Ci sono associazioni che, da cinquant’anni, continuano a “finanziare” una certa stampa privata, spesso riconducibile alle stesse famiglie, finite talvolta sulle prime pagine dei giornali per vicende ben poco edificanti.
Ogni anno questi sodalizi investono mediamente $1,500 in inserzioni per Natale, Pasqua, Festa della Repubblica, anniversari e ricorrenze varie, convinti di sostenere un mezzo di informazione della comunità.
C’è stato un tempo, però, in cui quel sostegno veniva ricambiato con rispetto. I giornalisti erano presenti agli eventi, giravano tra i tavoli, fotografavano i soci, raccontavano le serate, valorizzavano il lavoro di volontari che dedicavano tempo, energie e denaro per mantenere vive le tradizioni italiane in Australia. Esisteva un rapporto di reciproca stima.
Oggi, invece, la musica sembra essere cambiata. Pur continuando ad arrivare puntualmente i contributi pubblicitari, molte associazioni ricevono in cambio soltanto le briciole: articoli relegati negli angoli più anonimi del giornale, cronache ridotte all’osso e, in alcuni casi, talmente “alleggerite” da non permettere nemmeno di capire chi abbia organizzato l’evento.
Ancora più curioso è quando vengono accuratamente evitati i nomi di persone che, nel bene o nel male, hanno dato un contributo concreto alla vita della comunità. Una sorta di cancellazione selettiva che lascia più di qualche interrogativo.
La domanda è inevitabile: se la pubblicità viene pagata, perché l’informazione dovrebbe essere trattata come un favore? E soprattutto, perché continuare a sostenere economicamente chi dimostra così poco interesse nel raccontare con equilibrio la realtà associativa?
Il suggerimento che, proprio in questi giorni, qualcuno ha rivolto ai tanti comitati che continuano a finanziare questa ormai stanca e misera stampa privata è semplice.
Con quei $1,500 l’anno, ogni associazione potrebbe acquistare un piccolo regalo per ciascun socio o finanziare un’iniziativa concreta a beneficio dei propri iscritti.
Sarebbe sicuramente un investimento più apprezzato dei soliti auguri patinati che finiscono tra le pagine di un giornale che, ormai, sempre meno persone leggono e ancora meno conservano.
