Nella Repubblica Democratica del Congo accertati 1.048 contagi e 267 morti. Almeno 19 delle vittime sono bambini. Test inadeguati, centri sanitari sovraccarichi, disinformazione e violenze contro gli operatori complicano il contenimento del virus
L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha superato la soglia dei mille casi confermati, diventando una delle più gravi mai registrate dalla scoperta del virus nel 1976.
Secondo gli ultimi dati diffusi dalle autorità congolesi, al 21 giugno i casi confermati erano 1.048 e i decessi 267. In meno di una settimana sono state individuate oltre duecento nuove infezioni.
Il focolaio è ormai il secondo più grande mai registrato nella Repubblica Democratica del Congo, superato soltanto dall’epidemia del 2018-2020, quando furono segnalati 3.470 casi e 2.287 morti.
A livello mondiale, l’attuale emergenza è già considerata la terza epidemia di Ebola più estesa della storia, dopo quella che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016 e quella sviluppatasi nell’est del Congo dal 2018 al 2020.
Le organizzazioni umanitarie avvertono però che le cifre ufficiali potrebbero rappresentare soltanto una parte della reale diffusione del virus.
Le difficoltà nei test, il ritardo nell’identificazione dei malati, l’insicurezza presente nelle province orientali e la morte di numerose persone all’interno delle comunità rendono impossibile stabilire con precisione la dimensione del contagio.
Almeno 19 bambini morti
L’epidemia sta colpendo duramente anche i più piccoli.
Secondo Save the Children, almeno 52 bambini hanno contratto il virus nel primo mese dall’inizio dell’emergenza. Tra loro figurano 16 neonati e bambini molto piccoli.
Almeno 19 sono morti.
Il numero potrebbe essere più elevato, perché molte infezioni e molti decessi avvenuti nei villaggi non vengono confermati attraverso gli esami di laboratorio.
La trasmissione all’interno delle famiglie rappresenta una delle maggiori preoccupazioni.
In molti casi, una prima persona contrae il virus e lo trasmette ai parenti che la assistono, soprattutto quando non vengono utilizzati dispositivi di protezione o quando la malattia non viene riconosciuta rapidamente.
Gli operatori sanitari raccontano di avere visto interi nuclei familiari presentarsi progressivamente nei centri di trattamento.
Prima arriva una persona. Alcuni giorni dopo viene ricoverato un altro membro della stessa famiglia. Poi un altro ancora.
L’epicentro nella provincia di Ituri
La parte più consistente dei casi è concentrata nella provincia orientale di Ituri, in particolare nella città mineraria di Mongbwalu e nelle aree circostanti.
Tre volontari della Croce Rossa sono stati tra le prime persone conosciute morte a causa della malattia.
Il virus si è successivamente diffuso anche nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu, territori già colpiti da anni di conflitti, sfollamenti e fragilità del sistema sanitario.
Le équipe di Medici senza frontiere hanno allestito o rafforzato centri di trattamento a Bunia, Mongbwalu, Komanda, Goma, Bukavu e Lwiro.
Le strutture sono però sottoposte a una pressione crescente.
Numerosi pazienti arrivano quando la malattia è ormai in una fase molto avanzata, con vomito, diarrea, grave debolezza e disidratazione.
In queste condizioni, le possibilità di sopravvivenza si riducono sensibilmente.
Il virus Bundibugyo
L’attuale epidemia è causata dal Bundibugyo, una forma di Ebola meno comune rispetto al virus Zaire responsabile della maggior parte dei grandi focolai precedenti.
La differenza ha creato gravi problemi nella risposta sanitaria.
Molti kit diagnostici normalmente disponibili nella regione erano stati progettati principalmente per riconoscere il virus Zaire e non erano sufficientemente efficaci nell’individuare tempestivamente la variante Bundibugyo.
Questo avrebbe permesso al virus di circolare per settimane prima che la reale dimensione dell’epidemia fosse compresa.
Per il Bundibugyo non esistono al momento vaccini o trattamenti specifici approvati.
