Pechino amplia dal 15 settembre i poteri per impedire ai cittadini di lasciare la Cina in nome della “sicurezza nazionale”. Nel mirino funzionari pubblici, militari, lavoratori di settori strategici e persone accusate di avere danneggiato gli interessi nazionali anche all’estero
La Cina continua ad aprire le proprie porte ai turisti stranieri, ma contemporaneamente rende più difficile per alcuni suoi cittadini uscire dal Paese.
Nuove regole sull’ingresso e sull’uscita, destinate a entrare in vigore il 15 settembre, allargheranno la possibilità di imporre divieti di espatrio ben oltre i procedimenti giudiziari ordinari.
Il governo potrà richiamare motivazioni generiche di “sicurezza nazionale”, una formula tanto ampia da preoccupare oppositori, attivisti, lavoratori di settori tecnologici e membri della diaspora cinese residenti in Australia.
Secondo la giornalista sino-australiana Cheng Lei, detenuta in Cina dal 2020 al 2023, il vero volto di una società non si misura dalla facilità con cui gli stranieri riescono a entrare, ma dalla libertà concessa ai cittadini di partire e di esprimersi senza timore.
Turismo aperto, uscite più controllate
Dopo l’esodo di multinazionali ed espatriati seguito alla pandemia, Pechino ha ampliato notevolmente i programmi di ingresso senza visto e ha rilanciato l’immagine della Cina come destinazione moderna, efficiente e sicura.
Video promozionali mostrano grattacieli, treni ad alta velocità, consegne con droni e servizi digitali rapidissimi.
Per un turista straniero, l’esperienza può essere comoda e sorprendente.
Ma il possesso di un passaporto australiano, europeo o americano garantisce libertà che molti cittadini cinesi non possono dare per scontate.
In alcuni ambienti professionali, i lavoratori devono già consegnare i propri passaporti ai superiori e chiedere autorizzazioni preventive per viaggiare all’estero.
Le nuove norme allargheranno ulteriormente questo sistema.
Divieti fino al momento del decollo
Le autorità potranno impedire la partenza anche all’ultimo momento, fino a quando l’aereo non avrà lasciato il territorio cinese.
Il potere non sarà limitato agli organismi centrali. Anche funzionari a livello di contea potranno intervenire per bloccare un viaggio.
Le restrizioni potranno riguardare persone coinvolte in attività considerate sensibili per la sicurezza nazionale, anche senza una condanna pronunciata da un tribunale.
È proprio l’assenza di garanzie processuali chiare a suscitare le maggiori preoccupazioni.
Una persona potrebbe scoprire di essere soggetta a un divieto soltanto al momento del controllo in aeroporto, senza conoscere la durata della misura o disporre di un meccanismo efficace per contestarla.
Intelligenza artificiale, droni e batterie tra i settori sensibili
Le nuove disposizioni potrebbero colpire anche chi lavora in industrie considerate strategiche, tra cui intelligenza artificiale, batterie e droni.
La Cina considera queste tecnologie centrali per la propria sicurezza economica, industriale e militare.
In questo contesto, un ingegnere, un ricercatore o un dirigente potrebbe incontrare ostacoli nel trasferirsi all’estero, partecipare a conferenze internazionali o accettare un incarico fuori dal Paese.
La misura potrebbe servire a impedire la fuga di competenze e informazioni, ma rischia anche di trasformare professionisti civili in persone di fatto vincolate al territorio nazionale.
Il precedente della moglie di Yang Hengjun
La possibilità di utilizzare i divieti di espatrio contro i familiari non è soltanto teorica.
La moglie di Yang Hengjun, scrittore sino-australiano detenuto in Cina, venne fermata all’aeroporto di Pechino poco dopo l’arresto del marito e rimase per anni sottoposta a restrizioni.
Il caso mostra come tali misure possano essere applicate anche a persone non accusate formalmente di un reato, ma collegate a un individuo considerato problematico dalle autorità.
Il divieto diventa così uno strumento non soltanto di controllo, ma anche di pressione sulle famiglie.
La testimonianza di Miao Yu
Miao Yu, fondatore della libreria JF Books di Washington, ha raccontato che sua moglie rimase bloccata in Cina per quasi un anno con l’accusa non dimostrata di avere messo in pericolo la sicurezza nazionale.
Secondo l’imprenditore, non vi fu un vero procedimento giudiziario né una tutela effettiva dei suoi diritti.
Miao aveva lasciato il Paese dopo che la libreria da lui gestita era stata costretta a chiudere per avere ospitato incontri con esponenti liberali.
