di Tommaso Scandroglio
@LaNuovaBQ
C’è ormai da sospettare che il governo italiano abbia ricevuto l’appoggio di una parte importante della Chiesa per approvare una legge sul suicidio assistito. Solo ieri, 8 settembre, commentavamo l’intervista di monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), in cui il prelato affermava che sarebbe moralmente lecito dare il proprio assenso ad una futura legge sull’aiuto al suicidio al fine di evitarne una peggiore.
Intanto il presidente della Pav ha voluto ribadire in modo ancora più chiaro il proprio appoggio ad una simile legge e lo ha fatto tramite un’altra intervista, pubblicata ieri, questa volta rilasciata al Corriere del Veneto: «Esiste una terza via tra il non fare nulla e fare una legge regionale: chiedere ai propri partiti di premere per una legge nazionale. Chiediamoci, che messaggio politico dà una legge regionale? Regolamenta una sentenza, ci si accontenta del minimo ma si potrebbe lanciare il cuore oltre l’ostacolo e puntare al massimo». Dato che a mons. Pegoraro sta molto a cuore il principio del male minore, vorremmo ricordare che, a parità di contenuto, una legge regionale sul suicidio assistito è un male minore rispetto ad una legge nazionale sulla stessa materia. Dunque, la predilezione di mons. Pegoraro per una legge nazionale è, per usare un suo termine, il massimo del male morale.
Nello stesso giorno in cui il Corriere pubblica l’intervista a Pegoraro, arriva, guarda caso, un altro endorsement ad una futura norma del Parlamento sull’aiuto al suicidio: arriva dall’ex presidente della Pav, mons. Vincenzo Paglia. Anche quest’ultimo predica a favore di tale norma da un pulpito laico: il giornale Repubblica. Paglia si rivolge a Corrado Augias che da molti anni dichiara che vuole andarsene con qualche preparato letale.
Lo ha ribadito anche il 5 settembre scorso dalle colonne di Repubblica. L’ex presidente della Pav, al pari del suo successore, è molto chiaro nel suo appoggio ad una eventuale legge: «E infine, sì: che il Parlamento si assuma le proprie responsabilità. Su una materia così delicata non possiamo lasciare che siano soltanto i tribunali, i casi individuali o le emergenze a dettare le regole. Tocca alla politica affrontare il tema con serietà, senza ideologismi e senza scorciatoie».
Queste plurime e contemporanee uscite a sostegno di una legge sul suicidio assistito, seppur motivate dalla recente approvazione della legge della regione Veneto sulla medesima materia, legittimano il sospetto che ci sia un disegno volto a confortare il governo sul sostegno della Chiesa. Difficile poi credere che Pegoraro e Paglia abbiano espresso queste opinioni senza essersi prima confrontati con il presidente dei vescovi italiani, mons. Matteo Zuppi. Il quale nel passato, in merito alla possibilità di avere una legge sul suicidio assistito, si è mostrato volutamente ambiguo, a volte condannando tale legge altre volte incensandola. Mera strategia che potrebbe indurlo oggi ad un nuovo cambio di fronte a favore di una legge sul suicidio assistito.
Dare il proprio assenso ad una legge ingiusta significa tradire la dottrina cattolica. Tradimento è la parola giusta se andiamo a leggere cosa dichiara il n. 73 di Evangelium vitae su questo punto: «Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l’aborto o l’eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, “né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’aborto procurato, 22)».
Dunque, perché questo tradimento? In primo luogo perché, come già accennato, si è sposato il principio del male minore e quindi non si è compreso realmente cosa sia il male, piccolo o grande che sia, minore o maggiore che sia (sul tema del male minore connesso al voto di una legge ingiusta rimandiamo a questo articolo). Il male è un atto che contraddice la dignità della persona e quindi non può mai essere compiuto. «La morte, ma non i peccati», scriveva san Domenico Savio a 7 anni.
In secondo luogo molti uomini di Chiesa, dalla base ai vertici, risentono ancora di quella impostazione rivoluzionaria che vede la morale cattolica e anche la fede come espressioni del credo privato, ma non spendibili sul piano pubblico. Entrambe sarebbero valide nel foro interno e tra chi condivide gli stessi valori, ma non avrebbero le carte in regola per ordinare l’azione politica nella direzione del bene comune. Insomma, credenti in privato e neutri nel pubblico.
