Uomo contro algoritmo

di Giuseppe Arnò

Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi raid e i morti si accumulano ormai con la stessa freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa, qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.

La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità, buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale somiglia a un condominio amministrato da Nerone durante un blackout.

Eppure il fenomeno è interessante. Molte cose che il Novecento aveva archiviato come “anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità intellettuale.

Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza. Perché il problema non è mai stato abolire certe strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da aperitivo universitario, semplicemente non ha funzionato.

L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da laboratorio.

Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali. Che esistano diversi stadi di pericolosità è scientificamente provato. Che alcune sfere del potere siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato dall’agenda quotidiana.

E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza. Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica Humanitas mette in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare” l’Intelligenza Artificiale.

Non perché la macchina sia malvagia, ma perché l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso. Ed è qui il punto centrale.

L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché molti hanno smesso di farlo. Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso e rischio.