Il prezzo del petrolio torna a salire con forza, superando quota 113 dollari al barile, in un contesto internazionale sempre più teso e instabile.
A spingere le quotazioni sono soprattutto le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha rivolto un duro ultimatum all’Iran, minacciando nuovi attacchi in caso di mancata riapertura dello strategico Stretto di Hormuz.
Il passaggio marittimo, fondamentale per il commercio globale di energia, gestisce circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas. La sua eventuale chiusura ha già alimentato timori nei mercati, provocando un’impennata dei prezzi e accrescendo il rischio di una nuova spirale inflattiva a livello globale.
Nel frattempo, l’alleanza OPEC+ ha annunciato un incremento della produzione di oltre 200 mila barili al giorno a partire da maggio. Una misura che, tuttavia, appare insufficiente a compensare le difficoltà legate alla sicurezza delle rotte e delle infrastrutture energetiche nella regione.
Gli analisti sottolineano come il problema non sia soltanto produttivo, ma anche logistico: senza garanzie sulla sicurezza di porti e oleodotti, l’export resta limitato. Nonostante alcuni tentativi di diversificare i percorsi commerciali, le alternative disponibili non riescono a colmare il deficit.
Rispetto a fine febbraio, quando i prezzi erano sotto i 70 dollari, l’aumento risulta significativo, con pesanti ricadute sui costi dei carburanti e sull’economia globale, con effetti diretti su famiglie e imprese.

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