di Emanuele Esposito
Prima di tutto da cittadino. Solo dopo da giornalista.
Per questo motivo trovo profondamente vergognoso ciò che è andato in scena alla Camera dei Deputati durante le comunicazioni del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio Europeo del 18 e 19 giugno.
Sia chiaro: criticare il Governo è un diritto. Contestare il Presidente del Consiglio è non solo legittimo ma necessario in una democrazia matura. L’opposizione esiste proprio per questo. Esiste per controllare, incalzare, proporre alternative e denunciare ciò che ritiene sbagliato.
Quello a cui abbiamo assistito, però, è stato qualcosa di diverso.
Ancora una volta il dibattito politico è scivolato dal confronto sulle idee al terreno delle allusioni personali, delle provocazioni e delle polemiche che poco o nulla hanno a che vedere con i problemi reali del Paese.
Nel corso del dibattito, alcune osservazioni rivolte alla premier hanno generato una durissima replica da parte di Giorgia Meloni. La Presidente del Consiglio ha risposto senza mezzi termini:
“Lei non ha rialzato la schiena, lei ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda.”
Una frase che ha immediatamente incendiato l’Aula.
Meloni ha poi proseguito rivendicando il proprio percorso politico e personale:
“C’è una persona che, senza mai indossare delle ginocchiere, è arrivata dove è arrivata, senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie.”
Fino alla stoccata finale:
“Vi dà fastidio che la prima donna Presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra, perché voi non siete stati capaci di proporla.”
Parole forti. Molto forti.
Ma c’è un altro elemento che merita attenzione.
Da anni una parte della sinistra porta avanti battaglie importanti contro il sessismo e gli attacchi alle donne impegnate nelle istituzioni. Battaglie giuste, che dovrebbero essere patrimonio comune e non bandiere di parte.
Proprio per questo sorprende il silenzio di molte figure che solitamente intervengono immediatamente quando una donna viene bersagliata da allusioni o attacchi personali.
Il rispetto delle donne non può essere selettivo. Non può dipendere dall’appartenenza politica. Non può valere soltanto quando a essere colpita è una donna di sinistra.
In una giornata segnata dalle polemiche, una delle poche prese di posizione pubbliche è arrivata dall’europarlamentare Pina Picierno, da tempo voce autonoma e spesso critica nei confronti della linea prevalente del Partito Democratico.
Picierno ha scritto:
“Quando impareranno che si può esprimere dissenso con toni civili, la qualità del nostro dibattito pubblico farà enormi passi in avanti.”
E ancora:
“Quando capiranno che gli avversari politici non sono nemici da insultare, sarà un bel giorno per la nostra democrazia.”
Un messaggio che prosegue con un richiamo diretto al deputato Silvestri:
“Il deputato Silvestri dovrebbe imparare che si può essere alternativi ma rispettosi e che è preciso dovere di una classe dirigente degna sottrarre la contesa politica alla furia ideologica.”
Infine la sua solidarietà personale alla Presidente del Consiglio:
“Temo sia drammaticamente incapace di capirlo e noi saremo qui a dimostrare, a lui e al Paese, che si può fare politica in modo diverso, con serietà, disciplina e onore. Solidarietà alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.”
Colpisce che queste parole non arrivino da un’esponente del centrodestra, ma da una figura politica proveniente dall’area progressista.
E forse proprio questo è il dato politico più interessante dell’intera vicenda.
Perché quando il richiamo al rispetto arriva dagli stessi avversari politici, significa che il problema non riguarda una parte o l’altra. Riguarda il livello complessivo del dibattito pubblico italiano.
L’impressione è che una parte della politica abbia smesso di parlare agli italiani per iniziare a parlare esclusivamente ai propri tifosi.
E quando la politica si trasforma in tifoseria, la democrazia perde qualità.
L’Aula di Montecitorio non è uno studio televisivo. Non è un social network. Non è una curva da stadio.
È il luogo nel quale siedono i rappresentanti della Nazione.
Ogni parola pronunciata in quel luogo dovrebbe avere un peso diverso. Dovrebbe essere misurata. Dovrebbe contribuire a elevare il livello del confronto pubblico.
Invece assistiamo sempre più spesso a scene che alimentano divisioni, rabbia e polarizzazione.
Gli italiani chiedono altro.
Chiedono risposte sul costo della vita, sulla sicurezza, sul lavoro, sulla sanità, sulle pensioni e sul futuro dei giovani.
Chiedono politica, non spettacolo.
Il rispetto delle istituzioni non significa rinunciare al dissenso. Significa esercitarlo con dignità.
Si può essere avversari senza essere nemici.
Si può essere durissimi senza essere offensivi.
Si può contestare un governo senza trasformare ogni seduta parlamentare in una guerra permanente.
Perché quando il Parlamento perde autorevolezza, non perde una maggioranza o un’opposizione.
Perde l’Italia.
E il rispetto delle donne, delle istituzioni e degli avversari politici non può essere un principio da applicare a corrente alternata. Deve valere sempre. Soprattutto quando a pensarla diversamente è chi siede dall’altra parte dell’emiciclo. fai grafica come Sopra opinione di Emanuele Esposito
