MELONI RICORDA ORIANA FALLACI: «L’OCCIDENTE RESTI UNITO E FEDELE AI PRINCIPI DELLA LIBERTÀ»

Nel giorno della nascita della giornalista e scrittrice fiorentina, la presidente del Consiglio richiama il valore dell’identità occidentale, della democrazia e della dignità della persona. Una riflessione che riporta al centro il rapporto tra libertà, appartenenza e responsabilità storica

di Emanuele Esposito

Nel giorno della nascita di Oriana Fallaci, Giorgia Meloni ha scelto di ricordare la giornalista e scrittrice fiorentina attraverso uno dei temi che maggiormente hanno segnato l’ultima parte della sua produzione: il destino dell’Occidente e la capacità delle società democratiche di riconoscere e custodire la propria identità.

In un messaggio pubblicato sui social, la presidente del Consiglio ha descritto l’Occidente non come una semplice area geografica o una rete di alleanze politiche e militari, ma come una civiltà costruita nei secoli attorno ad alcuni principi fondamentali: la libertà, la dignità della persona, la democrazia e il diritto.

«Nel giorno della nascita di Oriana Fallaci viene naturale tornare a uno dei temi che ha attraversato gran parte della sua attività, come scrittrice e giornalista, e che oggi appare più attuale che mai: il destino dell’Occidente e della sua identità», ha scritto Meloni.

La presidente del Consiglio ha ricordato che l’eredità occidentale appartiene a popoli differenti, uniti non dall’obbligo di avere le stesse idee o gli stessi interessi, ma dal riconoscimento di alcuni valori comuni. È proprio la possibilità di discutere, confrontarsi e dissentire, secondo Meloni, a rappresentare una delle caratteristiche essenziali delle democrazie.

«Possiamo avere idee e interessi differenti, possiamo discutere e confrontarci, è la forza delle democrazie. Ma c’è qualcosa che viene prima di ogni distinguo: la consapevolezza di appartenere ad una stessa civiltà e la responsabilità di custodirla».

Il passaggio centrale del messaggio riguarda la relazione tra pluralismo e appartenenza. Le differenze politiche, culturali e sociali non vengono considerate un ostacolo all’unità dell’Occidente. Al contrario, costituiscono una parte della sua identità, purché il confronto avvenga dentro una cornice condivisa di libertà, rispetto della persona e primato della legge.

Meloni ha collegato questa riflessione alle tensioni che attraversano il presente: guerre, instabilità internazionale, trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali. In questo scenario, ha sottolineato, la risposta non può essere l’uniformità, ma la fedeltà ai principi sui quali le democrazie occidentali hanno costruito la propria storia.

«Le grandi sfide del nostro tempo non ci chiedono di essere tutti uguali. Ci chiedono di restare uniti e fedeli a ciò che siamo. Perché gli scenari mutano, i governi si alternano, il mondo evolve, ma ciò che non può cambiare è la fedeltà ai principi che hanno fatto dell’Occidente la più grande esperienza di libertà della storia».

Il riferimento a Oriana Fallaci non è casuale. La scrittrice, nata a Firenze il 29 giugno 1929, dedicò una parte rilevante del proprio lavoro al rapporto tra libertà e potere, tra individuo e autorità, tra identità occidentale e trasformazioni internazionali.

Fallaci proveniva da una famiglia antifascista e partecipò giovanissima alla Resistenza. La libertà, nella sua formazione, non fu quindi un concetto astratto, ma una condizione conquistata attraverso il rischio, la responsabilità personale e il rifiuto dell’obbedienza imposta.

Questa impostazione accompagnò tutta la sua carriera. Inviata sui fronti di guerra, testimone dei conflitti in Vietnam, Medio Oriente, America Latina e Asia, intervistò presidenti, capi di governo, rivoluzionari, generali e leader religiosi. Il suo giornalismo non si limitava a registrare le dichiarazioni dei potenti. Cercava di metterne in discussione la rappresentazione pubblica, le contraddizioni e le responsabilità.

Le sue interviste erano preparate con attenzione e spesso assumevano la forma di un confronto diretto. Fallaci non nascondeva il proprio punto di vista, ma lo esponeva al giudizio dei lettori. Questo metodo le procurò ammirazione, critiche e conflitti, ma contribuì a definire un modello di giornalismo politico nel quale la domanda non serviva soltanto a raccogliere una risposta, ma a verificare il potere.

