Garlasco, ciò che sappiamo e quello che ancora manca nel caso Sempio

DNA, impronte, alibi e intercettazioni compongono il nuovo impianto della Procura di Pavia. Ma il punto decisivo non è quanti siano gli indizi: è se riescano a raccontare, insieme, una sola storia possibile. E resta una domanda: gli inquirenti hanno già qualcosa che non conosciamo?

di Emanuele Esposito

Nei fascicoli giudiziari i numeri hanno spesso una forza che non possiedono in aula. Ventuno elementi possono sembrare più convincenti di cinque, ma un processo per omicidio non si decide contando gli indizi. Si decide stabilendo quanto valgono, se sono indipendenti tra loro e soprattutto se resistono a una spiegazione alternativa.

È questo il punto dal quale osservare la nuova indagine sull’omicidio di Chiara Poggi.

La Procura di Pavia ha costruito nei confronti di Andrea Sempio un impianto che comprende tracce genetiche, un’impronta palmare, accertamenti sulle calzature, telefonate, dichiarazioni rese negli anni, l’alibi, intercettazioni e una possibile ricostruzione del movente.

È un quadro molto più articolato rispetto alle precedenti indagini su Sempio. Ma non tutti gli elementi hanno lo stesso peso.

E soprattutto non sono davvero ventuno storie diverse.

Molti conducono agli stessi nodi.

Il primo è il DNA recuperato dalle unghie di Chiara.

L’interesse investigativo è evidente: se una traccia genetica riconducibile all’indagato fosse stata depositata mentre la vittima tentava di difendersi, ci troveremmo davanti a un elemento di enorme importanza.

Ma il DNA risponde bene a una domanda — chi può averlo lasciato — e molto meno facilmente ad altre due: quando e come.

Ed è proprio su queste ultime che si consumerà lo scontro tra accusa e difesa.

Sempio frequentava casa Poggi. La sua presenza in quell’ambiente, in momenti precedenti al delitto, non è di per sé anomala. Per questo la Procura non dovrà limitarsi a sostenere una compatibilità genetica. Dovrà convincere un giudice che quella traccia appartiene alla storia dell’omicidio e non alla storia precedente dei rapporti tra le persone che frequentavano quella casa.

È una differenza sostanziale.

Poi c’è l’impronta 33.

È probabilmente il reperto che merita maggiore attenzione.

La traccia palmare si trova sulla parete della scala che conduce verso il seminterrato, quindi in uno dei punti centrali della scena del crimine. I consulenti della Procura l’hanno attribuita a Sempio; la difesa contesta questa conclusione.

Ma persino una identificazione certa non chiuderebbe automaticamente la questione.

La vera domanda è un’altra: quella mano si appoggiò alla parete durante l’omicidio?

Se gli accertamenti riuscissero a dimostrare non soltanto l’autore della traccia, ma anche una relazione con la dinamica del delitto, il valore dell’impronta cambierebbe radicalmente. Non sarebbe più soltanto il segno della presenza di una persona in una casa che conosceva. Potrebbe diventare il segno della sua presenza nel momento decisivo.

È su questo passaggio che l’inchiesta può acquistare o perdere gran parte della propria forza.

Il resto del fascicolo sembra muoversi soprattutto intorno a questi due elementi materiali.

C’è l’alibi dello scontrino di Vigevano. La Procura lo considera insufficiente a escludere che Sempio potesse essere a Garlasco nella fascia temporale dell’omicidio.

Ma l’assenza di un alibi solido dimostra una possibilità, non una responsabilità.

Dire che qualcuno avrebbe avuto il tempo di commettere un delitto è molto diverso dal provare che lo abbia commesso.

Poi ci sono le telefonate effettuate nei giorni precedenti, le dichiarazioni che gli investigatori ritengono contraddittorie, alcune intercettazioni e i cosiddetti soliloqui.

Sono elementi che possono assumere significato se inseriti in una ricostruzione già sostenuta dalle prove materiali. Presi isolatamente, sono molto più vulnerabili.

