Menia alza il muro: serve un legame reale con l’Italia

La cittadinanza italiana deve continuare a rappresentare un legame autentico con il Paese e non può ridursi alla semplice possibilità di ottenere un passaporto europeo.

È questo il punto centrale della lunga conversazione con Roberto Menia, senatore di Fratelli d’Italia e da anni impegnato sui temi riguardanti le comunità italiane nel mondo.

Al centro del confronto, la recente riforma della cittadinanza, il riacquisto per gli italiani naturalizzati all’estero, la possibile revisione della legge elettorale e il futuro della rappresentanza parlamentare della diaspora.

Secondo Menia, l’intervento del Governo era diventato necessario di fronte alla crescita straordinaria del numero dei cittadini italiani residenti fuori dai confini nazionali.

«Oggi abbiamo circa 7 milioni e 200 mila italiani all’estero. Quando votammo per la prima volta, vent’anni fa, erano circa 3 milioni e mezzo», ha spiegato il senatore.

Un raddoppio che, secondo Menia, non può essere attribuito soltanto alle nuove partenze dall’Italia, ma soprattutto all’aumento dei riconoscimenti della cittadinanza per discendenza.

IL PRINCIPIO DELLO IUS SANGUINIS

Menia difende il valore dello ius sanguinis, ma ritiene che la trasmissione della cittadinanza non possa essere illimitata e completamente scollegata dalla lingua, dalla cultura e dal territorio italiano.

Negli ultimi anni, ha sottolineato, sono aumentate le richieste provenienti da discendenti di quarta o quinta generazione che spesso non parlano italiano e possiedono una conoscenza molto limitata del Paese d’origine dei propri antenati.

«Non si può prendere un emigrato partito nel 1870 e sostenere automaticamente di essere italiani soltanto perché era il proprio trisavolo, senza conoscere la lingua, il territorio o la storia dell’Italia», ha affermato.

Il passaporto italiano, ha ricordato Menia, è particolarmente ricercato perché permette di vivere e lavorare nei Paesi dell’Unione europea e garantisce importanti facilitazioni nei rapporti internazionali.

Il fenomeno ha assunto dimensioni particolarmente rilevanti in Sud America, dove negli ultimi decenni il numero degli iscritti all’AIRE è cresciuto in maniera considerevole.

Per il senatore, la cittadinanza non deve essere interpretata soltanto come un fatto genealogico.

«Essere cittadini significa condividere un ordinamento, una lingua, dei valori e un’appartenenza. Lo Stato si regge su popolo, governo e territorio. Quando questi elementi vengono completamente meno, anche il significato della cittadinanza rischia di rarefarsi».

IL RIACQUISTO PER I NATURALIZZATI

Uno dei risultati più importanti della nuova normativa riguarda gli italiani che avevano perso la cittadinanza prima dell’introduzione della doppia cittadinanza, perché costretti a naturalizzarsi nei Paesi di emigrazione.

Si tratta di una questione particolarmente sentita in Australia, dove migliaia di emigrati italiani dovettero rinunciare alla cittadinanza d’origine per acquisire quella australiana.

Menia considera positiva l’apertura di una finestra per il riacquisto.

«Abbiamo risolto il problema dei naturalizzati, persone ancora viventi alle quali la cittadinanza era stata tolta dalle leggi dell’epoca. È stata una scelta giusta e ha portato un beneficio concreto».

In Australia, tuttavia, il numero delle domande sarebbe risultato più contenuto rispetto alle previsioni iniziali. Nell’area consolare di Sydney si parlerebbe di circa duemila procedure di riacquisto.

Per Menia questo dimostra che la possibilità è stata offerta a chi possiede un interesse reale: chi desiderava recuperare la cittadinanza ha potuto farlo, mentre chi non era interessato ha semplicemente mantenuto la propria situazione.

UNA LEGGE ANCORA MIGLIORABILE

Il senatore non considera comunque concluso il percorso legislativo.

«Non esiste una legge perfetta e soprattutto non esiste una legge perfetta per sempre. Le norme possono essere migliorate e corrette sulla base degli effetti che producono».

Nella proposta originariamente presentata da Menia, il possesso e la trasmissione della cittadinanza erano collegati anche alla nascita o a un periodo significativo di residenza in Italia.