L’OCCIDENTE COME CIVILTÀ POLITICA

Il tema dell’Occidente occupò soprattutto l’ultima parte della produzione di Fallaci, diventando centrale dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Le sue posizioni sull’integralismo islamico, sull’immigrazione, sulla debolezza dell’Europa e sulla crisi dell’identità occidentale suscitarono un confronto molto acceso.

Opere come La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione vennero accolte da alcuni come una denuncia coraggiosa del fondamentalismo e da altri come testi eccessivamente generalizzanti nei confronti del mondo musulmano. Ancora oggi rappresentano una parte controversa della sua eredità.

Ricordare Fallaci non significa necessariamente accettare ogni giudizio o ogni espressione utilizzata nei suoi scritti. Significa riconoscere il valore delle domande che pose: una società aperta può continuare a esistere senza sapere quali principi la rendono tale? La tolleranza deve essere priva di limiti anche quando viene utilizzata da movimenti che negano la libertà degli altri? Una democrazia può difendersi senza tradire se stessa?

Sono interrogativi che conservano la propria attualità perché l’Occidente non può essere identificato soltanto con una posizione geografica, con l’Unione europea, con la Nato o con gli Stati Uniti. È una costruzione politica e culturale nata dall’incontro e dal conflitto tra tradizioni differenti.

La filosofia greca, il diritto romano, la tradizione giudaico-cristiana, l’umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo e le rivoluzioni liberali hanno contribuito a formare una civiltà nella quale il potere, almeno sul piano dei principi, non può considerarsi assoluto.

Lo Stato di diritto, la libertà di coscienza, la separazione dei poteri, la rappresentanza politica, l’indipendenza della magistratura e la libertà di stampa sono il risultato di una storia lunga e spesso dolorosa. Non nacquero contemporaneamente e non furono concessi spontaneamente dalle classi dirigenti. Vennero conquistati attraverso rivoluzioni, conflitti sociali, trasformazioni culturali e sacrifici personali.

L’Occidente non può tuttavia essere raccontato come una civiltà priva di responsabilità. La stessa storia europea e americana è segnata da colonialismo, schiavitù, discriminazioni, guerre religiose, nazionalismi, dittature e conflitti mondiali.

Per lunghi periodi, i principi di libertà e uguaglianza furono riconosciuti soltanto a una parte della popolazione. Donne, minoranze e classi sociali meno abbienti rimasero escluse dalla partecipazione politica e dal pieno esercizio dei diritti.

La forza dell’esperienza occidentale non risiede quindi in una presunta superiorità morale permanente, ma nella capacità di sottoporre le proprie istituzioni alla critica, riconoscere gli errori e modificare progressivamente le leggi.

Le democrazie occidentali hanno creato gli strumenti attraverso i quali possono essere contestate. La libertà di stampa permette di denunciare gli abusi del governo; l’indipendenza dei giudici consente di limitare il potere politico; le elezioni rendono possibile sostituire pacificamente chi governa; la libertà di associazione permette ai cittadini di organizzarsi e rivendicare nuovi diritti.

Si tratta di conquiste che non possono essere considerate definitive. La democrazia può indebolirsi anche senza essere formalmente abolita. Accade quando l’informazione perde indipendenza, quando il dissenso viene presentato come tradimento, quando il confronto politico si trasforma in delegittimazione personale e quando i cittadini smettono di credere nella possibilità di incidere sulle decisioni pubbliche.

IDENTITÀ E PLURALISMO

Il richiamo di Meloni all’identità occidentale interviene in un dibattito nel quale il termine “identità” viene spesso utilizzato con significati molto differenti.

Per alcuni rappresenta la necessità di custodire la memoria, la cultura e le istituzioni democratiche. Per altri rischia di diventare uno strumento di chiusura, attraverso il quale stabilire chi appartiene pienamente a una comunità e chi deve essere considerato estraneo.

L’identità occidentale, tuttavia, non può essere fondata sulla purezza etnica, linguistica o religiosa. Le società europee e americane sono state costruite attraverso migrazioni, scambi, conflitti e contaminazioni. Anche i valori considerati oggi caratteristici dell’Occidente sono il risultato di un’evoluzione alla quale hanno partecipato esperienze differenti.

La vera distinzione non passa quindi tra persone nate in una determinata area geografica e persone provenienti da altri Paesi. Passa tra chi riconosce i principi democratici e chi li nega.

Un cittadino può avere una storia familiare, una religione o una cultura diversa e condividere pienamente il rispetto della Costituzione, l’uguaglianza tra uomini e donne, la libertà di espressione e il primato della legge. Allo stesso modo, una persona nata in Europa può rifiutare quei principi e sostenere modelli autoritari.

