Voto estero, come ha votato l’unico movimento degli italiani all’estero? 

La sequenza delle votazioni sull’articolo 6 richiede una spiegazione. Il voto favorevole finale impone una responsabilità politica. Gli italiani all’estero meritano risposte, a cominciare da chi ha chiesto e ottenuto la loro fiducia.

Il senatore del MAIE, movimento che rivendica la rappresentanza degli italiani all’estero, non ha sostenuto con interventi o propri emendamenti in Aula la difesa delle ripartizioni territoriali e ha infine votato a favore del provvedimento che le modifica.

di Emanuele Esposito

È bene dirlo con chiarezza: i fatti sono fatti, le carte sono carte. E la politica deve rispondere di ciò che fa, soprattutto quando mette mano alle regole con cui milioni di cittadini vengono rappresentati.

Nel prospetto della votazione finale del Senato del 15 settembre 2026, Mario Alejandro Borghese figura tra i favorevoli alla riforma elettorale. Il provvedimento è passato con 113 sì, 71 no e due astensioni. Torna alla Camera perché è stato modificato: il percorso legislativo deve ancora concludersi, ma quel voto è già stato espresso. E porta anche il suo nome. L’esito della votazione.

Questo è il punto da cui partire. Borghese ha sostenuto il testo complessivo. Ora deve spiegare agli italiani all’estero perché lo abbia ritenuto meritevole del proprio consenso.

C’è però un passaggio precedente che considero politicamente fondamentale.

Secondo la ricostruzione dei tabulati del Senato alla base di questo editoriale, Borghese ha partecipato a tutte le votazioni sugli emendamenti precedenti all’articolo 6; non ha partecipato a quelle relative all’articolo 6 e agli emendamenti collegati; ha poi ripreso a votare dall’articolo 8, fino al sì finale.

La sequenza contestata è questa: vota prima, non partecipa nel passaggio che riguarda la rappresentanza degli italiani all’estero, riprende a votare dopo e approva il provvedimento.

Può essere uscito dall’Aula. Può esserci stata un’altra ragione. Dai soli tabulati non si ricavano né i suoi spostamenti né le sue motivazioni. Ma proprio per questo una spiegazione è necessaria. Perché quella interruzione proprio lì? Perché non esprimere un voto sulle proposte che riguardavano così direttamente le nostre comunità?

Senatore Borghese, questa è una domanda politica precisa. Merita una risposta altrettanto precisa.

L’articolo 6 interviene sull’articolazione territoriale della Circoscrizione Estero: due ripartizioni per la Camera e un’unica circoscrizione mondiale per l’elezione del Senato. Si modifica il rapporto tra gli eletti e comunità distribuite in territori profondamente diversi. Il testo negli atti del Senato.

Per chi vive in Australia, questo significa interrogarsi sul peso che avranno le nostre esigenze dentro una competizione molto più vasta. Significa chiedersi quanto conteranno la conoscenza dei territori, la presenza, l’ascolto e la capacità di seguire problemi che da Roma possono apparire lontani, ma che per noi sono vita quotidiana.

A mio giudizio, questa riforma indebolisce il principio territoriale che aveva dato sostanza alla legge Tremaglia. E chi contribuisce ad approvarla deve assumersi la responsabilità politica di quella scelta.

Il sì finale non diventa meno significativo perché in un passaggio precedente non si è partecipato al voto. Approva comunque un testo che contiene quelle disposizioni. Per questo, sul piano politico, considero insufficiente qualsiasi spiegazione che si fermi ai singoli emendamenti senza affrontare il consenso dato all’intero provvedimento.

La maggioranza ha difeso apertamente la riforma. Mariastella Gelmini, nelle dichiarazioni di voto finali, ne ha sostenuto le ragioni richiamando la governabilità. Quella posizione è riconoscibile e può essere discussa. La dichiarazione in Aula.

Da un eletto all’estero mi aspetto anche una risposta specifica: che cosa guadagnano le comunità italiane nel mondo da questa nuova organizzazione della loro rappresentanza?

Se esiste un vantaggio, illustratelo. Se avete accettato un compromesso, spiegate quale. Se avete ritenuto prioritario sostenere la maggioranza, assumetevene pubblicamente la responsabilità. Se giudicate superato il modello territoriale, abbiate il coraggio di dirlo davanti alle persone che in quel modello hanno creduto.

Può darsi che abbiate argomenti che meritano di essere ascoltati. Può darsi che su qualche punto abbiate persino ragione. Ma dovete esporli, sostenerli, sottoporli alle domande di chi subirà le conseguenze delle vostre decisioni.

La fiducia degli elettori non è una delega a evitare le spiegazioni.

Ed è qui che la questione diventa anche umana. Dietro un voto ci sono persone. C’è chi vi ha ascoltato, chi vi ha sostenuto, chi ha dedicato tempo a una campagna elettorale, chi ha creduto che avreste portato in Parlamento la voce della propria comunità. Quella fiducia merita rispetto anche quando le decisioni prese sono impopolari.

Prendere in giro gli elettori sarebbe grave politicamente e umanamente. Per evitarlo occorre parlare con chiarezza, soprattutto quando spiegare una scelta costa fatica.

Gli italiani all’estero non sono stupidi, non sono scemi, non sono inetti. Sanno leggere un elenco di votazione. Sanno riconoscere un sì. Sanno confrontare le decisioni con gli impegni assunti. E la distanza geografica non diminuisce il loro diritto di chiedere conto a chi li rappresenta.

Quando verrete in Australia, che cosa ci racconterete?

Porterete una spiegazione seria di quello che avete votato? Accetterete domande anche da chi non vi applaude? Saprete dire, guardando in faccia le persone, perché ritenete che questa riforma serva anche a loro?

Perché la rappresentanza si misura anche in questi momenti: nella disponibilità a rispondere quando il rapporto con gli elettori diventa difficile.

Il mio giudizio è netto: chi ha votato a favore di questo impianto ha contribuito a una scelta che considero un arretramento per la rappresentanza degli italiani all’estero. Borghese non è l’unico responsabile dell’esito parlamentare. È responsabile del proprio voto, e questo basta a rendere legittima e necessaria la richiesta di spiegazioni.

Smettiamola, allora, con la politica delle responsabilità che si dissolvono appena si esce dall’Aula. Chi approva deve spiegare. Chi ritiene di avere fatto bene deve trovare il coraggio di sostenerlo davanti ai cittadini.

Il sì è agli atti. La fiducia delle persone, invece, va meritata ogni giorno.