La simulazione di Allora! apre interrogativi sul futuro della rappresentanza degli italiani nell’Indo-Pacifico, una delle aree che il Governo considera strategiche per la crescita del Made in Italy.
di Emanuele Esposito
ROMA – Meno seggi, circoscrizioni più grandi e una competizione elettorale destinata a diventare globale. È questo lo scenario che emerge dalle ipotesi di riforma della rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero che, secondo fonti parlamentari, stanno prendendo forma in vista di una più ampia revisione della Circoscrizione Estero.
La redazione di Allora! ha realizzato una simulazione esclusiva sugli effetti che il nuovo sistema potrebbe produrre sulle comunità italiane nel mondo. I risultati completi verranno pubblicati nelle prossime ore, ma una conclusione appare già evidente: l’attuale Circoscrizione Africa, Asia, Oceania e Antartide potrebbe essere una delle realtà maggiormente penalizzate.
Secondo le ipotesi oggi allo studio, le quattro ripartizioni della Camera dei Deputati verrebbero ridotte a due sole macro-circoscrizioni. Una comprenderebbe tutta l’Europa. L’altra riunirebbe Nord America, Sud America, Africa, Asia, Oceania e Antartide.
Al Senato, invece, si ragiona su un collegio unico mondiale che eleggerebbe quattro senatori.
Sulla carta l’obiettivo è quello di semplificare il sistema e ridurre la frammentazione territoriale. Ma osservando i numeri emergono interrogativi importanti sulla futura rappresentanza delle comunità italiane più lontane dall’Europa.
Oggi Australia, Nuova Zelanda, Asia e Africa dispongono di una propria circoscrizione elettorale. Domani potrebbero trovarsi a competere direttamente con realtà enormemente più popolose come Argentina, Brasile, Stati Uniti e Canada.
Ed è qui che nasce il vero nodo della riforma.
Se il nuovo sistema dovesse basarsi principalmente sulle preferenze individuali, senza correttivi territoriali o garanzie geografiche, i candidati provenienti dalle comunità numericamente più grandi partirebbero inevitabilmente avvantaggiati.
Un candidato australiano potrebbe ottenere migliaia di preferenze all’interno della propria comunità e trovarsi comunque superato da candidati provenienti da Paesi con un bacino elettorale molto più ampio.
Lo stesso rischio riguarderebbe Giappone, India, Cina, Emirati Arabi Uniti, Sudafrica e numerosi altri Paesi che oggi fanno parte della Circoscrizione Africa, Asia, Oceania e Antartide.
In uno scenario estremo, ma tutt’altro che impossibile, tutti i seggi della nuova maxi-circoscrizione potrebbero essere conquistati da candidati provenienti da Argentina, Brasile e Stati Uniti.
Australia, Asia e Africa resterebbero così senza alcun rappresentante eletto.
Non si tratta soltanto di una questione numerica.
Negli anni le comunità italiane dell’Indo-Pacifico hanno sviluppato esigenze specifiche legate ai servizi consolari, alla promozione della lingua italiana, al sostegno delle scuole, al riconoscimento delle qualifiche professionali e ai rapporti economici con l’Italia.
Temi che rischiano di perdere centralità in un sistema dominato dalle grandi comunità americane ed europee.
Ma esiste un altro elemento che merita attenzione.
Quando si parla di rappresentanza all’estero si guarda quasi esclusivamente al numero degli iscritti AIRE. È un criterio importante, ma probabilmente non sufficiente.
L’Indo-Pacifico rappresenta oggi uno dei principali motori della crescita economica mondiale. Australia, India, Cina, Giappone, Corea del Sud, Singapore ed Emirati Arabi Uniti sono mercati strategici per le esportazioni italiane e per la presenza delle nostre imprese all’estero.
L’Australia da sola assorbe oltre cinque miliardi di euro di export italiano ogni anno. Sommando i principali Paesi dell’attuale Circoscrizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, il valore complessivo supera i sessanta miliardi di euro.
Non è un caso che il Piano Export del Governo italiano individui proprio l’Asia-Pacifico tra le aree prioritarie per la crescita futura del Made in Italy.
Il paradosso è evidente.
Mentre la diplomazia economica italiana guarda sempre più verso Oriente e verso il Pacifico, la riforma della rappresentanza rischia di ridurre il peso politico delle comunità italiane presenti proprio in quelle aree.
Se il Novecento è stato il secolo dell’Atlantico, il XXI secolo potrebbe essere il secolo dell’Indo-Pacifico.
Per questo motivo la discussione sulla riforma non può limitarsi a un semplice conteggio dei seggi.
La vera domanda è politica.
L’Italia vuole continuare ad avere una rappresentanza diretta nelle aree che guideranno la crescita economica globale dei prossimi decenni oppure ritiene che la rappresentanza debba essere affidata esclusivamente alla forza dei numeri?
I sostenitori della riforma parlano di maggiore efficienza e semplificazione. I critici temono invece una progressiva concentrazione della rappresentanza nelle comunità più grandi, con la conseguente marginalizzazione delle realtà più piccole ma strategicamente rilevanti.
Il dibattito è appena iniziato e nessun testo definitivo è stato ancora presentato.
Ma una cosa appare già evidente.
Per Australia, Asia e Africa la questione non riguarda soltanto il rischio di perdere un seggio.
Riguarda il rischio di perdere una voce proprio nelle regioni del mondo che l’Italia considera decisive per il proprio futuro economico, commerciale e geopolitico.