L’identità democratica deve pertanto essere inclusiva, ma non indifferente. Può accogliere culture e tradizioni differenti senza rinunciare al principio secondo cui nessuna consuetudine può giustificare la violenza, la discriminazione o la negazione della dignità individuale.

Il pluralismo non significa che ogni comportamento debba essere accettato come espressione culturale. Significa che ogni persona deve poter vivere liberamente la propria identità entro i limiti stabiliti dalle leggi democratiche e dai diritti fondamentali.

La difficoltà consiste nel mantenere insieme apertura e fermezza. Una società chiusa tradisce la propria vocazione democratica, ma una società incapace di difendere i propri principi rischia di rendere fragile la stessa libertà che intende garantire.

È su questo punto che la riflessione di Fallaci continua a suscitare interesse. La scrittrice temeva che l’Europa avesse sviluppato una forma di insicurezza verso la propria storia e che la volontà di non apparire intollerante si fosse trasformata, in alcuni casi, nell’incapacità di reagire contro l’intolleranza.

Le sue risposte furono spesso radicali e possono essere discusse. La domanda, però, rimane: fino a quale punto una democrazia deve tollerare movimenti e ideologie che intendono utilizzare le libertà garantite dal sistema per limitarle o abolirle?

La risposta non può essere la discriminazione collettiva, perché attribuire a milioni di persone la responsabilità delle azioni di gruppi estremisti contraddirebbe il principio della responsabilità individuale. Non può però essere nemmeno l’indifferenza davanti a organizzazioni che rifiutano l’uguaglianza, la libertà religiosa o la separazione tra autorità civile e religiosa.

La difesa dell’Occidente richiede dunque una distinzione chiara tra persone, fedi e movimenti politici. Una democrazia deve proteggere il diritto di credere, ma anche quello di cambiare religione o non averne alcuna. Deve difendere la libertà di parola, ma contrastare la violenza e le minacce. Deve garantire il pluralismo senza permettere che il pluralismo venga utilizzato per giustificare la soppressione dei diritti.

LE DIVISIONI INTERNE E LA RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA

Nel messaggio dedicato a Fallaci, Meloni ha insistito sulla possibilità di avere idee e interessi differenti senza perdere la consapevolezza di appartenere alla stessa civiltà.

È un richiamo che riguarda direttamente il funzionamento delle democrazie contemporanee. La divisione tra maggioranza e opposizione è fisiologica e necessaria. Un sistema nel quale tutti condividessero le stesse posizioni non sarebbe una democrazia, ma una società priva di autentico pluralismo.

Il problema nasce quando l’avversario politico viene descritto come un nemico assoluto, privo di legittimità e non più meritevole di ascolto. In quel momento il confronto non riguarda più il merito delle decisioni, ma l’esistenza stessa dell’altra parte.

Le piattaforme digitali hanno accentuato questa tendenza. La comunicazione politica è diventata più veloce, immediata e personale. Gli algoritmi favoriscono spesso i contenuti capaci di produrre indignazione, rabbia e reazioni emotive, perché aumentano l’interazione e il tempo trascorso online.

Il dibattito pubblico rischia così di ridursi a una sequenza di accuse, slogan e frasi estratte dal contesto. La complessità viene percepita come debolezza, mentre la semplificazione aggressiva appare più efficace sul piano della comunicazione.

La difesa dell’Occidente passa anche dalla qualità di questo confronto. Non è sufficiente richiamarsi alla libertà se il linguaggio politico contribuisce quotidianamente a rendere impossibile il dialogo. Non è sufficiente invocare l’unità se ogni dissenso viene interpretato come ostilità alla nazione.

Essere uniti non significa rinunciare alla critica verso il governo o l’opposizione. Significa riconoscere che il conflitto politico deve svolgersi dentro regole condivise e che la legittimità delle istituzioni non può dipendere dal risultato favorevole al proprio schieramento.

La fedeltà alla civiltà occidentale non coincide con la fedeltà a un singolo governo. Le maggioranze cambiano, i presidenti e i primi ministri si alternano, le politiche possono essere corrette o sbagliate. I principi costituzionali, invece, costituiscono il terreno comune sul quale deve continuare a esistere il confronto.

In questa prospettiva, il messaggio di Meloni può essere letto come un invito a separare le differenze contingenti dalla responsabilità storica più ampia. Si può discutere sulle politiche economiche, sull’immigrazione, sulle alleanze internazionali, sull’ambiente e sul ruolo dello Stato, ma questa discussione ha senso soltanto se rimane intatto il riconoscimento della dignità della persona e della libertà democratica.