Le terapie disponibili si concentrano quindi sull’assistenza di supporto: reidratazione, controllo dei sintomi, gestione delle complicazioni e prevenzione delle infezioni secondarie.
L’assenza di strumenti farmacologici specifici rende ancora più importante individuare i casi nelle prime fasi e impedire che le persone contagiate continuino a entrare in contatto con familiari e comunità.
Test troppo lenti e risultati in ritardo
Gli operatori sul terreno considerano la capacità diagnostica uno dei principali punti deboli della risposta.
In molte comunità i kit adeguati non sono disponibili, mentre alcuni centri sanitari devono attendere troppo a lungo per ricevere i risultati dei laboratori.
Senza un esame rapido è difficile isolare i malati, iniziare tempestivamente le cure e identificare tutte le persone che potrebbero essere entrate in contatto con loro.
Secondo Medici senza frontiere, una parte significativa dei test positivi riguarda persone già decedute.
Questo significa che il sistema non sta intercettando i malati abbastanza presto da offrire loro le migliori possibilità di cura e interrompere la trasmissione.
In alcune settimane, circa due terzi dei risultati positivi sarebbero arrivati da campioni prelevati su persone morte.
Il dato fotografa un sistema che continua a inseguire l’epidemia anziché anticiparla.
«Stiamo cercando di recuperare il ritardo»
Kate White, coordinatrice medica d’emergenza di Medici senza frontiere nella provincia di Ituri, ha descritto una situazione nella quale autorità e organizzazioni umanitarie stanno ancora cercando di ricostruire le catene di trasmissione.
Gli operatori non conoscono con precisione quante persone siano state contagiate né quanto il virus si sia già diffuso nelle aree difficili da raggiungere.
Ogni giorno vengono segnalati decessi nelle comunità.
Il numero delle persone morte fuori dai centri sanitari sarebbe molto superiore a quello dei pazienti ancora vivi identificati attraverso i test.
Questi decessi rappresentano un rischio ulteriore, perché il corpo di una persona morta per Ebola può restare altamente contagioso.
Per questa ragione, la gestione sicura delle sepolture è una componente fondamentale della risposta.
Tracciamento insufficiente
Anche il tracciamento dei contatti resta incompleto.
La media nella regione è di circa il 70,8 per cento, mentre per controllare efficacemente un’epidemia sarebbe normalmente necessario raggiungere almeno l’80 o il 90 per cento.
Ogni contatto non identificato può sviluppare la malattia e trasmetterla ad altre persone prima che le autorità riescano a intervenire.
La situazione è resa più complessa dalla mobilità della popolazione.
Ituri e Nord Kivu ospitano centinaia di migliaia di sfollati costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa dei combattimenti.
La presenza delle miniere favorisce inoltre continui spostamenti di lavoratori, commercianti e mezzi di trasporto tra città, villaggi e regioni confinanti.
Le autorità congolesi affermano di avere intensificato la sorveglianza e di controllare il 97 per cento dei viaggiatori nei principali punti di ingresso.
Resta però molto difficile monitorare le persone che attraversano confini informali o si spostano lungo strade secondarie in zone controllate da gruppi armati.
Un milione di sfollati
Le province interessate dall’epidemia sono tra le più instabili del Paese.
Conflitti armati, violenze intercomunitarie e crisi climatiche hanno costretto quasi un milione di persone a lasciare le proprie case.
Molti vivono in campi sovraffollati, con accesso limitato all’acqua, ai servizi igienici e all’assistenza sanitaria.
Sono condizioni che favoriscono la diffusione delle malattie e rendono estremamente difficile isolare in sicurezza le persone contagiate.
In alcune zone, gli operatori sanitari non possono muoversi senza protezione a causa della presenza di gruppi armati.
Le équipe devono quindi affrontare contemporaneamente un’emergenza sanitaria e una grave crisi di sicurezza.
Attacchi contro gli operatori
La disinformazione sta ulteriormente ostacolando il lavoro delle squadre di sorveglianza.
In alcune comunità si è diffusa la convinzione che Ebola non esista e che sia stata inventata dalle organizzazioni internazionali per ottenere finanziamenti.