A suo giudizio, quando lo Stato amplia poteri di questo tipo, la libertà di lasciare il proprio Paese smette di essere un diritto fondamentale e diventa uno strumento di controllo, coercizione e punizione.
Stretta anche sui percorsi migratori
Le nuove norme vietano inoltre agli agenti migratori di assistere membri della pubblica amministrazione o delle forze armate nell’ottenimento della residenza all’estero.
La disposizione mira chiaramente a impedire trasferimenti non autorizzati da parte di persone che potrebbero avere accesso a informazioni sensibili.
Ma l’ambito della regola potrebbe coinvolgere una platea molto ampia, considerando le dimensioni dell’apparato statale cinese e delle imprese collegate al governo.
La diaspora cinese teme le conseguenze
La preoccupazione è particolarmente forte tra i cittadini australiani di origine cinese che mantengono parenti e legami personali nella Repubblica Popolare.
Molti evitano fotografie, eventi pubblici o rapporti visibili con giornalisti e attivisti critici verso Pechino, temendo conseguenze durante un futuro viaggio.
Le nuove norme prevedrebbero infatti restrizioni anche per chi, mentre si trova all’estero, venga accusato di avere “danneggiato la sicurezza nazionale”.
Una definizione così vaga può comprendere attività molto diverse: partecipazione a manifestazioni, dichiarazioni pubbliche, associazione con dissidenti o semplice pubblicazione di contenuti sgraditi.
Il timore è che un cittadino entri in Cina per visitare la famiglia e scopra di non poter più ripartire.
Dalla riapertura alla nuova chiusura
Dopo l’epoca di Mao, la Cina aveva trascorso decenni aprendosi progressivamente al commercio, agli investimenti e alla mobilità internazionale.
Milioni di cittadini avevano studiato, lavorato e costruito una vita all’estero. Negli ultimi anni, anche un numero crescente di persone benestanti aveva scelto di emigrare.
Secondo Desmond Shum, imprenditore di Hong Kong e autore di Red Roulette, il Paese sembra ora completare un percorso circolare: dalla chiusura all’apertura, per poi tornare verso nuove forme di chiusura.
Questa potrebbe diventare una delle caratteristiche principali dell’era di Xi Jinping: ingresso relativamente aperto agli stranieri, uscita sempre più condizionata per i cittadini.
Sicurezza pubblica e sorveglianza politica
Molti visitatori descrivono la Cina come un Paese estremamente sicuro.
La criminalità comune è relativamente contenuta e la tecnologia consente alle autorità di individuare rapidamente sospetti e movimenti.
Ma gli stessi sistemi di sorveglianza utilizzati contro ladri e criminali possono servire anche per identificare dissidenti, partecipanti a chiese non registrate o persone coinvolte in attività politiche non autorizzate.
Il riconoscimento facciale non distingue tra protezione della sicurezza e repressione del dissenso. Dipende da chi controlla i dati e da quali comportamenti vengono considerati una minaccia.
L’esperienza del turista non racconta tutto
Visitare la Cina non significa comprendere automaticamente la condizione vissuta dai suoi cittadini.
Un turista può spostarsi, fotografare, utilizzare servizi efficienti e tornare a casa dopo pochi giorni.
Un cittadino cinese può invece dover chiedere il permesso di partire, temere che il passaporto venga ritirato o scoprire di essere sottoposto a un divieto legato a motivazioni mai chiarite.
Confondere l’esperienza privilegiata dell’ospite con la libertà della popolazione significa accettare soltanto l’immagine che il governo vuole mostrare.
Una stretta che rischia di isolare ancora di più il Paese
Pechino presenta le nuove misure come strumenti necessari per difendere la sicurezza nazionale, proteggere tecnologie strategiche e impedire attività ostili.
Ma l’effetto potrebbe essere quello di aumentare la paura, scoraggiare la cooperazione internazionale e spingere professionisti e famiglie a interrompere i rapporti con il Paese.
Per la comunità sino-australiana, il problema è particolarmente doloroso.
Molti devono scegliere tra la libertà di parlare in Australia e la possibilità di tornare in Cina per vedere genitori, figli o parenti.
Quando una fotografia, un’amicizia o un’opinione possono diventare un ostacolo alla partenza, il confine tra sicurezza nazionale e controllo politico diventa quasi impossibile da distinguere.
La Cina vuole che il mondo entri e ammiri ciò che ha costruito.
La domanda più importante, però, riguarda i suoi cittadini: quanto sono realmente liberi di uscire?
