TRUMP ATTACCA MELONI, LA SINISTRA INSORGE. MA LA COERENZA DOV’È?

Le parole di Donald Trump contro Giorgia Meloni hanno provocato una vera e propria tempesta politica.

Il presidente americano, intervistato da La7, ha dichiarato che la premier italiana lo avrebbe “implorato di fare una foto” e che quella situazione gli avrebbe fatto “pena”. Una frase che Palazzo Chigi ha respinto con fermezza, con Meloni che ha replicato ricordando che “l’Italia non implora mai nessuno”.

Fin qui la cronaca.

Poi sono arrivate le reazioni.

Da Carlo Calenda a Matteo Renzi, da Pina Picierno a Nicola Fratoianni, passando per Ilaria Salis, gran parte dell’opposizione si è schierata a difesa della presidente del Consiglio, definendo le parole di Trump offensive per l’Italia e per le istituzioni repubblicane.

Una posizione che, sotto il profilo istituzionale, appare comprensibile.

Quando un leader straniero attacca il presidente del Consiglio italiano, molti ritengono naturale difendere la figura che rappresenta il Paese, indipendentemente dalle appartenenze politiche.

Ma c’è un aspetto che merita una riflessione.

Per anni una parte della sinistra ha sostenuto che Giorgia Meloni fosse una sorta di “suddita” di Trump. Ogni incontro veniva descritto come una dimostrazione di subordinazione politica. Ogni fotografia diventava la prova di un rapporto squilibrato. Ogni parola di apprezzamento pronunciata dall’ex presidente americano veniva interpretata come la conferma di una dipendenza ideologica.

Secondo questa narrazione, Meloni sarebbe stata troppo vicina al mondo conservatore americano, troppo allineata alle posizioni trumpiane e incapace di mantenere una reale autonomia.

Oggi, però, accade qualcosa di curioso.

Nel momento in cui Trump attacca Meloni, la stessa sinistra che per anni l’ha descritta come subordinata a Washington improvvisamente la difende in nome della dignità nazionale.

Se Meloni era davvero una semplice esecutrice delle volontà di Trump, perché tanto sdegno per un attacco che dovrebbe confermare quella tesi?

Se invece le parole di Trump sono considerate offensive e inaccettabili, allora forse occorre riconoscere che il rapporto tra Roma e Washington è più complesso di quanto raccontato negli ultimi anni.

La politica estera non si misura con una fotografia, con una stretta di mano o con una dichiarazione occasionale.

Si misura sugli interessi nazionali.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione.

Quando Trump elogia Meloni, per alcuni diventa la prova della sua subordinazione. Quando Trump la insulta, diventa invece il simbolo della resistenza italiana.

Le due cose non possono essere vere contemporaneamente.

Naturalmente le parole del presidente americano restano discutibili. I rapporti tra alleati dovrebbero essere improntati al rispetto reciproco, soprattutto quando si parla di leader democraticamente eletti.

Ma altrettanto discutibile appare l’atteggiamento di chi cambia giudizio a seconda della convenienza politica del momento.

La vicenda dimostra ancora una volta quanto il dibattito pubblico sia spesso dominato più dalle tifoserie che dalla coerenza.

E forse proprio qui sta il problema.

Difendere l’Italia quando viene attaccata dall’estero dovrebbe essere un principio condiviso, non un argomento da utilizzare soltanto quando fa comodo alla propria parte politica.

Viene quasi da pensare a Enrico Berlinguer, a quella sinistra che faceva dell’autonomia di giudizio e della coerenza politica uno dei propri valori fondamentali.

Probabilmente guardando certe polemiche di oggi faticherebbe a riconoscere il dibattito politico italiano.

Perché una cosa è l’opposizione politica.

Un’altra è cambiare argomento ogni volta che cambia il vento.