Altre voci sostengono che il virus sia stato creato dalle compagnie minerarie oppure sia il risultato di pratiche di stregoneria.
Gli operatori impegnati nella sorveglianza e nel tracciamento sono stati minacciati e, in alcuni casi, aggrediti.
La sfiducia impedisce a molte persone di rivolgersi rapidamente agli ospedali e rende più difficile individuare chi è entrato in contatto con un malato.
Il fenomeno non è nuovo. Anche durante le precedenti epidemie di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, sospetti, informazioni false e attacchi alle strutture sanitarie avevano rallentato gli interventi.
Le promesse di guarigione nelle chiese
Alcuni leader religiosi avrebbero invitato le persone con sintomi a non recarsi negli ospedali, sostenendo di poterle guarire attraverso la preghiera.
Secondo gli operatori umanitari, in alcune piccole chiese della zona la malattia viene descritta come una manifestazione satanica.
Questo messaggio può spingere i pazienti a restare nella comunità durante la fase più contagiosa della malattia.
Quando arrivano nei centri sanitari, le loro condizioni sono spesso già molto gravi e il virus può essere stato trasmesso a numerose altre persone.
Le organizzazioni umanitarie stanno cercando di coinvolgere sacerdoti, pastori, capi locali e rappresentanti delle comunità per diffondere informazioni corrette.
I sopravvissuti come testimoni
Save the Children e le altre organizzazioni stanno cercando di coinvolgere anche le persone guarite dall’Ebola.
I sopravvissuti possono diventare testimoni particolarmente efficaci, perché conoscono la malattia e possono spiegare che i centri sanitari non sono luoghi nei quali le persone vengono portate a morire, ma strutture nelle quali è possibile ricevere assistenza.
La fascia d’età maggiormente colpita è attualmente quella compresa tra i 20 e i 40 anni.
Per raggiungerla, le organizzazioni stanno utilizzando anche i social media, diffondendo informazioni sui sintomi, sulle modalità di trasmissione e sulla necessità di chiedere immediatamente assistenza.
I messaggi spiegano inoltre che il virus non si trasmette semplicemente trovandosi vicino a una persona, ma attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi corporei infetti o con materiali contaminati.
Un’emergenza internazionale
L’epidemia era stata dichiarata ufficialmente dal ministero della Salute congolese il 15 maggio.
Due giorni dopo, l’Organizzazione mondiale della sanità l’aveva riconosciuta come un’emergenza sanitaria di interesse internazionale.
La decisione era stata determinata dalla rapidità della diffusione, dalla presenza di casi oltre i confini congolesi e dalla fragilità delle aree colpite.
L’epidemia ha interessato anche la vicina Uganda, aumentando il rischio di un’espansione regionale.
L’OMS e le organizzazioni umanitarie chiedono maggiori risorse, laboratori mobili, personale sanitario, dispositivi di protezione e strutture di isolamento.
La corsa contro il tempo
Superare i mille casi confermati in poco più di un mese dimostra la velocità con cui il Bundibugyo si è diffuso.
L’aumento dei test sta facendo emergere infezioni che in precedenza non erano state identificate, ma la crescita quotidiana indica anche che la trasmissione continua.
Il rischio è che i centri sanitari vengano definitivamente sopraffatti e che il virus raggiunga nuove città o attraversi altri confini.
Per contenere l’epidemia servono test più rapidi, un tracciamento più completo, cure tempestive e una collaborazione reale con le comunità.
Occorre inoltre garantire la sicurezza degli operatori, combattere la disinformazione e permettere alle équipe mediche di raggiungere anche le aree controllate dai gruppi armati.
La Repubblica Democratica del Congo ha già affrontato numerose epidemie di Ebola e possiede personale con una grande esperienza.
Questa volta, però, la variante meno comune, l’assenza di un vaccino approvato e la situazione umanitaria dell’est del Paese rendono la sfida particolarmente difficile.
Con 1.048 casi accertati e 267 morti, il focolaio è già entrato tra i peggiori della storia.
Ma il dato più preoccupante è che, secondo chi lavora sul terreno, l’emergenza potrebbe essere ancora soltanto all’inizio.
