… Australia Day per noi italiani significa dire grazie!
di Marco Testa
Alcuni colleghi della radio italiana di Stato, in occasione di Australia Day, hanno scelto la strada più prudente: quella del politicamente corretto. Lo hanno fatto affidandosi a un articolo ri preso da un’altra testata, costrui to su una sequenza quasi osses siva di “sì, ma”, “forse”, “anche”, “potrebbe”, un lessico fatto più per non offendere che per spie gare. Un esercizio di equilibrio linguistico pensato per evitare qualsiasi attrito con questa o quella minoranza, ma che finisce per lasciare il lettore senza una posizione chiara, senza un pen siero riconoscibile.
Eppure, forse proprio alla luce delle profonde e ormai evidenti divisioni sociali che attraversa no la nostra società dopo i fat ti di Bondi, sarebbe arrivato il momento di provare a cambiare prospettiva. Non continuare a cercare ciò che ci divide, ma in terrogarsi, almeno una volta, su ciò che ancora ci unisce nel gior no dedicato all'Australia. Non per rimuovere i conflitti dalla storia, ma per evitare che diven tino l’unica chiave di lettura pos sibile della realtà.
Australia Day è da tempo una ricorrenza che per alcuni serve a fare riemergere ferite mai sanate.
Ma ridurre il giorno esclusiva mente a questo aspetto rischia di semplificare una realtà molto più complessa. Il dibattito pub blico, soprattutto negli ultimi anni, sembra essersi incastra to in una dinamica binaria: o si celebra, o si condanna. O si è da una parte, o dall’altra. In mezzo, però, c’è una maggioranza silen ziosa che vive questa giornata con sentimenti meno ideologici e più pratici. Persone che non ne gano il passato, ma che guardano al presente e al futuro senza sen tirsi costantemente chiamate a giustificarsi.
Per noi italiani, Australia Day non è una festa astratta, né una ricorrenza simbolica da manua le. È piuttosto un momento che richiama esperienze personali, percorsi di migrazione, scelte di vita. È il giorno in cui si riflette, magari senza dirlo ad alta voce, su cosa abbia significato arrivare in questo Paese, restarci, costrui re qualcosa.
Per molti, l’Australia ha rap presentato un’opportunità con creta: lavoro, stabilità, possibilità di crescita. Non un paradiso, ma un luogo dove l’impegno indivi duale viene spesso riconosciuto.
È anche per questo che Austra lia Day, al di là delle polemiche, continua a essere sentito come un momento di appartenenza, soprattutto da chi non è nato qui ma qui ha messo radici.
Il politicamente corretto, quando diventa una forma di autocensura sistematica, non aiuta il confronto. Non aiuta le comunità indigene, perché ridu ce il loro ruolo a un simbolo da evocare una volta all’anno. Non aiuta il resto della società, perché trasforma ogni discussione in un esercizio di difesa preventiva. E non aiuta nemmeno il giornali smo, che dovrebbe chiarire, con testualizzare e offrire strumenti di comprensione, non limitarsi a evitare scivoloni.
Riconoscere la complessità della storia australiana non do vrebbe impedire di riconoscere anche ciò che l’Australia è diven tata. Una società multiculturale, costruita in larga parte grazie all’immigrazione, capace di inte grare comunità diverse e di offri re, pur con limiti e contraddizio ni, un modello di convivenza che molti altri Paesi faticano ancora a realizzare.
In questo contesto, il contributo degli italiani è stato ed è tutt’altro che marginale. Dalla manodopera del dopoguerra all’imprenditoria, dalla ristorazione alla cultura, la presenza italiana ha lasciato un segno profondo e riconoscibile. Australia Day, per molti italo-au

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