seta.
Portavano ambra e coralli, tessuti di lana, vino e olio d’oliva, ricevendo in cambio la pregiata seta cinese, pepe, cannella, giada e porcellana.
Nel Seicento, esploratori italiani perlustrarono le coste meridionali della Cina, seguiti dai gesuiti, che portarono la loro presenza missionaria e intellettuale fino alle corti imperiali cinesi.
Tra questi spicca la figura di Michele Ruggieri, gesuita italiano e fondatore della missione dei gesuiti in Cina. Autore del primo dizionario cinese-europeo e traduttore dei Quattro Libri di Confucio, fu tra i primi europei a entrare in contatto con la corte imperiale di Pechino.
Nel 1901, dopo la ribellione dei Boxer, il Regno d’Italia ottenne un territorio in concessione nella città di Tientsin. Seguirono altre presenze italiane a Pechino e Shanghai.
La zona italiana di Tientsin era nota come “il quartiere aristocratico”, grazie alle eleganti strutture signorili costruite dagli italiani.
Il territorio fu amministrato dall’Italia fino al 1947, quando i rapporti con la Cina vennero interrotti in seguito agli sconvolgimenti politici che portarono alla nascita della Repubblica Popolare Cinese.
L’Italia riconobbe formalmente la Repubblica Popolare Cinese nel 1970. Da allora, i due Paesi hanno sviluppato numerosi scambi commerciali, diplomatici e culturali. La Cina ha una presenza diplomatica ufficiale in Italia dal 1971.
Chi viaggia in Italia non può fare a meno di notare la grande diffusione di empori e ristoranti cinesi, specialmente a Milano e a Roma.
“Andiamo a mangiare dal cinese” è diventata un’espressione comune, quasi quanto dire: “Andiamo in pizzeria”.
Nei mercati, molti proprietari delle bancarelle non sono italiani, ma cinesi. Possiamo dire che gli italiani si sono ormai abituati alla presenza di persone di origine cinese che chiamano l’Italia “patria” da oltre cent’anni.
I cinesi, come gruppo etnico riconoscibile, cominciarono a stabilirsi in Italia tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Molti arrivavano da comunità già presenti a Parigi e Amsterdam e si dirigevano verso Milano, centro industriale e finanziario del Paese.
Si stabilirono soprattutto nella zona di Porta Ticinese, allora quartiere povero e malfamato, dove si guadagnavano da vivere come venditori ambulanti.
Le loro principali attività commerciali riguardavano la seta e le perle finte. Facevano ottimi affari con le collane di perle artificiali, rendendole accessibili alle signore di ogni classe sociale.
In seguito iniziarono a lavorare la seta per produrre cravatte. “Clavatte, mille lille!” risuonava in Piazza Duomo.
I milanesi li consideravano esotici e strani e spesso scherzavano sui loro tentativi di parlare italiano. Malgrado la diffidenza, ne apprezzavano però la grande operosità.
In Italia i cinesi prosperarono. A Milano, in Via Paolo Sarpi, si trova la Chinatown più antica e più grande d’Italia, seguita da quella dell’Esquilino, a Roma.
Un tempo le Chinatown erano considerate luoghi loschi e sospetti, da evitare assolutamente. Oggi sono diventate punti d’incontro alla moda, frequentati per lo Yum Cha, per lo shopping o per una cena cinese.
Non dimentichiamo Prato, dove si trova una delle comunità cinesi più numerose d’Europa. Qui gran parte della comunità lavora nell’industria tessile e dell’abbigliamento.
Gli italiani, incuriositi da questa antica civiltà proveniente dall’altra parte del mondo, si sono accorti che essa ha molto da offrire. Apprezzano le sue filosofie, le arti marziali e, naturalmente, la cucina cinese.
Da parte cinese esiste, senza dubbio, una grande ammirazione per la civiltà e la cultura italiane che, trapiantate in Cina, trovano spazio anche nella cultura di massa.
Una delle qualità italiane maggiormente stimate dai cinesi è il forte senso della famiglia e dei legami familiari, valori che rappresentano un patrimonio fondamentale anche della società cinese.
Infine, dato che siamo in piena fase dei Mondiali, bisogna ricordare che il calcio italiano è molto seguito e ammirato in Cina. Marcello Lippi è stato allenatore della nazionale cinese per diversi anni.
La Cina è il colosso economico del XXI secolo. È un Paese con una vastissima popolazione, abbondanti risorse minerarie, tecnologie avanzate e una notevole influenza globale.
L’Italia esporta verso la Cina macchinari, prodotti della moda e dell’agroalimentare per un valore di miliardi di euro ogni anno.
Avanti tutta, dunque, con il rispetto e l’ammirazione reciproca. C’è tutto da guadagnare!
