Quante prime donne

C’è una scena che si ripete puntualmente nella nostra comunità. Qualunque sia l’argomento, c’è sempre qualcuno pronto a dire: «Io, nel 1982, ero…», «Io, nel 1976, ho fondato…», «Io, nel 1997, c’ero…», «Io, nel 1989, ho fatto…».

L’io diventa il protagonista di ogni conversazione. Come se il valore di una persona si misurasse dal numero di incarichi ricoperti quarant’anni fa o dalle medaglie che continua a lucidare ancora oggi.

Nel frattempo nascono nuove fondazioni, nuovi comitati, nuove associazioni. Tutti dichiarano di voler servire la comunità. Ma viene spontaneo chiedersi: stiamo davvero rispondendo a un bisogno della comunità o al bisogno di qualcuno di sentirsi importante?

Si organizzano conferenze per iniziative che potrebbero essere portate avanti insieme. Si preferisce creare una nuova sigla piuttosto che rafforzare quelle già esistenti. Ogni progetto diventa l’occasione per rivendicare una leadership personale, come se collaborare significasse perdere prestigio.

Eppure la forza di una comunità non si misura dal numero delle associazioni, ma dalla loro capacità di lavorare unite.

Il servizio autentico non ha bisogno di essere raccontato in ogni occasione. Chi serve davvero lascia parlare i risultati, non il proprio curriculum. Non sente il bisogno di ricordare ogni cinque minuti cosa faceva nel 1982, nel 1992 o nel 2002.

La storia personale è importante, ma non può diventare un lasciapassare permanente per pretendere autorevolezza o centralità.

Le nuove generazioni osservano tutto questo con un certo disincanto. Vedono rivalità, personalismi e continue gare di visibilità. E molti, scoraggiati, scelgono semplicemente di non partecipare.

È un peccato, perché la nostra comunità ha bisogno di energie nuove, di idee fresche e di persone che abbiano voglia di mettersi al servizio senza dover necessariamente occupare la prima fila.

Servono, senza dubbio, meno protagonisti e più costruttori.

Alla fine, i titoli passano, le cariche cambiano o si perdono miserabilmente e le fotografie, anche le più importanti, ingialliscono.

Ciò che resta è soltanto il bene che siamo stati capaci di fare, spesso lontano dai riflettori e senza bisogno di ricordare continuamente a tutti chi eravamo.