Le parole pronunciate da una persona indagata per un delitto possono essere inquietanti, ambigue o apparentemente contraddittorie. Ma un processo non può trasformarsi nell’interpretazione psicologica di ogni frase.

Lo stesso vale per il possibile movente.

La Procura ha ricostruito un interesse di Sempio nei confronti di Chiara e ha approfondito l’ipotesi di un approccio respinto. È una pista investigativa legittima. Ma il movente non può diventare la scorciatoia che conduce dall’interesse per una donna alla prova di averla uccisa.

Un movente forte può spiegare un omicidio già dimostrato.

Non può dimostrarlo da solo.

Ed è proprio qui che il caso Garlasco diventa giudiziariamente ancora più complesso.

Per l’omicidio di Chiara Poggi esiste già un colpevole secondo una sentenza definitiva: Alberto Stasi.

Questo significa che qualsiasi nuova accusa non dovrà soltanto costruire una storia convincente. Dovrà confrontarsi con una storia giudiziaria che lo Stato ha già considerato vera oltre ogni ragionevole dubbio.

Non è un ostacolo giuridicamente insuperabile. Le sentenze possono essere sottoposte a revisione quando emergono nuovi elementi.

Ma è un ostacolo probatorio enorme.

Se Andrea Sempio dovesse arrivare davanti a un giudice per l’omicidio di Chiara, la Procura dovrebbe spiegare non soltanto perché ritiene responsabile lui, ma anche come questa nuova ricostruzione si inserisca rispetto alla condanna già pronunciata contro Stasi.

Ed è proprio questa circostanza a rendere interessante una domanda che, al momento, rimane soltanto una domanda.

La Procura ha già in mano qualcosa di più…

Secondo me si, non e’ solo  un’ipotesi giornalistica.

Perché riaprire radicalmente uno dei casi giudiziari più controversi d’Italia, individuare un nuovo possibile responsabile dopo una condanna definitiva e prepararsi eventualmente a sostenerne l’accusa davanti a un giudice significa assumersi un rischio processuale considerevole, e  guardando soltanto ciò che è conosciuto pubblicamente, quel rischio esiste, per questo oltre a ciò che conosciamo la procura ha in mano ben altro!

Il DNA è importante, ma la sua collocazione temporale resta decisiva.

L’impronta 33 può essere potentissima, ma soltanto se viene saldata alla dinamica dell’omicidio.

L’alibi può essere fragile senza diventare per questo una prova.

Le intercettazioni possono rafforzare un quadro, non sostituirlo.

Il movente può spiegare, non dimostrare.

Per questo sarebbe sorprendente se il fascicolo dovesse fermarsi esattamente dove arriva oggi il racconto pubblico.

Non significa che esista necessariamente una prova segreta. Significa che, osservando la logica dell’indagine, è ragionevole chiedersi se gli ultimi mesi di consulenze e verifiche abbiano prodotto un risultato ancora non completamente emerso.

Potrebbe essere una nuova lettura di una traccia.

Un collegamento temporale.

Un dato tecnico.

Un riscontro testimoniale.

Oppure nessuna “pistola fumante” e soltanto la convinzione della Procura che la somma degli indizi già raccolti sia sufficiente per sostenere l’accusa.

È questo, probabilmente, il passaggio che manca per comprendere davvero dove stia andando il caso.

Perché l’inchiesta, vista dall’esterno, sembra essere arrivata molto vicino a un punto di svolta.

Ci siamo quasi.

Ma quel “quasi”, in un processo per omicidio, è enorme.

È la distanza tra una persona che può essere sospettata sulla base di una ricostruzione investigativa e una persona che può essere condannata oltre ogni ragionevole dubbio.

A meno che, da qualche parte nel fascicolo della Procura di Pavia, non ci sia già quell’elemento capace di colmare la distanza.

La famosa pistola fumante.

Se esiste, non l’abbiamo ancora vista.

Ed è forse questo, oggi, il vero mistero dentro il mistero di Garlasco.

Andrea Sempio è indagato e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.