UNA LIBERTÀ DA TRASMETTERE

Il tema posto da Fallaci e ripreso da Meloni riguarda anche le nuove generazioni. I giovani europei sono nati in società nelle quali il diritto di voto, la libertà di espressione, la mobilità e l’accesso all’istruzione vengono spesso percepiti come condizioni naturali.

La storia dimostra invece che queste condizioni sono relativamente recenti e possono essere perdute. Molti Paesi europei hanno conosciuto dittature nel corso del Novecento. La libertà politica è stata riconquistata attraverso guerre, Resistenze e transizioni difficili.

Trasmettere l’identità occidentale non significa soltanto insegnare date e avvenimenti. Significa spiegare perché le istituzioni democratiche esistono, quali problemi hanno cercato di risolvere e quali responsabilità richiedono ai cittadini.

Una democrazia non sopravvive soltanto grazie alle Costituzioni. Ha bisogno di persone capaci di informarsi, partecipare, rispettare le regole e accettare che il proprio punto di vista possa essere messo in discussione.

Anche il giornalismo svolge una funzione essenziale. Oriana Fallaci rappresentò un modello molto personale, spesso divisivo, ma fondato sulla convinzione che il giornalista dovesse interrogare il potere e non limitarsi a riprodurne le dichiarazioni.

Il suo metodo richiedeva preparazione, conoscenza dei fatti e capacità di sostenere il confronto. In un’epoca nella quale l’informazione viene spesso consumata in pochi secondi, la sua attenzione alla scrittura e alla profondità delle domande ricorda che il giornalismo non può essere sostituito dalla semplice circolazione dei contenuti.

La libertà di stampa non consiste soltanto nell’assenza di censura. Richiede indipendenza economica, pluralità delle fonti, tutela dei giornalisti e un pubblico capace di distinguere le notizie dalle manipolazioni.

Una società disinformata può mantenere formalmente il diritto di voto, ma perde progressivamente la possibilità di esercitarlo in modo consapevole. Per questo la difesa dell’Occidente riguarda anche la scuola, l’università, la cultura e l’accesso a un’informazione affidabile.

L’EREDITÀ DI ORIANA FALLACI

A quasi un secolo dalla nascita, Oriana Fallaci rimane una figura difficile da collocare all’interno di una sola appartenenza politica.

Fu partigiana, antiautoritaria, femminista, inviata di guerra e critica severa di molte espressioni del potere. Nel corso della vita assunse posizioni diverse e talvolta contraddittorie, rivendicando il diritto di non lasciarsi rinchiudere dentro un’etichetta.

Una parte della destra ha riconosciuto nei suoi ultimi libri un riferimento per la difesa dell’identità occidentale. Altri ambienti culturali hanno ricordato soprattutto la giovane partigiana, la reporter e la scrittrice capace di raccontare la condizione femminile e la violenza della guerra.

Entrambe le letture colgono aspetti reali, ma nessuna riesce da sola a restituire la complessità della sua figura.

Fallaci può essere ricordata senza trasformarla in un’icona priva di contraddizioni. Le sue opere possono essere lette criticamente, distinguendo le intuizioni dalle generalizzazioni, il coraggio intellettuale dalle formulazioni che hanno contribuito a dividere.

Il valore di una scrittrice non dipende dall’obbligo di condividerne ogni giudizio. Dipende anche dalla capacità delle sue parole di continuare a produrre domande.

Il messaggio pubblicato da Giorgia Meloni nel giorno della nascita della giornalista fiorentina riporta al centro proprio una di queste domande: che cosa significa oggi appartenere all’Occidente?

La risposta non può limitarsi alla rivendicazione di un passato glorioso. Appartenere a una civiltà fondata sulla libertà significa assumersi il compito di renderla concreta nel presente, correggendone le ingiustizie, proteggendo le istituzioni e impedendo che la paura venga utilizzata per limitare i diritti.

La libertà non è soltanto un’eredità ricevuta. È una responsabilità che deve essere esercitata, difesa e trasmessa.

Gli scenari internazionali cambiano, i governi si alternano e le società diventano più complesse. I principi della dignità personale, della democrazia e dello Stato di diritto restano però il criterio attraverso il quale valutare le decisioni politiche e la qualità delle istituzioni.

È in questa fedeltà critica, e non nell’immobilità, che l’Occidente può continuare a riconoscere la propria identità.

Fonti: dichiarazione pubblicata sui social dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni