di Marco Testa
Vi scrivo dalla bella Sicilia, «terra di suli, terra d’amuri», dove mi trovo ormai da una settimana. Non me ne vogliano quanti, per un motivo o per l’altro, non sono ancora riuscito ad incontrare. Con questa «caluria» che ci sta letteralmente «rompendo i cabbasisi», anche andare da una parte all’altra dell’isola è diventata un’impresa da esploratori.
Qui il caldo, quest’anno, non scherza. È un caldo appiccicoso, insistente, che ti si mette addosso e non ti molla più. Una volta, almeno, il caldo era caldo: secco, asciutto, con lo scirocco che arrivava dal deserto e ti faceva sembrare normale mangiare una granita alle sette del mattino.
Adesso, invece, sembra di vivere dentro una pentola a pressione. E naturalmente è partita l’installazione emergenziale dei condizionatori d’aria. Tecnici introvabili, apparecchi che spariscono dai negozi, motori piazzati sui balconi e famiglie intere riunite davanti al getto d’aria fredda.
Non voglio però entrare nella disputa infinita: «È tutta colpa dell’uomo!» contro «Il clima è sempre cambiato!». La verità, probabilmente, è meno comoda e molto più complicata. Nel Medioevo, per esempio, in Sicilia si coltivava persino la canna da zucchero. Non proprio una pianta da clima nordico. Gli Arabi avevano sviluppato straordinari sistemi di irrigazione e trasformato parti dell’isola in terre fertili e produttive. Dunque, forse il clima era diverso, forse c’erano più acque disponibili, forse entrambe le cose.
Una cosa, però, è cambiata sicuramente. I nostri nonni sapevano convivere con il caldo. Si alzavano presto, lavoravano al mattino, chiudevano persiane e finestre nelle ore peggiori, cercavano l’ombra e aspettavano la sera. La casa era costruita per respirare. Noi abbiamo costruito città di cemento, asfaltato tutto quello che poteva essere asfaltato e poi, quando arriva agosto, ci meravigliamo perché fa caldo. Geniale.
Forse, allora, oltre a preoccuparci del clima, dovremmo preoccuparci anche di come abbiamo ridotto la nostra capacità di conviverci. Intanto, dalla Sicilia, vi saluto. Vado a cercare un ventilatore, una granita e, possibilmente, un albero. Perché il condizionatore aiuta. Ma l’albero, almeno, non presenta la fattura della luce!
