Tra divani e salotti

Talvolta è sufficiente osservare certi comportamenti per comprendere alcune singolari dinamiche del nostro tempo.

Ci sono persone che dividono il loro anno tra l’Italia e l’estero, partecipando a convegni, incontri culturali e occasioni pubbliche che offrono loro visibilità e una presenza costante nei circuiti dell’opinione e della rappresentanza informale.

Non vi sarebbe nulla di criticabile in questo, se non fosse che, in alcuni casi, l’interesse per determinate cause o temi sembra nascere più dall’opportunità di mantenere una rilevanza pubblica che da una reale volontà di contribuire al bene comune.

Si tratta spesso di figure che hanno concluso da tempo il proprio percorso professionale o istituzionale — tra un’esperienza finita male e una mai realmente iniziata — ma che continuano a ricercare spazi di esposizione mediatica, talvolta attraverso argomenti che garantiscono attenzione e consenso nel campo del sociale, dell’identità di genere o di altre forme di militanza particolarmente visibili.

Colpisce una certa contraddizione: grande disponibilità davanti agli obiettivi fotografici e nei momenti ufficiali, ma minore apertura al dialogo con chi esprime opinioni differenti. Talvolta si assiste a situazioni curiose: persone che fingono di non conoscerti in pubblico e che, in privato, raccontano ad altri quanto ti stimino.

Il confronto, che dovrebbe rappresentare il fondamento di ogni autentica cultura democratica, lascia invece spazio, in alcuni casi, a relazioni selettive e a un interesse limitato verso chi non appartiene al medesimo circuito di idee o non contribuisce ad alimentare l’immagine di sé come Superman o Wonder Woman della situazione.

Naturalmente non si parla di coloro che svolgono legittimamente incarichi pubblici o funzioni di rappresentanza. A loro compete il dovere istituzionale della presenza all’estero e il ritorno nei territori di riferimento per incontrare i cittadini che li hanno eletti, oltre che dedicare tempo alle proprie famiglie.

Il riferimento è piuttosto a quelle figure che, pur non ricoprendo ruoli significativi, sembrano incapaci di rinunciare alla ribalta pubblica. Continuano a frequentare salotti, conferenze e occasioni mondane nella speranza di conservare un protagonismo che il tempo e le circostanze hanno ormai ridimensionato, magari inseguendo qualche riconoscimento, una fotografia in più o una medaglietta da esibire.

La domanda, allora, sorge spontanea.

Al di là delle conferenze, delle fotografie di rito e delle apparizioni pubbliche, quale contributo concreto hanno lasciato alla nostra comunità?

Con tutto il rispetto dovuto alle persone e alle idee, viene da chiedersi: questi cosiddetti radical chic, cosa hanno realmente costruito per gli italiani all’estero?