Troppe bandiere per il 25 Aprile il corteo di Milano finisce nel caos

di Franco Radaelli

L’amarezza è tanta, inutile negarlo. Che il corteo simbolo del giorno della Liberazione dall’oppressione nazifascista, quello che sfila nel centro storico di Milano il 25 Aprile di ogni anno, fosse a rischio strumentalizzazione, era noto a tutti.

In questa prospettiva, l’Anpi (Associazione dei Partigiani d’Italia) aveva chiamato tutte le organizzazioni che sfilano storicamente per le vie del centro storico fino al comizio conclusivo in piazza Duomo, a sottoscrivere un programma dettagliato che consentisse soprattutto alle Forze dell’ordine di monitorare in tempo reale lo svolgimento della manifestazione.

Il contesto “Aprile 2026” in Italia è certo fra i più complessi dell’ultimo periodo. È ancora fresco l’esito quasi della consultazione referendaria del 22 marzo; le sue dirette ricadute politiche; l’essere inguaribilmente divisa questa fetta, per quella “Destra storica” che non ce la fa proprio a dichiararsi “antifascista”; c’è poi tutta la scia polemica che ha fatto seguito alla spedizione navale verso Gaza della “Freedom Flotilla”, con tutto il suo doloroso carico di speranze per finire al raduno-flop organizzato dalla Lega Nord-Salvini, proprio in piazza Duomo, sette giorni prima, sulla parola d’ordine “Reimmigrazione” come strumento d’ordine in tema di gestione immigrati.

Poi la guerra, anzi le sanguinose guerre che stanno travolgendo ogni fragile speranza anche di una pallida tregua.

C’è di più: lo scorso inverno uno sciopero generale fu drammaticamente deturpato da spruzzate quanto organizzassime squadracce di black-bloc infiltrate nel corteo dei lavoratori e affrontate dalle Forze dell’ordine in modalità tanto improvvisate da apparire calcolata che, guarda caso, riuscì a rubare cronache e titoli dello sciopero generale tanto da far ricadere sui Sindacati il sospetto di avvalersi di violenti “casseurs de rue”.

Si trattò di una polemica che arrivò in Parlamento e funzionò alla perfezione consentendo al governo di mettere in atto, nel breve volgere di alcune settimane, i nuovi “Decreti-sicurezza” che sono giunti a promulgazione pochi giorni fa.

Ebbene, tutto ciò premesso, cos’è successo a Milano lo scorso 25 Aprile? La manifestazione di maggiore richiamo, nel giorno della Liberazione, in una città che proprio in quei giorni ospitava il Salone Internazionale del Mobile, rassegna in cui l’Italia mette in vetrina le creazioni del proprio design e offre il meglio di sé in un fantastico scenario di arte, cultura, accoglienza, business, al milione più o meno malcontato degli ospiti giunti da ogni parte del mondo.

Ebbene non è stato questo il disagio né la massa di “Milanesi per un giorno” ad aver creato problemi. Non è stato proprio all’interno della manifestazione politica che è andato in scena l’assurdo.

Incredibile, certo. Ancora in fase di formazione, il corteo appariva assai più nervoso e scomposto di quanto ci si potesse attendere. E la ragione apparve chiara fin da subito: le bandiere.

Attorno alle quali sventolavano slogan, provocazioni, gesti di disprezzo, tensione.

Del resto le immagini parlano chiaro: una accanto all’altra bandiere della Palestina con quelle di Israele, il giallo-azzurro dell’Ucraina con le Stelle Oro sul campo azzurro dell’Europa. Le foto di Netanyahu e Donald Trump fronteggiarsi con il popolo Pro Pal; insomma un cocktail esplosivo e tutt’altro che coeso, sul punto di degenerare finché, nella sorpresa generale, la Polizia decretava che la Brigata Ebraica si posizionasse in testa al corteo, abbandonando la posizione che era stata destinata in sede di organizzazione.

Una scelta del tutto ingestibile avrebbero detto fatto alla protesta di chi già in precedenza, minoranza o meno, aveva mostrato di non sopportare le bandiere israeliane all’interno della manifestazione.

Percorse a fatica poche centinaia di metri, la Brigata Ebraica, che a pieno titolo partecipa da sempre al corteo, sarà invitata dalla Polizia a defilarsi dal percorso.

Ondeggiando a più riprese, il cammino dei manifestanti arriverà in piazza Duomo quando i discorsi più autorevoli saranno già stati pronunciati e ci sarà soltanto spazio per repliche polemiche, spintoni, secche repliche e minacce di denuncia.

Il mondo ebraico si divide, vola accuse di antisemitismo, l’Anpi difende il proprio ruolo politico e organizzativo ma tant’è, i vessilli di molte comunità che rappresentavano decine di migliaia di persone avevano cavalcato gratuitamente il palcoscenico del 25 aprile nel corteo di Milano senza avere diretti legami con il valore della Liberazione.

Gli uni e gli altri hanno finito per fare il gioco di chi, il 25 Aprile, continua a considerare l’anniversario della divisione del popolo italiano.

Il parlamentare ex PD Emanuele Fiano, figlio di Nedo, deportato ebreo deceduto in campo di concentramento, ha espresso con rammarico il pensiero di chi è stato estromesso dal corteo. Gli ha fatto eco Roberto Jarach, alta autorità della comunità ebraica di Milano che ha condiviso il dolore di Fiano attribuendo alle troppe voci contrastanti l’impasse della manifestazione e sottolineando, in conclusione, che le troppe bandiere hanno determinato la causa prima di questa sconfitta.

Poi arriveranno le news da altre parti d’Italia: Liliana Segre, notissima senatrice a vita novantasettenne, che afferma di ricevere telefonate nelle quali le augurano di porre fine rapidamente ai suoi giorni.

Infine l’immagine di un motociclista al parco Schuster di Roma spara con una revolver ad aria compressa ad una coppia di coniugi sconosciuti, ferendoli. L’individuo viene arrestato e quando gli chiedono conto del suo gesto questo afferma: «Ho sparato quando ho visto che portavano al collo il fazzoletto tricolore dei Partigiani». Questo è, quanto, per quest’anno.